A Venezia 82 “Il maestro” di Di Stefano con un piccolo protagonista rivelazione e Favino maestro di tennis allo sbando
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C’era grande attesa per “Il maestro”, proiettato fuori concorso alla 82ª Mostra del cinema di Venezia, prodotto da Indigo e Indiana e in sala dal 13 novembre distribuito da Vision. Un successo di pubblico e di critica che ha portato molti a domandarsi – come accade ad ogni edizione per alcuni dei film esclusi – perché “Il maestro” non sia stato selezionato nel concorso ufficiale.
Il regista-attore Andrea Di Stefano viene da uno dei titoli più apprezzati alla Berlinale 2023, “L’ultima notte di Amore”, sempre con Pierfrancesco Favino come protagonista. Qui Di Stefano passa dal poliziesco/noir a un film dai toni drammatici venati dall’ironia e dalla leggerezza dello sguardo di un ragazzino, il coprotagonista Tiziano Menichelli, folgorante sorpresa, che interpreta Felice.

IL MAESTRO – Il regista con i due protagonisti sul red carpet di Venezia 82 – Foto di Sabina Filice
L’estate sta finendo nell’Italia degli anni ottanta. Si seguita a rifornirsi di gettoni per le telefonate fuori casa, mentre vita e società – automobili, check-in, informazioni, spostamenti, approcci amorosi, tempo libero – sembrano lontani secoli dagli agi e tentazioni garantiti dalle tecnologie attuali. Anche il tennis italiano è in una sorta di limbo preistorico, non intravede certo numeri uno al mondo e nemmeno vanta grandi talenti, ma guarda ammirato ai modelli stranieri, da Lendl a Vilas. In questo contesto cresce il piccolo Felice – nel nome, forse, una scommessa a rischio –, puntigliosamente seguito e allenato dal padre appassionato di tennis, che vede nel figlioletto il riscatto per sé e l’intera famiglia. Accanto a loro, la madre di Felice e l’ormai adolescente e capricciosa sorella, donne sacrificate alla causa dal laborioso, autorevole e genuino pater familias. E così, dopo l’ennesimo torneo regionale vinto, il padre, per il salto decisivo ai nazionali, affida Felice a Raul Gatti, un talento tradito del tennis passato, dissoltosi dopo aver raggiunto gli ottavi degli Internazionali d’Italia. Uno stop, scopriremo, conseguenza di una vita di eccessi che ha portato l’uomo a legarsi per un periodo a una nobildonna matura – che riapparirà interpretata dall’efficace e intensa Edwige Fenech –, a compromettere giovani allieve (tra cui la ragazza-coraggio impersonata da Valentina Bellè), a tentare il suicidio e a… non concludere il periodo di riabilitazione psichica, abbandonando anzitempo – come un “gatto” randagio – la struttura a bordo di una Jaguar sospetta. Il film si snoda lungo le tappe di tornei nazionali che, molto più competitivi e spietati dei precedenti regionali, per Felice terminano regolarmente al primo turno.
Un percorso in cui Di Stefano, dopo efficaci riprese sopra la terra rossa, volendo probabilmente seguire la mirabile lezione di capolavori quali “Il sorpasso”, privilegia ciò che accade fuori dal campo, nelle soste e nelle trasferte, il difficile “svezzamento” di Felice – dibattuto tra le vecchie e rigide regole paterne vergate sull’onnipresente taccuino e le nuove “non-regole” di un personaggio fintamente sicuro di sé com’è Gatti – e la problematica rinascita di quest’ultimo, uno sciupafemmine sciupato e stordito dai farmaci, cui basta interrompere la terapia per dare in escandescenze e cadere in depressione. Dopo l’ultima deviazione in Campania… arriverà qualche vittoria, per Felice e Raul?

IL MAESTRO – Pierfrancesco Favino sul red carpet di Venezia 82 fotografato da Sabina Filice
Dopo l’impianto ad orologeria di “L’ultima notte d’amore”, Di Stefano sembra concedersi – come i suoi personaggi – una deviazione, ad esplorare una struttura narrativa diversa, “on the road”, fatta di una sequenza di episodi e personaggi minori più che di trame e sottotrame intrecciate sin dall’inizio in un insieme compatto. Tale deviazione porta a scelte ardite, alcune incongrue o perlomeno bizzarre – come il Cristo animato e tennista –, ma inserite nel fascino imprevedibile di una doppia “Via Crucis”, un dialogo forse ultimamente impossibile tra due protagonisti tanto lontani quanto intimamente vicini. È su questa “unione forzata” che poggiano la potenza e il fascino del film.


