“L’affido” (titolo originale: “Jusqu’à la garde”) è l’opera prima che Xavier Legrand ha tratto da “Avant que de tout perdre”, il suo pluripremiato cortometraggio in corsa agli Oscar 2014.
Il lungometraggio, dopo aver vinto all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il Leone d’Argento – Premio speciale per la Regia e il Leone del Futuro – Premio Opera prima “Luigi De Laurentiis”, esce adesso nelle nostre sale distribuito da Nomad Film e P.F.A. Per presentarlo a Roma al pubblico e alla stampa, i distributori Lydia Genchi e Pier Francesco Aiello hanno voluto accanto a sé Piera Detassis; in una sede quanto mai appropriata: la Casa Internazionale delle Donne a Trastevere.

Il tema è infatti sempre più attuale e urgente: la violenza domestica. In questo caso – come in tanti altri tristemente reali – esercitata dal padre contro moglie e figli.

Miriam e Antoine si ritrovano davanti al giudice, donna al pari dei due avvocati. Quello di Miriam non riesce ad ottenere l’affido esclusivo dei due figli minorenni: il giudice dispone per l’affido condiviso, sposando la tesi dell’avvocato di Antoine, secondo cui non ci sono gli estremi per impedire ai ragazzi di beneficiare dell’amore di entrambi i genitori. E questo è l’asettico (e nefasto) inizio del film…

Miriam (interpretata dalla bravissima Léa Drucker) è una donna bella e ancora giovane, ma segnata dal terrore patito in famiglia. Nonostante la statura minuta, protegge tenacemente i propri due figli. Se Joséphine (un’intensa Mathilde Auneveux) è in procinto di diventare maggiorenne ed ha ormai spostato con successo il baricentro della propria vita verso il compagno suo coetaneo, è l’undicenne Julien l’oggetto del contendere dei genitori. E sono pertanto i momenti in cui i due adulti si sfiorano – i weekend, la festa per i diciott’anni di Joséphine – gli spazi dove le tensioni si acuiscono. E si materializzano sul volto del piccolo ostaggio di quella lotta silenziosa e senza quartiere. Che, a poco a poco, si inasprisce…

Sono molti i meriti di Legrand, soprattutto se si considera l’idea di partenza del suo film, che, nonostante l’encomiabile impegno sociale, non ha alcunché di originale e ci è anzi raccontata quotidianamente da telegiornali e inchieste giornalistiche. Eppure lui – regista esordiente ma con la maturità che compete ad un quasi quarantenne – sa subito andare oltre, portando la cinepresa “ad altezza bambino” e lateralmente rispetto ai protagonisti dell’azione, concentrandosi sui silenzi, gli sguardi, le attese, ovvero sui molti (e abitualmente ignorati) rivoli che, tutti insieme, generano il fiume protagonista. Legrand lo fa calibrando le emozioni all’interno di un magnetico crescendo che ci fa vivere la vicenda come se si snodasse in un unico, interminabile giorno; e sviluppando di ognuno dei quattro personaggi uno spettro emozionale completo. Sì perché, se l’attenzione maggiore è riservata al rapporto tra gli uomini della famiglia, il corpulento padre e il piccolo figlio (gli straordinari Denis Ménochet e Thomas Gioria), cionondimeno le due donne raccontano – anche soltanto con l’espressione del volto, degli occhi – un’intera storia di violenza, annosa, sotterranea e dirompente come il magma di un vulcano che sta per esplodere.

In particolare Joséphine: discussa dai due genitori e contesa – a distanza – al pari di Julien, è colei che compare meno nel film, protagonista – e anche là indiretta – giusto della sua festa. Tuttavia lo sguardo che le dedica il regista la fa essere l’anima e il collante della famiglia e le affida la speranza per il futuro. Basti pensare a due scene: il bagno della scuola e la festa. Per descrivere il primo momento Legrand sceglie una ripresa inusuale, insistendo unicamente sui piedi di Joséphine: nello scorcio più defilato e angusto, un nuovo e indecifrabile mondo si affaccia all’orizzonte; il party per i diciott’anni, al contrario, è una scena corale magistralmente orchestrata, in cui il fuori minaccioso penetra nell’interno festoso. La madre scopre la salvifica complicità dei suoi amici, mentre la figlia canta “Proud Mary” assieme al fidanzato. Ebbene, durante quella canzone, il volto di Joséphine riesce a trasmetterci una doppia e vivifica tensione, quella del momento – lo scontro nel parcheggio tra la madre e il padre – e quella per un futuro ancora sospeso tra l’incubo e la speranza.

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