Home News “Ben Hur” (2016), di Timur Bekmambetov. – Recensione.

“Ben Hur” (2016), di Timur Bekmambetov. – Recensione.

002di Andrea Giostra.

Il remake di Timur Bekmambetov non fa altro che deludere lo spettatore che invece, ingannato dal trailer, si aspetta un Film vulcanico, dinamico, avvincente, ben ritmato, con una sceneggiatura che certamente non avrebbe fatto rimpiangere l’originale di Lew Wallace del 1959 vincitore di ben 12 Oscar!

Senza voler usare ipocriti e ingenui eufemismi, questo Film, diretto dal regista kazako Timur Bekmambetov, ri-scritto e ri-sceneggiato dagli statunitensi John Ridley (vincitore del Premio Oscar 2013 per la migliore sceneggiatura non originale del Film “12 Years a Slave”) e Keitt R. Clarke (quasi sconosciuto al grande pubblico cinematografico americano avendo realizzato poche sceneggiature importanti – “The Way Back” (2010), “In Search of Dr. Seuss” (1994) -; ma forse più conosciuto come produttore e scrittore statunitense!), è quasi dilettantesco!

Se doveva essere una sfida con la più celebre e mitica versione colossal diretta da William Wyker nel 1959, che ha visto grandissimo protagonista l’insuperabile Charlton Heston, questa è stata miseramente persa senza giustificazione alcuna!

La narrazione è lenta, insipida, piatta, bonaccia, asettica, con un filo conduttore narrativo che spesso lo spettatore perde e che poi ritrova, dopo un po’, aggrovigliato e incomprensibile! Le scene sembrano realizzate a compartimenti stagni non comunicanti! In una parola: un vero e proprio fiasco cinematografico!

Forse l’unica scena interessante, che salva il costo del biglietto e che al contempo pulsa di azione cinematografica, è quella finale della corsa con le bighe dove un’ottima rappresentazione, utilizzando le ultime e recentissime tecnologie informatiche della C.G.I. (computer-generated-imagery), fanno sbocciare un subitaneo e repentino palpito allo spettatore che rimane empaticamente coinvolto, ma certamente non travolto!

Quella di Timur Bekmambetov è certamente la peggiore versione delle cinque che dal 1907 si sono succedute nel tempo: le due versioni “mute” del 1907 e del 1925; la celebre ed insuperabile versione del 1959; il film di animazione del 2003; per finire, appunto, con l’ultima del 2016.

Il Cast di attori è interessante e di grande esperienza hollywoodiana, ma non basta a salvare il film: Jack Huston, Toby Kebbell, Morgan Freeman, Rodrigo Santori, Nzanin Boniadi, ed altri ancora!

Gli sceneggiatori combinano un pasticcio incredibile: intenti a ri-scrivere una versione originale della narrazione romanzesca di Wallace, si ritrovano a realizzare un’ “opera” che rinnegare la natura stessa del Romanzo e la straordinaria bellezza dell’originario di Lew Wallace, dal titolo “Ben Hur: A Tale of Cristo” del 1880.

Non mi resta che scrivere una Breve Sinossi, perché sul Film non c’è altro da dire:

Il protagonista del Film, Giuda Ben Hur, vive in Giudea proprio negli anni di Gesù di Nazaret. L’unico interesse del principe Ben Hur è quello di mantenere la sua libertà, la sua autonomia, il suo benessere e la sua ricchezza, tenendosi ben distante dal potere di Roma, che venera senza esitazione alcuna, ed al contempo prendendo le distanze dai primi ribelli giudei, al potere imperiale di Roma: gli Zeloti.

Una serie incredibile di vicende, all’arrivo del nuovo Prefetto di Roma Ponzio Pilato, costringono i romani a distruggere la famiglia di Giuda Ben Hur e a farlo schiavo in una galea romana.

Il resto della narrazione è frutto del dolore prima e della sete di vendetta poi di Ben Hur che si sente tradito dalla persona che ritiene suo fratello acquisito ma che volta le spalle a lui ed a tutta la sua famiglia.

Il resto è da vedere al cinema. Oppure aspettare pazientemente qualche mese che esca nei canali satellitari.

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Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra