Paolo Virzì in “Cinque secondi” racconta un mondo che non c’è
Condividi questo articolo:
“Ci sono degli attimi, cinque o sei secondi ogni volta, nei quali si avverte la presenza dell’eterna armonia, perfettamente raggiunta”. Lo scriveva Fedor Dostoevskij nei “Demoni”. E questi secondi li sente tutti addosso Adriano (il sempre bravo Valerio Mastrandrea) protagonista del nuovo film di Paolo Virzì, prodotto da Greenboo Production e Indiana Production, in associazione con Vision Distribuction e Motorino Amaranto, appena presentato alla Festa del Cinema di Roma.
“Cinque secondi” in cui tutto può cambiare, la vita girare improvvisamente per una direzione imprevista al punto che tutto quello che c’era prima, adesso non c’è più. È quello che accade ad Adriano, un uomo misterioso, che ha scelto di vivere in solitudine nelle stalle ristrutturate di Villa Guelfi, una storica dimora isolata nelle campagne toscane. Qui vive da recluso, con in bocca sempre il suo mezzo sigaro toscano e un cellulare a cui risponde la mattina e la sera scrivendo semplicemente “buongiorno e buonanotte amore”. A chi, non si sa. Ad un tratto però la sua vita viene sconvolta dall’arrivo di una comunità di giovani studenti e neolaureati – e non fricchettoni da anni Sessanta – che coltivano il sogno di riportare in vita lo storico vigneto di famiglia Guelfi. Non a caso tra loro c’è anche Matilde (Galatea Bellugi), nipote dell’ultimo conte della casata che fino ai sei anni è cresciuta tra quelle mura e in quella vigna, dove ha imparato il duro lavoro ma, anche, tutte le soddisfazioni che è capace di regalare.
Tra i due nasce una strana amicizia, soprattutto quando Adriano si accorge che Matilde è incinta e inizia a preoccuparsi per lei, quasi accudendola. Come mai? Perché l’uomo burbero e scontroso improvvisamente si ammorbidisce al punto di diventare anche difensore di questi ragazzi che vengono arrestati dalla polizia?
Il nuovo film di Paolo Virzì è un affresco di un microcosmo che è davvero tanto, troppo lontano dalla realtà. Una favola neo ecologista, una lettura si direbbe radical chic di un mondo che non solo non esiste più ma che stride con la realtà di tutti i giorni che non è fatta di vendemmia e viti da coltivare o, perlomeno, se lo è fatta lo è in minima parte. E allora ci si chiede perché Virzì che è un talentuoso regista, che è riuscito a scandagliare meglio di ogni altro dentro le sfaccettature dell’animo umano, finisca per fare un film che piacerà a chi vive dentro la Ztl ma dirà poco o nulla a tutti gli altri?
Ha provato a spiegarlo lo stesso regista: “È un film sulla morte e sulla vita, su come anche il dolore possa generare tenerezza e protezione. Adriano sembra cercare ostinatamente una solitudine che è disturbata dall’arrivo di una comunità di ragazze e ragazzi. Tra loro Matilde, che è incinta ma non sembra importarle se il nascituro abbia un padre. Il tema del padre e della paternità anima il duello tra Adriano e Matilde. Il reciproco fastidio diventa alleanza, una tutela per lei, una rinascita per lui. Intorno c’è la Natura che ci assomiglia: un vigneto selvatico che, se curato, produce un vino che mette euforia”.
Sarà ma questa “euforia” e questo percorso di “rinascita”, fa a pugni con la quotidianità di chi non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, di chi è molto lontano da quel mondo che guarda quelli che una volta erano i “burini”, i “vignaioli”, come il nuovo essere nel mondo. Ma è solo una moda, che resiste appena “cinque secondi” perché purtroppo o a ragione il mondo là fuori è tutt’altro.


