Gatta Cenerentola di Alessandro Rak

“Gatta Cenerentola” è un film italiano d’animazione presentato nella sezione Orizzonti dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e uscito ieri nelle nostre sale.
La “gatta” del titolo è la bella adolescente muta Mia, figlia dello stimato e lungimirante armatore Vittorio Basile.
Oggi lui non c’è più e l’immensa e gloriosa nave da lui inventata per dar lustro alla propria città, Napoli, è abbandonata nel porto in condizioni di degrado. Così come la città intera, ammorbata dall’inquinamento e da una costante e apocalittica pioggia di cenere e pulviscolo. Tra i maggiori responsabili di tale disastro, il faccendiere Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re, e la sua avvenente promessa sposa Angelica Carannante. Il primo ha infatti ucciso l’armatore, ha girato il mondo per i propri loschi traffici, s’è addirittura esibito come cantante e fa adesso ritorno nella grande nave.
Che nel frattempo è diventata la dimora di Angelica, delle sue sei
figlie (tra le quali c’è un “femminiello”) e di Mia, da costoro adottata, maltrattata e soprannominata appunto “Gatta Cenerentola”.
Ad ostacolare il trionfante ritorno a casa del boss intervengono due complicazioni. Anzi, tre: la polizia alle sue calcagna con l’infiltrato Primo Gemito, che fece un tempo parte della scorta di Basile e conosce quindi Mia sin da piccina; quest’ultima, angelo silenzioso e combattivo, di cui Salvatore, a dispetto della promessa di matrimonio con Angelica… si innamora; gli altri angeli custodi, questi sì immateriali, ologrammi capeggiati da Basile che nei momenti di snodo emergono dal passato, a ricostruire scene perdute che illuminano gli occhi e la consapevolezza di Mia.

Per disegnare uno dei “cunti” del capolavoro di Giambattista Basile (opera dalla quale aveva preso ispirazione lo stesso Matteo Garrone per “Il racconto dei racconti”), Alessandro Rak, creatore del celebrato “L’arte della felicità”, ha voluto accanto a sé Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone.
Più di quarant’anni fa, su quel “cunto”, s’era basato pure Roberto De Simone per la propria omonima opera teatrale. Se là lo stravolgimento dell’originale secentesco era evidente, qui è spinto all’estremo: Rak e compagni proiettano la vicenda in uno spettrale futuro prossimo che a ben guardare è un limbo atemporale, sospeso tra l’aria inquinata e il fuoco purificatore, tra la terra e l’acqua, onnipresente e invasiva, mortifera e rigenerante insieme. Gli autori riescono così a restituire l’autentica anima partenopea concentrandosi non tanto sul ritratto di una città e dei suoi abitanti (di fatto sempre ai margini dell’unico luogo protagonista, la nave fatiscente), quanto piuttosto sulla mescolanza materica degli elementi testuali: le dimensioni d’azione, i piani dell’imbarcazione (dall’alto all’abisso), le parole e la musica, le luci e l’oscurità, il bene e il male insieme nelle loro mille declinazioni (esemplare in tal senso l’evoluzione di Angelica)… Fino al disegno, che strizza l’occhio a quello giapponese e – a nostro avviso – libera il racconto da rimandi iconografici che avrebbero potuto appesantirlo, proiettandolo invece verso gli schermi di tutto il mondo.

Ad impreziosire il film, gli attori che hanno prestato la voce ai protagonisti: Maria Pia Calzone, Massimiliano Gallo, Alessandro Gassman, Mariano Rigillo e Renato Carpentieri

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