“Vie Privée” di Rebecca Zlotowki, un intreccio tra mente e verità.
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C’è qualcosa di affascinante e al tempo stesso spiazzante in Vie Privée, il nuovo film di Rebecca Zlotowski presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025. Un’opera che non si lascia ingabbiare in un solo genere: parte come un dramma psicologico, si tinge presto di mistero, flirta con il giallo e a tratti si apre persino a una leggerezza inattesa, quasi ironica. È cinema che interroga più che spiegare, che preferisce insinuare dubbi invece di offrire risposte.
La protagonista è Lilian Steiner, interpretata da una straordinaria Jodie Foster, psicoanalista americana trapiantata a Parigi. Quando una sua paziente muore in circostanze sospette, la donna si ritrova a mettere in discussione tutto: la sua etica professionale, la razionalità che ha sempre difeso, perfino la sua vita privata.Accanto a lei, Daniel Auteuil e Virginie Efira danno corpo a un triangolo di relazioni complesse dove ogni parola, ogni sguardo, sembra contenere un segreto.
La regista costruisce un mondo in cui la mente diventa un labirinto: l’ipnosi, la memoria e l’immaginazione si fondono fino a far perdere allo spettatore la certezza di cosa sia reale e cosa no. È proprio lì che il film trova la sua forza — nella confusione controllata, nel dubbio come chiave d’accesso alla verità.
Vedere Jodie Foster recitare interamente in francese è già di per sé un piccolo evento. L’attrice, qui, offre una delle interpretazioni più intense degli ultimi anni: controllata e fredda in apparenza, ma attraversata da un’inquietudine sotterranea che lentamente esplode. Ogni gesto, ogni silenzio, ha il peso di una confessione.
Auteuil, nel ruolo dell’ex marito, bilancia la tensione con un’ironia malinconica che alleggerisce il racconto, mentre la Efira è magnetica, capace di rendere tridimensionale un personaggio che vive anche oltre la propria presenza in scena.
Zlotowski dirige con eleganza e misura, alternando piani stretti ai volti a spazi ampi e sospesi, dove il tempo sembra rallentare. Non tutto scorre con la stessa fluidità — alcune parti del film sembrano volutamente ellittiche — ma è chiaro che la regista vuole portarci dentro la mente della protagonista, non fuori da essa. La fotografia, curata da George Lechaptois, avvolge Parigi in una luce morbida e ambigua: né pienamente reale né totalmente onirica. È la città della psiche, non quella dei turisti.
Vie Privée non è un film facile. Richiede attenzione, pazienza, disponibilità a farsi trascinare in un terreno incerto. Ma quando ci si lascia andare, si scopre un racconto sorprendentemente intimo, capace di parlare di ognuno di noi: di ciò che nascondiamo, di ciò che temiamo di ricordare, di come il confine tra la nostra vita pubblica e quella segreta sia sempre più sottile.
Alla fine, non importa se tutte le domande trovano risposta. Vie Privée resta nella mente come un sogno di cui non si capisce del tutto il senso, ma che continua a lavorarci dentro.
Un film elegante, misterioso, e coraggiosamente imperfetto — proprio come la vita.


