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Il Primo giorno della mia vita: il tema del suicidio visto da Paolo Genovese

Il Primo giorno della mia vita: il tema del suicidio visto da Paolo Genovese

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Complesso ed intricato quanto basta per renderlo interessante questo film che Paolo Genovese porta sugli schermi per evidenziare ancora una volta le sue idee sul tema del suicidio, sulla soluzione finale che inutilmente metterebbe fine ai problemi di chi decide di continuare a vivere.

Qui Paolo descrive quattro casi di aspiranti suicidi ai quali un personaggio misterioso ( interpretato da un eccellente come sempre ) Tony Servillo intende far conoscere quanto la soluzione da loro scelta per risolvere i loro problemi esistenziali non sia proprio quella giusta.

E lo fa con un’alea di mistero inizialmente incomprensibile  che si svelerà, come in un giallo, soltanto nella parte finale della pellicola, obbligando i quattro al digiuno, a non bere e ad altre simili vessazioni per rendersi invisibili al mondo che, malgrado tutto, li circonda.

Protagonisti della trama una poliziotta caduta in depressione per la morte della figlia ( Margherita Buy, brava come al solito ), un bambino che suo padre vessa per ricavare denaro dalla sua abilità di youtuber ( Gabriele Cristini ( alla sua seconda esperienza dopo “ Altrimenti ci arrabiamo ), un’atleta divenuta paraplegica cadendo dalla trave (l’attrezzo ginnico nella quale è bravissima ma che non le consente mai di guadagnare il primo posto nella gare, Sara Serraiocco, timida ma affascinante ) e un uomo di professione “ motivatore “, cioè di una persona della grande capacità di “spronare” altre persone ma che non riesce, però, a motivare proprio se stesso e che Valerio Mastandrea interpreta con la sua solita flemma e con grande capacità.

I quattro vengono avvicinati dal misterioso individuo che li conduce in un albergo abbastanza tenebroso e li “ gestisce “ per una settimana per dar loro modo, si capisce un bel po’ di tempo dopo l’inizio del film, di riflettere sul programmato suicidio ed incentivarli a lottare per proseguire nella vita, sia pure difficile, di ogni giorno.

Il tutto sotto lo sguardo attento e preciso della macchina da presa che Paolo Genovese, insieme ai suoi collaboratori Paolo Costella, Rolando Ravella ed Isabella Aquilar gestiscono ottimamente per immortalare immagini sì lugubre, ma comunque affascinanti, di una Roma a volta non identificabile e sommersa da una continua pioggia che contribuisce a rendere ancor più tenebroso il racconto, all’interno della quale si svolge l’intera vicenda e di alcuni altri paesaggi ( ad esempio la scena del pranzo al mare ) scelti con meritevole accuratezza e con dovizia di particolari molto esplicativi che contribuiscono ad alleggerire la di per se pesante vicenda che, se si guarda con l’occhio di chi sia abituato a sperare nella vita, appare assolutamente di non facile comprensione per la misteriosità del racconto e per la difficoltà di renderlo più comprensibile allo spettatore che è sostanzialmente costretto a domandarsi il significato del film.

Il film di Genovese, che è basato sul suo romanzo di omonimo titolo, del 2019, appare di non facile comprensione ed a volte tortuoso, poco scorrevole, perché fino al momento in cui non si svela il mistero, si ha l’impressione non che i personaggi siano ancora vivi, ma che essi siano già morti per suicidio, con l’iniziale idea che tende a cercare di capire il “ come “ della vicenda che viene stravolto dalla realtà: insomma una pellicola alquanto pesante ma certamente interessante da vedere.

 

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