Presentato in anteprima mondiale, nella sezione “Panorama” della 69. Berlinale, “Dafne”, il secondo lungometraggio di Federico Bondi, a dieci anni esatti dal suo esordio “Mar Nero”. Nello nostre sale tra un mese, il 21 marzo.

Entrambi i film prendono il via con un lutto che mette in profonda discussione la protagonista, portandola a confrontarsi con una figura sino ad allora tenuta a distanza.

In “Mar Nero” era l’anziana a patire la perdita del coniuge e a scoprire a poco a poco un’inattesa vicinanza con la giovane badante romena prima osteggiata. In “Dafne”, invece, la fragilità del protagonista è incarnata da una donna con meno della metà degli anni di , ma affetta dalla sindrome di Down; la perdita è quella dell’amata madre, mentre la riscoperta chiama in causa l’anziano e debole padre (un commovente Antonio Piovanelli).
In entrambi i film, infine, tale riscoperta si dipana lungo un viaggio, iniziatico e insieme di riconciliazione tanto per la protagonista quanto per la figura che l’accompagna.

Le corrispondenze tra le due opere continuano sul piano stilistico, a sottolineare la limpidezza e la coerenza dello sguardo autoriale di Bondi. Il quale fonde la finzione con la documentazione nella misura in cui magnifica la (iniziale, pre-giudiziale) diversità della protagonista. Che, in entrambi i film, è posta dal regista nelle condizioni di andare oltre le ristrettezze di un testo per esprimere se stessa nel più ampio ventaglio di sfumature.
Pertanto, alcuni dei luoghi e dei compagni del personaggio Dafne sono i medesimi della sua interprete Carolina Raspanti, così come molte delle sue considerazioni, riflessioni, convinzioni e speranze.

Il problema sta però in una delle (poche) differenze sostanziali che separano “Mar Nero” dal film visto qui a Berlino: Ilaria Occhini è un’applaudita attrice professionista, Carolina no. Se entrambi i film poggiano su una sceneggiatura pre-ordinata, non sono cioè documentari work in progress ma, fondamentalmente, (ri)creazioni di un autore, il fatto che Carolina non smetta un secondo di essere (innanzitutto) se stessa prima che l’altro-da-sé richiesto ad un attore, anziché irrobustire il racconto, finisce con l’indebolirlo. Il “limite” di Bondi è quindi, paradossalmente, quello di non mettere un chiaro e invalicabile “limite” tra documentazione e messa-in-scena. Troppo innamorato di Carolina, non consente a Dafne di emergere, emanciparsi e diventare autonoma. Una debolezza che va di pari passo con quella della trama, che non prepara adeguatamente il “prima”, ovvero ciò su cui si dovrebbe innestare “poi” la partecipazione emotiva dello spettatore. Una trama per giunta eccessivamente lineare e a tratti schematica e lacunosa, fatta di leggeri spostamenti di persone e sguardi che non sono in grado di costruire uno sviluppo compiuto.

L’emozione più intensa ci viene da un’altra debolezza, quella del padre anziano e solo. Figura tragica, contraddittoria e trasparente, aspra e dolce insieme, il cui ricordo rimane, profondo, nel nostro cuore.

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