DALLA FLORIDA, UN FILM DI SEAN BAKER RENDE UNIVERSALE IL DEGRADO DELL’INFANZIA

Lo sappiamo tutti, Disneyland è un posto fantastico per divertirsi e trascorrere qualche giornata in allegria. A pochi chilometri di distanza c’è il Magic Castle Hotel, un luogo sconosciuto in cui prevale solo la monotonia quotidiana. È lì che vivono Moonee, Jancey e Scoty, tre bambini tra i 6 e 7 anni abbandonati a se stessi fin dalla nascita e in balia di mamme alle prese con i problemi della droga, dell’alcolismo e del sesso. Il loro unico divertimento è provocare problemi agli altri clienti, sporcando le auto, togliendo la corrente elettrica dall’interruttore generale, rubare, spiare le donne nude e persino provocare un incendio, dando fuoco a un edificio abbandonato. Non apprezzano il percorso scolastico che ogni anno si propone di insegnare qualcosa di utile. Moniee afferma che il solo momento veramente interessante è la ricreazione. Unica figura in grado di riportare i ragazzi sulla retta via è Bobby, un tipo semplice che lavora nella reception dell’hotel. Seppur considerato solo un tipo noioso, Bobby gioca spesso con Monee, Jancey e Scoty per farli divertire, ma con l’obiettivo di far conoscere come vanno le cose nel mondo vero, quello esterno.
Attraverso questa trama, il film Un sogno chiamato Florida, diretto da Sean Baker prende forma, decolla rapidamente e tiene sulla corda fino all’atterraggio che pone fine a un volo mai troppo tranquillo. La scelta del regista di porre la cinepresa all’altezza dei bambini, tiene a sottolineare che nonostante siano coinvolti anche gli adulti, l’obiettivo è fotografare ancora una volta il mondo dell’infanzia, che paga a caro prezzo errori e cattivi insegnamenti da parte di chi è più grande. Il significato di crescere sta nello sparare parolacce, guardare immagini trasgressive in televisione, sperimentare il sesso, partecipare a risse e fumare. The Guardian lo ha definito un canto di innocenza, qualcuno però non è d’accordo, anche per via di un finale che si presta a molteplici interpretazioni. La vita dei più piccoli può essere una festicciola di quartiere, un parco giochi o la totale spensieratezza, oppure crescere in fretta e smarrire per sempre la mentalità propria di un bambino.
La storia può piacere o non piacere, ma uno tra i suoi punti di forza è il ruolo di Brooklynn Kimbley Prince nel ruolo di Moonee. Il regista, che lei chiamava semplicemente Mr. Sean, ha dichiarato di aver conosciuto e diretto la migliore attrice per un suo film, a prescindere dall’età di soli 7 anni. La sua performance è stata definita la rivelazione dell’anno ed ha ottenuto, oltre ai prestigiosi riconoscimenti di Toronto, New York, Londra e Torino, anche il primo posto nella classifica femminile Indiewire, battendo persino Maryl Streep per il ruolo di Katharine in The post.
Il contrasto tra un luogo meraviglioso, ricco di fascino come la Florida e la povertà dei suoi abitanti, esprime anche la contraddizione tra il mondo cinico degli adulti e l’innocenza dei bambini. All’immagine di Bobby intento a lavorare per ore con impegno e determinazione, si oppone quella della madre di Moonee, un’autentica ladra che poi rivende abusivamente i prodotti a prezzi vantaggiosi.
Un sogno chiamato Florida può interessare chi si pone il problema del degrado delle prossime generazioni. Sarà in sala dal 22 marzo.

Commenti

commenti