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Angus Deaton, “La Grande Fuga. Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza”, Ed. il Mulino, Bologna, 2015 – recensione di Andrea Giostra.

Oggi, Mercoledì 17 febbraio 2016, mi è venuto in mente il saggio di Serge Latouche pubblicato nel 2007, mentre leggevo “La Grande Fuga. Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza” di Angus Deaton, economista scozzese, professore all’Università di Princeton, tra i massimi esperti mondiali di Sviluppo Economico e Povertà, Presidente dell’American Economic Association, membro dell’American Philosophical Society, e per finire, Premio Nobel per l’Economia per il 2015.

the-great-escapeLa grande fuga” (The Great Escape), dal quale trae il titolo del suo saggio Deaton, è un importante Film del 1963, vincitore nel 1964 sia del Golden Globe che del Premio Oscar come miglior Film. The Great Escape fu diretto da John Sturges che utilizzò la sceneggiatuera non originale di James Clavell, tratta dal best-seller di Paul Brickhill, e vide quali attori protagonisti straordinari ed insuperabili artisti hollywoodiani degli anni ’60-’70 quali Steve McQueen, James Garner, Richard Attenborough, James Donald, Charles Bronson, Donald Pleasence, James Coburn, Hannes Messemer, David McCallum, Gordon Jackson, John Leyton, Angus Lennie, Nigel Stock. Robert Graf, Jud Taullor, Karl-Otto Alberty.

Paul Brickhill era un pilota della Royal Australian Air Force, il cui Supermarine Spitfire venne abbattuto dai Nazisti in Tunisia nel marzo del 1943. Tutti i spravvissuti vennero internati in Germania nel campo di concentramento di Stalag Luft II a Sagan – ora Źagań che si trova in Polonia ma allora era terra tedesca della Bassa Slesia – riservato agli ufficiali nemici del Terzo Reich. Brickhill partecipò alla costruzione di tre lunghissimi tunnel per “fuggire” dal campo nazista, che richiesero, da parte degli ufficiali prigionieri dei nazisti, un’organizzazione capillare e minuziosa, e mesi di lavoro.

The Great Escape di Paul BrickhillAngus Deaton, prendendo come metafora il Film di John Sturges del 1963, presenta un modello economico-sociale di Fuga dalla deprivazione, dalla mancanza di cibo, dalla mancanza di lavoro, dalla morte certa riservata agli abitanti di alcune aree ben note del nostro pianeta. Nel suo saggio, Deaton, dimostra, senza possibilità di essere smentito, che la causa principale dei fenomeni migratori attuali, sono il prodotto inconsapevole di una generazione occidentale, europea e nord-americana, che nell’intraprendere azioni per rendere l’esistenza meno dura, più confortevole, più agiata, finalizzata insomma al massimo benessere ed alla felicità, ha creato sì progresso, ma anche grandissime disuguaglianze tra i popoli, tra le nazioni, tra le classi sociali, tra i cittadini del mondo. Il benessere e la felicità di cui ci parla Deaton nel suo interessante saggio, non è tanto legato al possesso del denaro, quanto alla salute, al benessere psicologico, alle relazioni umane sane e durature, alla possibilità di vivere più a lungo possibile per godere delle opportunità che ci dà la vita. Insomma, il Premio Nobel per l’Economia del 2015 Deaton, nel suo libro “La Grande Fuga”, si pone il problema se il progresso effettivamente crei ed abbia creato negli anni passati, fino ai giorni nostri, quello per cui era nato, ossia la felicità!

In questo preciso momento storico mondiale, siamo nel mese di febbraio dell’anno 2016, è chiaro a tutti noi che il risultato sperato dai nostri avi, che avevano puntato con grande fiducia ed entusiasmo al “progresso” quale strumento per creare benessere e felicità, è stato un grandissimo fallimento!

Quello che, invece, è stato il vero risultato del progresso nato dal dopoguerra in poi in occidente, sia in Europa che nel nord-America (Usa e Canada in particolare) è stata la “grande disuguaglianza tra i popoli e le genti”. Scrive a tal proposito Deaton: “E’ un errore supporre che prima della rivoluzione industriale il resto del mondo fosse sottosviluppato e disperatamente povero. Alcuni decenni prima di Colombo la Cina era avanzata e ricca quanto basta per riuscire a inviare una flotta di navi gigantesche – delle portaerei in confronto alle navi a remi spagnole – a esplorare l’oceano Indiano sotto il comando dell’ammiraglio Zheng He. Trecento anni prima la città di Kaifeng era una laboriosissima metropoli di un milione di anime i cui mulini fumosi non sarebbero apparsi fuori posto nel Lancashire otto secoli dopo. Gli stampatori producevano milioni di libri a prezzi accessibili anche a lettori in condizioni modeste. E tuttavia queste epoche, in Cina o altrove, non erano destinate a durare, e ancor meno a lanciare un processo di crescita continuo.” (p.24).

