First Man

Diretto da Damien Chazelle e prodotto da Steven Spielberg, First man si propone di portare al cinema un film più che eterogeneo. Non mancano riferimenti fantascientifici, storici, biografici e musicali per raccontare la vita di Neil Armstrong, l’uomo che grazie alla passeggiata sulla luna, è diventato un vero simbolo per la storia.
Nelle prime sequenze il racconto trae in inganno lo spettatore: mentre sullo schermo scorrono i titoli di testa, in sottofondo si sente un rumore, insieme a voci radiofoniche. A quanto pare, un volo verso lo spazio. Gli spettatori attendono di vedere, ma non scorgono nulla se non il volto di un uomo nascosto dal suo casco. Quell’uomo è Neil Armstrong, ma si sta semplicemente esercitando con il suo velivolo militare della marina. Concludendo tragicamente la sua escursione con un atterraggio di emergenza, i suoi superiori decidono di esonerarlo dall’incarico. Iniziata una fase difficile alla ricerca di un nuovo impiego, gli si schiudono le porte della U.S Air Force, che lo indica come uno dei possibili piloti che avrebbero potuto partecipare a quella tanto sognata missione verso la Luna.
Tratto dal libro portato al successo da James R. Hassen, Il primo uomo, The first man in inglese, ci propone di rivivere punto per punto, le fasi salienti che, nel lavoro e nel privato, hanno condotto Neil e gli Stati Uniti a ottenere una definitiva rivincita sugli insuccessi del passato. Se Armstrong puntava a rivalutare la sua immagine dopo le delusioni vissute in marina, il continente americano sperava di superare le precedenti imprese dell’Unione Sovietica sfidando l’impossibile. Si trattava infatti di una missione piena di pericoli e rischi, anche perché, come spiega lo stesso protagonista, non si poteva prevedere la consistenza della superficie lunare.
Come per altri casi cinematografici del passato, non mancano scene in cui si tende a sottolineare la bravura e l’intraprendenza di un paese che non alza bandiera bianca o accetta di sottomettersi alla concorrenza.
Diverso invece il caso di Neil, personaggio riservato e chiuso: nonostante dia il massimo ogni giorno nel lavoro, ci viene mostrato anche nei suoi lati più oscuri. Non è un padre affettuoso, tantomeno un marito modello; non sorride quasi mai e non partecipa con entusiasmo alle grandi feste organizzate da sua moglie. Ogni sconfitta ne rimette in discussione il carattere e per questo non ha molta fiducia in se stesso. E non è pienamente convinto che moglie e figli ne abbiano. Su questo la storia ci offre un interessante spunto di riflessione nella scena che precede il lancio dell’Apollo 11. Mentre sta preparando nervosamente le valigie nel cuore della notte a causa della sua insonnia, Neil vorrebbe partire senza salutare i propri figli. E’ la moglie che lo spinge a svegliarli per un commiato. Ne nascerà invece, un dialogo destinato a prolungarsi fino alla mattina seguente, in cui descriverà il viaggio che lo aspetta e in cui comprenderà quanto sia importante vivere una gioia semplice in famiglia, confrontarsi e mangiare una torta tutti insieme, brindando all’avventura.
Il film racconta quindi nel dettaglio una missione spaziale storica, ma lo fa contrapponendo la visione di in uomo e quella di un paese. Armstrong è interessato al valore simbolico dell’impresa che trascina con sé l’intera umanità: l’esplorazione di un nuovo orizzonte che può aprirne altri sconosciuti. La supremazia degli Stati Uniti sul resto del mondo, è un fattore secondario. “E’ un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Queste le parole di Armstrong consegnate alla storia.
Un riferimento particolare va agli effetti speciali, che ricordano, nelle suggestioni, il film di Kubrick 2001 Odissea nello spazio. L’astronave si muove nello spazio sulle note di un famoso valzer di Jacob Offenbach.
Il film sarà disponibile nelle sale a partire dal 31 di ottobre.

Eugenio Bonardi

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