Home Cinema Complici del silenzio (2008) di Stefano Incerti.

Complici del silenzio (2008) di Stefano Incerti.

Introduzione

(di Andrea Giostra)

Quello che vi propongo di vedere oggi è un vecchio, ma non vecchissimo, film italiano. Un film bellissimo, un film capolavoro dire, con la magistrale regia di Stefano Incerti. Il film non ha avuto una dirompente forza nell’essere distribuito nelle sale cinematografiche italiane. Avrebbe meritato un successo di pubblico molto maggiore di quello che ha avuto, e avrebbe dovuto avere un successo straordinario all’estero, cosa anche questa che non ha avuto!

Il fatto che lo riproponga oggi, in questo momento storico della vita politica italiana, ha un senso, ed è la stessa motivazione del film che ho proposto qualche settimana fa, “Broken city (2013)”: il potere, la politica, i soldi! Guardare questo bellissimo film italiano oggi è come subire una scossa poderosa dentro la coscienza sonnolenta e ignava di ognuno di noi, e scatenare quel coraggio e quella forza di rimboccarsi le maniche e fare la nostra parte, fare quello che si deve fare, perché quanto accaduto e raccontato in modo straordinario e drammatico da Incerti in “Complici del silenzio” non si ripeta più. Oggi i metodi di controllo del potere e di “eliminazione” dei nemici politici sono cambiati, sono diventati più raffinati, sono fisicamente indolori. Ma danno lo stesso risultato: un danno incalcolabile e imperdonabile che viene fatto alla gente comune che dà il suo mandato a politici che il più delle volte si dimostrano indegni di rappresentare il popolo che li ha eletti, e che hanno il solo obiettivo di stare aggrappati con tutte le loro forze e con le unghia insanguinate per lo sforzo di penetrare la poltrona che garantisce loro privilegi, potere e denaro.

Il popolo: quello non vale nulla. Sono dei numeri, dei voti che al momento giusto dovranno essere recuperati per perseverare quel potere che rende i politici “quasi” intoccabili.

I recenti fatti siciliani ci danno uno spaccato di quello che può accadere anche quando a parlare di una morale e di un’etica politica che non c’è più sono donne e uomini che hanno alla spalle una storia e una reputazione che non dovrebbe lasciare alcun dubbio sulla veridicità e sull’estrema gravità di quello che dicono (nella fattispecie i Borsellino, i figli del Giudice Paolo). Invece…, invece la politica riesce a camuffare anche la verità più oggettiva, i fatti più gravi e insopportabili, e a perseverare ignobilmente e allegramente il suo potere.

Buona visione a tutti.

Complici del silenzio (2008) di Stefano Incerti.

(recensione di Andrea Giostra)

Venerdì 17 maggio 2013, all’età di 87 anni, colpito da malore, moriva uno dei peggiore, più spregevoli e terribili dittatori della storia dell’Uomo, Jorge Rafael Videla Redondo. Governò col sangue l’Argentina dal 1976 al 1981, dopo il golpe del ’76 che organizzò per cacciare Isabelita Peron. L’intera diplomazia internazionale lo fece fare, senza batter ciglio!, e nel 1978 gli concesse, addirittura, di organizzare i mondiali di calcio. Abile copertura diplomatica per coprire, agli occhi del mondo intero, il sangue innocente del popolo argentino che sgorgava senza pietà, gridando giustizia, tra le strade delle belle e colorate città argentine.

Allora, per chi volesse capire questo dramma, vecchio di pochi decenni ma ancora attuale per il dolore immenso che si porta dietro, vale la pena di vedere, o ri-vedere, un film italiano bellissimo. La regia è del bravissimo Stefano Incerti che realizza un vero capolavoro con attori giovani ma straordinari.

La violenza e la crudele sopraffazione della dittatura militare di Vileda, vengono rappresentati in modo estremamente coinvolgente e lo spettatore viene catapultato empaticamente e dolorosamente negli strazi dei protagonisti. I mondiali di calcio del ’78 fanno da cornice e da scientifica copertura all’immensa tragedia subita dal popolo argentino in quegli anni, che lascia lo spettatore con un solco profondo di terribile impotenza e di inconsolabile sconforto. Un film che non ha avuto un grandissimo successo di pubblico, ma al contempo un film di grandissimo impatto emotivo e di straordinaria efficacia culturale e sociale.

Se fossi ministro dell’istruzione, o anche sottosegretario all’istruzione, farei in modo che durante il nuovo anno scolascico venisse visto in tutte le scuole italiane. Ma non lo sono e pertanto mi limito a consigliare di vederlo, o di ri-vederlo per chi l’ha visto già!

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra