They

Presentato in anteprima all’annuale edizione del Festival di Cannes, They, il primo lungometraggio di Anahita Ghazvinizadeh, arriva oggi sui grandi schermi italiani. Stasera stessa la regista iraniana sarà a Bergamo per inaugurare la quinta edizione del festival Queer orlando. Identità, relazioni, possibilità.
They, è un racconto delicato e potente del ragazzo quattordicenne, J. che ha deciso di sottoporsi a una terapia che blocchi il suo sviluppo ormonale. La sua ossessione sono due consonanti: la “b” di boy e la “g” di girl, che lui recita spesso a seconda di ciò che sente di essere. Trascorso un lungo periodo di riflessione e terapie, il medico curante gli annuncia che il tempo a disposizione per decidere se cambiare sesso si sta per concludere. I genitori sono distanti da casa per assistere una zia che soffre di demenza senile, dunque J. dovrà decidere da solo, consultandosi soltanto con sua sorella Lauren e il suo fidanzato iraniano, prossimi al matrimonio.
Alla sua prima prova, Anahita Ghazninzadeh convince con un prodotto complesso e raffinato. La forza del film sta nel percorrere insieme con il protagonista, un viaggio interiore verso una scelta e ci riesce grazie a una fotografia studiata con attenzione; allo scorrere lento delle immagini; ai lunghi campi girati intorno alla serra e ai molteplici dialoghi presenti nella sceneggiatura. Non ci sono come qualcuno si aspetta, reazioni di parenti e amici che sostengono o deridono J. bensì, la semplicità di alcuni suoi gesti quotidiani, come prendersi cura dei fiori, che lui adora. J. non ha certezze, si fa chiamare “They” proprio in quanto molteplicità e mostra sempre un volto timido, triste e disorientato. La conflittualità del suo essere lo accompagna nell’intera giornata: la mattina i suoi pensieri vanno in un senso, mentre la sera volano all’opposto. Solo la decisone finale contribuirà a fargli capire in modo definitivo chi è e che cosa si aspetta dalla vita. La stessa Anahita Ghazninzadeh, ha ammesso di aver ideato e scritto questo film, ispirandosi a quella decisione che ha influenzato per sempre il suo avvenire. Una decisione diversa ma non per questo facile da prendere: rimanere negli Stati Uniti o tornare in Iran. “Si trova così tanta ansia quando non si sente davvero di appartenere a nessun luogo e ho deciso di posticipare questa scelta”.
Il finale ci lascia un volto di donna adulto, inquadrato quasi di spalle, in cui il senso di una vita comunque ancora priva di certezze, ritorna nella frase, ripetuta più volte, “non so quanti anni ho”. Come a dire “non so quando sono nata”.

Eugenio Bonardi

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