Denise Tantucci (Stella) in “buio”

Forse l’arrivo dell’estate non sarà il momento migliore per lanciare un film. In questo periodo dell’anno siamo già entrati in clima “vacanze” e le alte temperature suggeriscono altre possibilità di evasione. Eppure, Buio, esordio dietro alla macchina da presa per Emanuela Rossi, in sala da ieri, potrebbe essere una valida ragione per ritornare al cinema dopo tanti giorni di quarantena, in cui la nostalgia per il grande schermo si è fatta sentire.

Il titolo richiama l’atmosfera monotona, oscura e cupa in cui sono costrette a vivere tre sorelle, recluse da un padre che racconta loro ogni giorno la presunta crudeltà del mondo esterno. Al contrario la casa, con tutte le sue comodità e il suo spazio limitato, rappresenta la sicurezza, la tranquillità, la pace, la serenità, per questo è assolutamente proibito uscire. Il sole, con i suoi pericolosi raggi e la sua luce potente, potrebbe arderle nell’arco di pochi minuti.

Un giorno però, il padre non torna a casa e Stella, la maggiore delle sue tre figlie interpretata da una bravissima attrice come Denise Tantucci, decide a suo rischio e pericolo di farsi coraggio ed uscire per andare in cerca di cibo. L’occasione si rivelerà propizia per scoprire che lontano dalle quattro mura che l’hanno sempre circondata, c’è un mondo che scorre, lavora e produce.

La storia è un unicum ma la regista ha scelto di dividerla in capitoli, introdotti da interessanti illustrazioni ideate e realizzate da Nicoletta Ceccoli. La trama è piuttosto insolita e trattandosi di un film italiano, sono già in tanti ad aver apprezzato il coraggio e la fantasia di chi ha scritto accuratamente la sceneggiatura. Al di là del racconto, i veri elementi capaci di rivelarsi protagonisti sono la bellezza della natura; il contrasto tra il “tran-tran” della città ed il silenzio che regna sovrano in villa; le persone ferme a parlare per la strada, che se in un primo momento mettono in soggezione, poi faranno sentire Stella a suo agio. Alla sua prima uscita, la ragazza segue gli insegnamenti di suo padre andando in giro con un casco in testa, una mascherina alla bocca ed un paio di occhiali, rigorosamente da sole. Ha paura delle automobili e teme di avvicinarsi a qualcuno che potrebbe magari farle del male. In realtà, lei che non è mai stata a scuola, non ha avuto amici e non ha la minima idea di tutto ciò che nasconde la strada, scopre soltanto felicità. La felicità di alzare gli occhi al cielo e guardare le stelle, o un panorama da cui è facile osservare tanti monumenti, delle belle case o prati verdi.

Non è la prima volta che la fantasia suggerisce a qualcuno di creare un personaggio capace di insegnare a un bambino che il mondo è qualcosa di crudele e tenebroso. Per citare qualche esempio, in Notre Dame de Paris, Victor Hugo, aveva immaginato un gobbo costretto a trascorrere l’adolescenza nel campanile della cattedrale. Guardando anche a tempi più recenti, il ricordo ci conduce a Room di Lenny Abrahamson in cui una madre, fa credere a suo figlio che il mondo sia tutto racchiuso in una “stanza”. Anche lo scorrere delle immagini non lascia spazio a sorprese: durante la narrazione non è difficile prevedere cosa può accadere. Eppure, Buio è senz’altro un’esperienza, una grande prova di un cinema che tiene conto dei dettagli ed osserva attentamente i personaggi nel loro mutamento emotivo e psicologico.

Emanuela Rossi deve essere lodata anche per aver portato al successo un film a basso costo, concentrato soltanto sui quattro protagonisti (il resto dei personaggi appare sullo schermo solo per pronunciare poche battute).

Se nella scena iniziale, un’enorme macchia di sangue ed il canto in sottofondo di 150 la gallina canta, lasciano pensare si tratti di un thriller ricco di azione o dalle atmosfere horror, l’idea a poco a poco cambia. Anche questo, è un motivo per cui vale la pena vederlo.

Eugenio Bonardi

Commenti

commenti