Home Cinema Recensioni Film “Quando hai 17 anni” (2016) di André Téchiné. – Recensione.

“Quando hai 17 anni” (2016) di André Téchiné. – Recensione.

001di Andrea Giostra.

L’ultimo film di André Téchiné, presentato in concorso al Festival del Cinema di Berlino” 2016, “Quando hai 17 anni“, è in proiezione nelle Sale Cinematografiche italiane da Giovedì 6 ottobre 2016.

Scritto da André Téchiné con Céline Sciamma, vede un ottimo cast di attori: Sandrine Kiberlain, Kacey Mottet Klein, Corentin Fila, Alexis Loret.

Il Film è distribuito da “Cinemadi Valerio de Paolis.

Quando hai 17 anni” è una storia d’amore e di scoperta. In un aspro villaggio tra le montagne della Francia sud-occidentale due diciassettenni si fronteggiano. Damien e Tom frequentano la stessa scuola. Potrebbero essere amici, ma non si sopportano. Si insultano, e quando le parole non sono abbastanza si picchiano.

Il Film è duro e vero, realista, se non neo-realista, e racconta con sagacia cinematografica, nello stile marcatamente francese, la storia d’amore di due adolescenti omosessuali che mettono in atto un modo molto particolare per scoprire e far sbocciare il loro amore: lo sgambetto iniziale in classe, sguardi in cagnesco, zuffe, spintoni, sfide, cazzotti, scontri, ed un’infinità di agìti che apparentemente sembrano di competizione e di dissonanza relazionale, ma che invece nascondo qualcos’altro di ingenuo, puro, prepotente e molto forte!

Il Film è pieno di relazioni intrecciate, di personaggi e di storie, ma i protagonisti sono Damien e Thomas, insieme alle rispettive famiglie.

Il Film tratta in modo interessante il tema della vita e della morte, dell’amore e della speranza: è la traccia che la narrazione filmica di André Téchiné lascia prepotente allo spettatore che vedrà un film coraggioso e colmo di vita. “On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans” è la frase del grande poeta francese Rimbaud, tratta dal poema “Roman, che Damien recita di fronte alla sua classe della piccola cittadina dei Pirenei dove è ambientato il Film; frase che segna la matrice del film, della sceneggiatura e dei dialoghi: ironici ma mai sarcastici, leggeri e veri, come la vita e l’amore dirompente dei due giovani protagonisti diciassettenni.

N.B. – Questa è la recensione integrale di Andrea Giostra del Film “Quando hai 17 anni” (2016) di André Téchiné, di cui uno stralcio è stato pubblicato da “La Repubblica” Palermo, alla pag. XV “Spettacoli, Cultura, Sport”, di Domenica 16 ottobre 2016.

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Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra