Presentato “Diego Maradona” al 72o Festival di Cannes Roma, il nuovo documentario di Asif Kapadia.

Il regista di “Senna” e “Amy”, stavolta, ha dedicato tre anni di lavoro al ritratto del calciatore più famoso della storia, tra ricerche d’archivio ed apposite interviste ai protagonisti (dallo stesso Maradona, preziosissima “voce narrante”, a Ciro Ferrara, da Ferlaino alla sorella, dal preparatore atletico ai giornalisti).

L’inizio del film è uno dei più folgoranti degli ultimi anni, non solo in fatto di documentari: con una musica trascinante e un montaggio vertiginoso alternato, riviviamo da una delle auto il concitato slalom per le strade di Napoli del convoglio che portava El Pibe de Oro alla presentazione dello stadio San Paolo nel 1984 davanti a un’oceanica folla di tifosi in delirio.
Appena giunti, l’allucinante conferenza stampa nel disadorno seminterrato, un momento in cui emergono in pochi istanti tutte le contraddizioni della futura, nuova avventura di Maradona, e poi l’acclamato palleggio con palla verso gli spalti.

Il documentario di Kapadia scorre incalzante, ripercorrendo le tappe salienti della carriera e della vita privata di Maradona. È il regista a dettare i tempi, a dedicare opportunamente ampio spazio all’infanzia nella bidonville di Buenos Aires, ai genitori, alla nascita di un figlio riconosciuto molto tardivamente (toccante l’abbraccio tra un Diego imbolsito e il ragazzo) e a momenti di calcio (in campo e negli spogliatoi) ritenuti cruciali nell’impossibile tentativo di definire il personaggio.

Un personaggio bipolare, come suggerisce il preparatore atletico: Diego da una parte e Maradona dall’altra, una irrisolvibile dicotomia estesa a tutti gli aspetti della vita di questo ineguagliabile “campione bambino”: l’odio dell’Italia e l’adorazione di Napoli, il rapporto con la compagna e le tante altre donne, la “doppia” paternità, quella riconosciuta ed amata e quella a lungo rinnegata, il genio in campo e la sregolatezza fuori (notti brave, droga e camorra). E così il regista, a quelle ufficiali, preferisce le riprese a bordo campo, in cui si odono le voci dei protagonisti e del pubblico e lo schiocco del pallone; si concentra sulla “tragedia nazionale” di Italia 90, con l’eliminazione della squadra di casa proprio al San Paolo, ma dedica alla finale contro la Germania solo il momento dell’inno argentino fischiato e la conseguente arrabbiatura di Maradona.
I cui tempi d’oro, in quell’estate del 1990, erano finiti, non tanto a causa della sconfitta in finale ma per il tanto “sospeso” su cui la stampa e la giustizia italiane non erano più disposte a soprassedere.

Nella parte finale del film, le ellissi aumentano, del mondiale 1994 il regista riporta soltanto (e decontestualizzato) l’urlo di Maradona per il suo unico e ultimo gol (a fine partita, e a meno di due anni dalla maxi-squalifica, sarebbe stato trovato nuovamente positivo al controllo antidoping, episodio non riportato) mentre nessun accenno vien fatto sull’avventura da allenatore della propria nazionale.

Ho chiesto il perché a Kapadia in persona, e lui ha riconosciuto tali mancanze sottolineando comunque che “c’era davvero troppo materiale”.

Kapadia ha perfettamente ragione: quello che emerge da “Diego Maradona” è il suo personale e sfaccettato ritratto di un meraviglioso e spaventoso mostro bifronte, un dio fragile, un geniale imbroglione e un artista sopraffino. Una dualità vivifica e ingestibile, tutta perfettamente racchiusa in quella sfida mondiale dell’86 contro l’Inghilterra post-Falkland, con il gol più scorretto e quello più bello di sempre.

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