Basta paura e buio, ora “C’è Tempo” per guardare l’arcobaleno, di Walter Veltroni
Recensione di Giancarlo Salemi
Un road movie, il viaggio di due fratelli che non si erano mai incontrati prima e che scoprono di avere molto in comune. Arriva al cinema il 7 marzo in 250 copie “C’è tempo” il primo film di Walter Veltroni dove il tema della paternità e della ricerca di se stessi, così come quello dei sogni e dell’importanza di inseguirli, fa ancora da filo conduttore all’idea di cinema del già segretario del Partito Democratico.
Un film che si tiene sulle spalle robuste di un bravissimo Stefano Fresi, un quarantenne precario e stralunato che di mestiere fa il ricercatore per il Cnr e, più in particolare, l’osservatore di arcobaleni. Alla morte del padre, mai conosciuto in verità, scopre di avere un fratellastro di 13 anni, Giovanni, interpretato da un sorprendete Giovanni Fuoco, che invece indossa già i panni dell’adulto. Raggiunto dal notaio Lolotta Cortona (un nome un omaggio a Cesare Zavattini) deve decidere se prendersi cura del ragazzo (a fronte di una ricompensa da 100mila euro) oppure tornare nel suo paesello di montagna ad inseguire gli arcobaleni. Spinto da una moglie con cui non va più d’accordo ma favorevole, lei sì, ad incassare la grande somma messa a disposizione del defunto padre, Stefano inizia con il ragazzino un viaggio che lo porta a conoscere anche la cantante Simona (Simona Molinari) e scopre, strada facendo, in un viaggio sempre più lungo che li porterà fino a Parigi, che quel ragazzino gli piace parecchio al punto da spazzare via tutti i suoi pregiudizi.
Il film è un omaggio al cinema con continue citazioni da Ettore Scola e Marcello Mastroianni, passando per il Novecento di Bernardo Bertolucci fino – e non può mancare mai a chi è appassionato di cinema fin dalla tenere età – a Francois Truffaut e i suoi “Quattordici colpi”.
“E’ un evidente atto d’amore – dice Veltroni – per il cinema. Chi ama il cinema ne potrà riconoscere oltre cinquanta di citazioni tra scenografia, costumi, luoghi, battute”. E a chi gli fa notare come la pellicola rischia di essere sempre un racconto troppo buonista, Veltroni per niente piccato risponde: “Io sono fatto così e considero quanto di più rivoluzionario in questo momento quelli che vengono chiamati i buoni sentimenti come l’accoglienza, l’ascolto dell’altro, il suo riconoscimento. Viviamo in un tempo in cui prevale l’idea del muro, del cavallo di Frisia, dell’odio e dell’insulto. E se anche dicono che sono buonista, va benissimo. Non mi sono mai ribellato a questa definizione, anzi la rivendico”.
D’altra parte l’arcobaleno, al contrario del labirinto, è un simbolo importante, di questi tempi bui. “E’ un luogo reale e di sogno dove differenze radicali – prosegue il regista – quelle della luce e dei colori, convivono trasformandosi in una meraviglia per tutti. Il labirinto, luogo per definizione uniforme, ci isola e disperde. L’arcobaleno, esaltazione della diversità ci unifica nella comunità di uno sguardo e di un incanto”.
Con un bel flash back, poi, il film ci riporta all’estate del 1982, quella della vittoria dei mondiali (la stessa, tra l’altro raccontata in un film di successo di questo inizio anno come “Non ci resta che il crimine” di Massimiliano Bruno) e ci racconta di come Stefano si sia innamorato degli arcobaleni (“Ma che d’avero”… dice vedendo il primo spuntare all’orizzonte della spiaggia di Fregene) e di un gelato, l’arcobaleno che andava di moda trent’anni fa e che l’Algida, proprio in onore del film, ha deciso di riproporre a partire da questa estate. Un mezzo miracolo veltroniano. Più buono di così!

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