Ed è a questo punto che ritorna il pensiero di un modello economico-sociale all’avanguardia con i tempi ed adeguato a quell’equilibrio ecologico che la Natura pretende da sempre e che, al di là della volontà dell’“uomo stolto”, prima o poi si riprenderà con tutte le forze di cui dispone.

Serge Latouche, uno dei più grandi economisti francesi della storia dell’Economia mondiale, oramai da più di quarant’anni porta avanti – inascoltato e talvolta deriso! – questa teoria e questo modello al quale, in un certo qual modo, fa riferimento anche lo stesso Premio Nobel 2015 Deaton, come spiega brillantemente e senza possibilità di essere smentito nel suo bel saggio di cui stiamo scrivendo.

la-scommessa-della-decrescita-di-serge-latouche-655x1024Latouche sostiene che è solo attraverso la società della decrescita che l’occidente ed il mondo intero possono cambiare le loro sorti. Latouche è stato il primo economista – già dagli anni settanta – a studiare scientificamente e a teorizzare questo approccio culturale ed economico, che vorrebbe dare all’economia moderna e prospettica del XXII secolo, una dimensione sostanziale ed ecologica, in sintonia con la Natura. Questa dimensione, esposta in modo straordinario nel suo brillante e breve saggio “La Scommessa della decrescita” del 2007, è intesa come attività in grado di fornire i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni delle persone e come azione quotidiana per dare all’uomo quel benessere e quella felicità che si era posta – sbagliando di brutto! – il modello socio-economico dello sviluppo infinito che è appunto quello della crescita infinita! E’ quello del dopoguerra, quale modello economico-sociale, che oggi viene drammaticamente smentito dai fatti e dagli accadimenti che stanno stravolgendo il mondo intero e che ad una attenta ed intelligente analisi non avrebbe mai potuto trovare conforto nella Natura: non può esistere una “crescita infinita” in un Mondo che per definizione ecologica e fisica è “un mondo finito”.

Il problema reale oggi – per cui la direzione economica della crescita infinita intrapresa da cinquant’anni non potrà facilmente essere deviata verso un modello economico che viri verso il bene comune e la felicità della stragrande maggioranza della popolazione terrestre – sono i potentati economici, le grandissime multinazionali, le ciniche lobby internazionali di potere, la concentrazione delle ricchezze in mano a pochissimi uomini del pianeta terra. Lo stesso Papa Francesco qualche giorno fa in Messico, durante un suo discorso davanti a milioni di fedeli, sottolineava che non è possibile che la ricchezza di tutto il Mondo sia concentrata nelle mani dell’uno per cento della popolazione del pianeta! Il problema è proprio lì. Quell’uno per cento della popolazione, che utilizza quotidianamente tutti i mezzi di comunicazione di massa a sua disposizione, tutto il potere economico e politico di cui dispone, non è disposto, per cupidigia e per egocentrismo narcisistico, a cedere nulla di quello che possiede, anche se quel “tutto” che possiede non gli serve a nulla perché non potrà mai goderne appieno essendo anche loro degli “esseri umani finiti” spazio-temporalmente.

Relitto Titanic 1988E quindi, piuttosto che creare in loro “felicità”, questo “immenso possesso di cose”, crea in loro inquietudine, paure, ansie, paranoie ingiustificate di perdere tutto quello di cui dispongono, non rendendosi conto, perché oramai sono accecati irreversibilmente dal bisogno irrefrenabile del possesso, che il mondo sta procedendo velocemente e senza alcuna guida, come il famoso Titanic del 1912, verso una sorte segnata e brutale, che solo la Natura, quando vorrà, potrà riprendere a scapito dell’”uomo stolto del XX e del XXI secolo!”.

 

 

N.B. – Questa è la recensione integrale di Andrea Giostra del Saggio di Angus Deaton, “La Grande Fuga. Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza”, Ed. il Mulino, Bologna, 2015, di cui uno stralcio è stato pubblicato da “La Repubblica-Palermo”, alla pag. XI “Spettacoli, Cultura, Sport”, di Domenica 5 giugno 2016.

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra