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“Abel – Il figlio del vento” (2015), di Gerarldo Olivares e Otmar Penker. – Recensione.

abel_003di Andrea Giostra.

Abel – Il figlio del vento di Gerarldo Olivares e Otmar Penker è un Film bellissimo. E’ bellissimo per chi ama il Cinema, per chi ama la Natura, per chi ama aree del nostro pianeta dove la Natura è incontrastata e domina su tutto, per chi ama le belle Storie, per chi ama la vita cristallina e pura vissuta in luoghi incontaminati dall’Uomo!

Il Film è tutto questo: in una parola è una “Poesia”, tradotta dal bravissimo sceneggiatore – Otmar Penker – e dagli altrettanto bravissimi registi – Gerarldo Olivares e Otmar Penker – in narrazione cinematografica brillante e coinvolgente, con una fotografia mozzafiato e ipnotica creata dagli eccellenti Óscar Durán e Otmar Penker

Il Cast si “riduce” a soli tre bravissimi attori francesi (più la mamma scomparsa!): Jean Reno, Tobias Moretti e Manuel Camacho.

La storia non è certamente originale, ma è il modo in cui è raccontata, la cornice fotografica, le scene con gli animali che non hanno nulla da invidiare agli eccellenti documentari della “National Geographic Channel”, che ne fanno un Film bellissimo e nel suo genere estremamente coinvolgente per lo spettatore.

Chi ama la natura, chi ama la vita selvaggia, chi ama posti incantevoli e paradisiaci dovrà prima o poi vedere “Abel”: ne rimarrà incantato!

La Storia narra di una coppia di aquilotti dei quali il più grande ad un certo punto scaccia dal nido il più piccolo, buttandolo giù dal dirupo dove mamma e papà aquile hanno costruito l’inespugnabile nido. È a quel punto che interviene casualmente Lukas, il piccolo protagonista del Film, vittima adolescente della recente e prematura scomparsa della sua mamma, che ritrova con il piccolo aquilotto la voglia di gioire prendendosi cura del cucciolo bisognoso di affetto e di amore; ed è in questa sfida con la natura che Lukas ritrova la gioia di vivere e inconsapevole percorre la strada che lo porterà dritto dritto verso il sano recupero dell’apparente compromesso rapporto col padre.

Jean Reno, come sempre, recita il suo ruolo in modo brillante, calandosi nella sua parte in modo naturale e spontaneo, arricchendo il film di maestria, talento e bravura recitativa infinita!

Link di riferimento per maggiori informazioni sul corto-metraggio Abel – Il figlio del vento”:

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Presentazione de “ilprofumodelladolcevita.com”:

https://www.ilprofumodelladolcevita.com/abel-figlio-del-vento-2016-gerarldo-olivares-otmar-penker-al-cinema-dal-29-settembre-2016-tre-nuove-clip-nostri-lettori/ .;

Official YouTube Page 1:

https://youtu.be/9gsG9mZ-UxI ;

Official YouTube Page 2:

https://youtu.be/GpC4Ruz6NWQ ;

Official YouTube Page 3:

https://youtu.be/9KIjF_PdneE ;

Official Facebook Page:

www.facebook.com/AbelIlFiglioDelVento ;

Official Twitter Page:

twitter.com/Adler_Ent ;

Materiali disponibili:

http://bradek.it/recap/abel-figlio-del-vento ;

I lettori che volessero conoscere l’autore della Recensione, Andrea Giostra, possono consultare la sua “Official Facebook Page” e la sua “Personal Facebook Page”:

https://www.facebook.com/AndreaGiostraFilm/ ;

https://www.facebook.com/andrea.giostra.31 .

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Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra