Home Interviste Carlo Bosticco, Attore, Cantante, Artista poliedrico, con una formazione artistica anglosassone e...

Carlo Bosticco, Attore, Cantante, Artista poliedrico, con una formazione artistica anglosassone e hollywoodiana, conversa di Arte. – Intervista.

bosticco-001di Andrea Giostra. 

“Il Profumo della Dolce Vita” ha incontrato Carlo Bosticco, nato ad Alba, una cittadina piemontese con una storia antichissima – addirittura i primi resti della città risalgono al neolitico (tra il VI ed il III millennio a.C.) – estremamente importante, ricca di cultura e di eventi che per certi versi hanno contribuito a favorire l’Unità d’Italia”. Uno degli eventi settecenteschi più significativi di Alba fu certamente il fiorire di attività letterarie ed artistiche, la principale delle quali fu l’“Accademia Filarmonica-Letteraria” creata dal canonico Odella, e che vantò l’adesione di intellettuali ed artisti assai illustri nel ‘700 e nell’ 800, tra i quali spiccano sicuramente Silvio Pellico (1789-1854), scrittore, poeta e patriota italiano, famosissimo in Italia per aver scritto l’Opera letteraria ”Le mie prigioni”, pubblicata nel 1882, che nell’ 800 fu la più famosa e la più letta in tutta Europa; e Giovanni Prati (1815-1884) Poeta e Politico italiano di quel periodo assai farraginoso nel quale si doveva “Fare l’Italia”.

Carlo Bosticco nasce e passa la sua infanzia e la sua adolescenza in questa cittadina bellissima, ricca di cultura e di architettura importante, che ne fa una delle città più belle d’Italia. Oggi Alba è nota anche per importanti prodotti, frutto del lavoro dell’Uomo, quali il vino, i costosissimi tartufi, e soprattutto la Nutella, conosciuta in tutto il mondo.

Questa è la matrice sociale, culturale ed artistica di Carlo Bosticco che non va certamente sottovalutata secondo la significativa prospettiva fenomenologica di Martin Heidegger (1889-1976), importantissimo filosofo tedesco che ha messo in strettissima correlazione il rapporto dell’Uomo, dell’Artista, con il proprio ambiente di nascita, di vita, di crescita, con la propria terra, con le proprie ancestrali origini culturali, artistiche ed ontologiche.

Fin da bambino Carlo, quasi con un istinto innato alla recitazione e all’Arte, mette su i primi spettacoli per i genitori con i pupazzi rappresentando le avventure dell’antica mitologia degli eroi greci. I suoi primi laboratori teatrali li sperimenta al “Liceo Classico G. Govone” che ha frequentato da studente nella sua cittadina di nascita, Alba, dove scopre e riscopre il suo talento del quale ci parlerà in questa interessantissima conversazione-intervista con Andrea Giostra.

 

Ciao Carlo, e benvenuto presso la nostra Redazione. Grazie per aver accettato il nostro invito per questa conversazione che sicuramente sarà molto interessante; e ti dico la verità, sono anche molto curioso di cosa uscirà fuori considerata la tua esperienza come Artista poliedrico dalla maturità ed esperienza invidiabili.

La prima domanda che faccio agli artisti che intervisto, è quella di chiedere loro di presentarsi ai nostri lettori con parole semplici come Uomo, più che come Artista. Tu sei un attore giovane, ma molto determinato e con un indiscusso talento artistico che è frutto di tante cose ma sicuramente anche delle tue origini italiane, della tua città in particolare, dove la Cultura e l’Arte sono come il pane o l’aria che respiriamo. Se dovessi presentarTi ai nostri lettori, cosa diresti loro di Te?

Ciao Andrea e grazie dell’introduzione. Hmmm… una domanda così semplice e annaspo già! Spero che conoscermi come artista sia conoscermi come uomo: la mia arte e i miei personaggi sono sempre estensioni della mia interiorità. Se dovessi descrivermi mi definirei un giullare mistico: sono scoppiettante, istrionico, demenziale, eppure, come i giullari del passato, ho fatto dell’andare nella profondità dell’animo umano la mia crociata. Amo l’alta commedia e l’alta tragedia e mi curo poco di quello che sta nel mezzo. Sono un amante di tutto ciò che è “magico” e un grande oppositore del “realismo”. Sono un buddista praticante e medito tutti i giorni. Credo nell’importanza di affrontare i propri dèmoni e di aiutare gli altri a fare altrettanto. Credo che l’amore sia un muscolo da sviluppare. Sono un vegano convinto… ma non di quelli antipatici, spero!

Bella presentazione Carlo. Semplice ma efficace che danno già una buona immagine di te!

Carlo, come e quando hai scoperto il tuo talento di artista e di attore in particolare? E quando e come hai scelto di fare l’attore come professione della tua vita, come scelta di vita direi? 

Come dicevi tu prima, ho sempre avuto una certa propensione per la drammaticità, fin da giovanissimo. A giocare con me invitavo solo i bambini che ritenevo bravi a interpretare i personaggi (giochi del tipo: “Io sono He-man, tu sei l’Uomo Ragno!”). Ed ero già anche piuttosto voto a voli pindarici: mi ricordo che alla scuola elementare, alla recita de “I tre porcellini”, avevo insistito per riscrivere il finale e mi ero presentato come un unicorno con tanto di ali di stoffa per scacciare via il lupo cattivo.

Il mio liceo aveva un gruppo di recitazione pomeridiano, voto ad allestire una tragedia greca alla fine dell’anno, sotto la guida di registi professionisti di Torino. Mi iscrissi subito, e poco dopo mi infiltrai per bene anche lì, diventando aiuto-regista. Mi occupai di selezionare musiche per accompagnare la nostra versione di “Antigone”, ricavata da un misto di testi di Euripide, Brecht e Anouilh, oltre a interpretare il personaggio di Creonte. Inoltre, finii anche per dirigere diversi saggi della mia classe di canto del conservatorio di Alba, l’Istituto Musicale “Lodovico Rocca”. Insomma, mi cacciavo un po’ dappertutto!

A quel punto era chiaro a tutti quale direzione avrei preso. Mi ricordo che, all’esame di maturità, il commissario esterno mi chiese quali sarebbe stata la mia strada oltre il liceo. «L’attore!» risposi senza indugio. Con una goccia di sudore sulla fronte mi rispose: «Oh, bene… ma… altrimenti?». E io: «E altrimenti niente. L’attore!». 

Avevi le idee chiarissime Carlo! È questo spesso è un gran bene perché hai avuto la consapevolezza di quale strada dovevi prendere senza esitazione, seppur tortuosa e colma di difficoltà e di “buche” da scansare! Ma hai fatto la cosa giusta: è l’istinto e la passione che bisogna seguire, altrimenti, poi, dopo qualche anno, si vive di rimorsi e di rimpianti per il resto della propria vita, se non si fanno le scelte che la nostra anima ci indica da giovanissimi!

Qual è stato il tuo percorso formativo, Carlo, quali scuole di recitazione hai frequentato e perché proprio quelle? Cosa vuoi raccontarci della tua formazione artistica e professionale? 

Diciamo che le scuole scelgono te, non il contrario: i posti sono pochi e la competizione è feroce. Mi sono trasferito a Londra dopo la maturità per fare audizioni per le accademie più prestigiose; volevo essere in grado di raggiungere un pubblico più vasto possibile, senza limitarmi solo all’Italia. Il mio inglese all’epoca, però, era puramente scolastico; mi ricordo che preparare i monologhi di Shakespeare fu una vera impresa, come chiedere a uno straniero di recitare Dante in maniera sciolta, e il mio accento italiano era marcato. Ho avuto molta fortuna perché sono stato notato subito dalla “Conti”, una delle più vecchie scuole di recitazione di Londra (l’unica specializzata nel metodo americano Meisner, che si concentra sulla necessità dell’attore di “rimanere presente al momento”). Dopo la mia laurea mia madre era scioccata che la durata degli studi fosse così “breve” (in Inghilterra l’università dura tre anni). Sotto il suo consiglio ho deciso di continuare la mia formazione. Ho fatto altre audizioni e ho avuto nuove offerte. La scelta infine è caduta tra lo studiare mimo all’accademia LeCoq di Parigi o un master in “Musical Theatre” al “Royal Conservatoire of Scotland”. Per quanto mi sarebbe piaciuto migliorare il mio francese, il mio amore per la musica e il canto ha prevalso. Ho trascorso un anno a Glasgow, nella stessa scuola che ha preparato Alan Cumming, David Tennant, James MacAvoy, Richard Madden e tanti altri.

bosticco-006Per quanto riguarda la scrittura sono totalmente autodidatta, ma gli studi drammatici mi aiutano senza dubbio. Scrivo sempre con in mente l’obiettivo di fare dono ai miei attori di battute e situazioni che permettano loro di brillare. 

Hai fatto una bellissima e poliedrica formazione artistica e in luoghi dove la disciplina viene al primo posto: nessuna Arte senza disciplina consente di acquisire le migliore tecniche per esprimere il talento innato di un Artista. E vedo che tu hai fatto delle bellissime, ma al contempo molto impegnative scelte professionali!

Carlo, nella tua crescita artistica, durante le tue prime esperienze da attore, quali difficoltà serie hai incontrato? Qual è stata, insomma, la cosa più dura da superare che ricordi ancora oggi?

Lo shock culturale con il mondo anglosassone. Le aspettative su cosa sia vera Arte sono totalmente diverse da popolo a popolo e l’estetica cambia da paese a paese. Penso sia questo in parte che mi ha condotto a espandere la mia carriera negli Stati Uniti d’America. La mia sensibilità italiana, più drammatica e manieristica, è naturalmente apprezzata lì. In Inghilterra lo stile recitativo è molto più contenuto, più represso, mentre gli americani sono espansivi come noi. Spesso, agli inizi, mi veniva detto che “ero troppo”… mi muovevo troppo, troppa emozione, troppa passione, troppo…

Ma il processo, per quanto frustrante, è stato molto benefico. Ho imparato la potenza che esiste nell’incanalare una grande energia in un piccolo punto, in una calma intensa: tutta la mia passione latina per nutrire una fermezza e una sobrietà puramente anglosassone. L’ho visto con molti dei miei colleghi “stranieri”: quando finalmente quei due mondi si incontrano i risultati sono elettrici. 

Carlo, saprai probabilmente, avendo letto qualcuna delle mie interviste, che sono un grande lettore e penso che il più grande scrittore del profondo dell’animo umano della storia della letteratura umana sia Fëdor Michajlovič Dostoevskij. In uno dei suoi romanzi più conosciuti e più belli, “Memorie dal sottosuolo”, pubblicato nel 1864, tra le righe del suo romanzo ci parla della “Teoria dell’Umiliazione”. Sai, Carlo, che con questo concetto così importante che tracciò Dostoevskij nel 1864, a partire dagli anni ’90, alcuni scienziati e psicologi americani, ne hanno fatto una vera e propria teoria psicodinamica, un modello psicologico? Questo modello, che si basa su modelli scientificamente validati, parte dal presupposto che: “sono più le umiliazioni che subiamo nella nostra vita ad insegnarci a vivere meglio e a sbagliare sempre meno: si impara dalla propria esperienza e dai propri errori, soprattutto quando sono gli altri a farceli notare e magari ridono di noi!”. Tu cosa pensi di questo approccio, di questo modello rispetto alla vita ed alla carriera dell’Artista? Hai mai subìto delle umiliazioni che ti hanno lasciato il segno ma che al contempo ti hanno dato una marcia in più per andare avanti e per essere quello che sei diventato oggi, un Artista con una sua storia consolidata, anche se ancora in evoluzione come è naturale che sia per tutte le professioni artistiche e culturali?

Castigo, colpa, umiliazione. Sono distorsioni piuttosto pesanti di alcuni concetti Cristiani mal compresi. Una sensibilità alquanto medievale che tristemente perdura. Nel Buddismo, per esempio, non esiste il concetto di colpa o di peccato originale. Per spiegarmi meglio: Buddha non è un’entità divina altra da noi, ma semplicemente il nome del nostro potenziale più elevato. In altre parole: siamo tutti divini! Tutti figli di Dio e tutti meravigliosi. Umiliarsi ed umiliare gli altri (due facce della stessa medaglia) sono possibili solo quando ci dimentichiamo di questo fatto e tralasciamo la dignità intrinseca dell’essere umano.

Certo ci sono lezioni da imparare quando cadiamo, ma la lezione sta sempre nel trovare la forza di rialzarsi, ricordandosi della propria divinità.

Dostoevskij osservava come sia insita nell’animo umano una certa tendenza “masochista”, un attaccamento al dolore e al vittimismo, e nel contempo rabbia nell’essere vittime dell’umiliazione; il tutto conduce a un circolo vizioso. Se non sbaglio, però, la sua era anche una Teoria dell’Amore: di come il ciclo di umiliazioni e sofferenza possa essere rotto sviluppando la Compassione.

Ci sono certamente state molte occasioni in cui mi sono vergognato dei miei risultati artistici, giudicandomi. E ancor di più, momenti in cui altri hanno cercato di instillare vergogna in me, colleghi o insegnanti, nel nome dell’“onestà” o del “miglioramento”. Ho dovuto spendere molta energia per superare questi mini-traumi. Nella mia esperienza, più amore si offre e si dona al seme, più velocemente e sorprendentemente il fiore cresce. I migliori registi con cui ho lavorato hanno tutti avuto un profondo rispetto per gli sforzi dei loro artisti, e i loro risultati parlano chiaro.

Mi piace la tua risposta Carlo! Anche se l’umiliazione non è solo un concetto occidentale. È qualcosa che appartiene alla natura dell’uomo fin da quando nasce e comincia a relazionarsi col suo simile. In fondo l’umiliazione non è altro che l’essere mortificati da un nostro simile che ha una posizione “superiore” in quel particolare contesto, quale può essere quello di un’Accademia, di una Scuola d’Arte, di una Università, di un “Gruppo Sociale Informale”, etc…. E’ la volontà, per certi versi sadica, di questi soggetti, dal loro narcisistico piedistallo, di offendere il proprio “allievo”, il proprio “discepolo”, il proprio “aiutante”, il proprio “compagno”, il proprio “amico”, etc.., colpendo la sua sensibilità, la sua personalità, ridicolizzandola in pubblico ed al contempo ferendo la dignità professionale, artistica, umana di quella persona! Questo sicuramente porta ad uno stato di grande e grave disagio – giustificato o ingiustificato non importa! – di avvilimento, di frustrazione, di vergogna, di disadattamento: è qualcosa che abbiamo provato tutti sin da piccoli! È un processo psico-fenomenologico e culturalmente trasversalmente, ed appartiene a tutte le latitudini: si cresce e ci si fortifica in questo modo! Non ci sono altre strade! La tua posizione è quella di un adulto che ha trovato nella sua Religione una dimensione di “protezione” saggia ed efficace! Ma le umiliazioni appartengono e fanno parte della storia di ogni essere umano nel suo percorso di crescita verso l’età adulta, che non è certo quella cronologica, ma quella mentale!

Carlo, il mondo del teatro, del cinema e dell’arte in genere è un mondo pieno di insidie e di compromessi. Spesso abitato da tanti piccoli serpenti che non hanno nulla a che vedere con l’arte ma che si insinuano nei suoi meandri per trarne profitto o piccoli e meschini vantaggi personali, come per esempio sedurre con l’inganno giovani artisti o artiste con promesse che non potranno mai mantenere e portandoli verso strade senza ritorno. È molto difficile trovare persone che ti diano una mano con sincerità e senza un tornaconto personale. Questa piccola introduzione l’ho fatta per chiederti cosa ti hanno detto i tuoi genitori quando hai comunicato loro che volevi fare l’attore, l’artista, dando per scontato che quello che ho detto prima fosse risaputo e noto anche a loro? 

Grazie al cielo non ho praticamente mai incontrato tale malizia!

I miei genitori sono stati i primi a supportarmi nella mia scelta: sono molto fortunato. Mio padre direbbe che ha voluto mandarmi all’estero per essere sicuro che fossi così lontano da non poter mai più rubargli le ciabatte. In realtà spero sia orgoglioso di quanto sto creando. 

Cosa pensi invece, Carlo, di questa realtà che ho descritto prima, che spesso il giornalismo d’inchiesta ha messo in luce, mi riferisco nella fattispecie ai “piccoli serpenti che non hanno nulla a che vedere con l’arte ma che si insinuano nei suoi meandri per trarne profitto o piccoli e meschini vantaggi personali.”? 

Fortunatamente il mondo professionale del teatro e del cinema è pieno di individui con grande tempra morale, specialmente al top. Non ho mai avuto esperienze veramente spiacevoli o moralmente ambigue.

Certamente i serpenti esistono, ma nella mia esperienza non sono singoli individui; più che altro sono tendenze, atteggiamenti… gelosia, competizione, una propensione a non andare a fondo e giudicare superficialmente, altezzosità magari… Devo dire di averle incontrate molto di più nel mondo del Musical Theatre, forse perché il talento nella recitazione è molto meno quantificabile, più soggettivo, una questione di gusti; il canto e il ballo invece sono molto più oggettivi: lo prendi il do di petto o no? La gamba la tiri sopra la testa o no? Di natura quell’ambiente aizza la tendenza al confronto, e quella è una vera e propria sentenza per un’artista. Dobbiamo continuamente coltivare il rispetto per la nostra unicità, o quello che abbiamo da offrire ne risente.

Forse non incontro più persone negative perché faccio molta attenzione a circondarmi di positività e supporto. Mi sono costruito una vera e propria famiglia artistica a New York.

bosticco-008Sei stato bravissimo Carlo. In quasi tutte le interviste che ho fatto – e sono centinaia oramai! – questo elemento viene sempre fuori in maniera dirompente e qualche volta drammatica, umiliante! Ma per fortuna gli artisti e le artiste che ho incontrato e con i quali ho scambiato fruttuosi scambi di opinione sull’Arte – perché di questo stiamo parlando, non di una semplice intervista! – sono riusciti a ben difendersi e a trovare una via di fuga procedendo nella direzione del loro talento artistico!

Carlo, mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero rispetto ad una bellissima frase incisa nel grande Frontale del Teatro Massimo di Palermo, famoso perché costruito da due dei più grandi architetti del XIX secolo, Giovan Battista Filippo Basile e il figlio Ernesto Basile. Il Teatro Massimo di Palermo, lo saprai certamente, è il secondo più grande d’Europa per grandezza e capienza di spettatori e possiede una qualità acustica terza in Europa solo dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna. La frase incisa sul Frontale è questa: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu, Carlo, leggendo questa frase cosa ti viene in mente, a cosa pensi, cosa ti ispira che vuoi dirci riflettendoci un momento?

Ho sempre obiettato nel sentire lo spettacolo o l’arte ridotta a mero “intrattenimento”. In Italia magari non succede così spesso, ma all’estero, dove è più commerciale, di sicuro si sente, e il successo di un artista si misura con le vendite.

Davvero credo che l’arte abbia una missione profonda. Nel pratico: non c’è altra cosa che possa cambiare l’umore, l’atmosfera o lo stato vitale di una persona come una canzone o una storia. Per questo i tagli all’arte di così tanti governi sono veri atti criminali: assassini dell’identità culturale di un popolo.

Un’altra faccia di questa medaglia è che molti artisti mirano principalmente ad essere intrattenitori, senza curarsi dell’impatto che possono avere. Abbiamo una grande responsabilità. Ricordo una citazione della paroliera Sheila Davis: nell’istruire una giovane scrittrice che aveva appena creato un testo licenzioso per una giovane cantante, in cui la protagonista invitava la fiamma del momento a trascorrere la notte con lei dicendosi pronta “a tutto”, Sheila chiese all’autrice «Come ti sentiresti se questa canzone causasse anche solo una gravidanza in una ragazzina adolescente?» Non per essere bacchettoni, ma questa è la realtà dell’arte. La gente ascolta e assorbe!

L’obiettivo delle mie opere è sempre quello di espandere le coscienze dei fruitori. Vorrei davvero creare valore nelle vite di coloro con cui la mia arte entra in contatto, anche se solo nel donar loro più comprensione di certi aspetti della loro vita o una più sottile e meno definibile inspirazione; magari addirittura catarsi?

Hai toccato un tema molto delicato Carlo: “la catarsi”! Saprai benissimo che il primo in assoluto, alla fine dell’ ’800, a dare un fortissimo valore clinico-terapeutico alla “catarsi” fu proprio Sigmund Freud. Ma è un concetto molto complicato e complesso per affrontarlo in questa intervista! Ma quello che ti posso dire è che certamente – è un altro concetto freudiano! – l’“identificazione proiettiva” dello spettatore con l’artista, se totale e senza inibizioni, può certamente portare a questo risultato catartico al quale tu hai accennato!

Carlo, hai mai pensato di abbandonare la professione di attore, di artista, non necessariamente per motivi di difficoltà o per problemi di lavoro, ma semplicemente perché volevi sperimentarti in un altro settore? Oppure fare un’altra professione per la quale hai nutrito da bambino una certa intensa passione?

Qualcosa di totalmente diverso dallo spettacolo e dalla scrittura? Ci ho pensato in passato, ma mai seriamente. Mi sarebbe piaciuto diventare un ammaestratore di delfini! Da bambino li adoravo. Mi ero persino informato e dopo aver scoperto che ci vuole una laurea in biologia marina e innumerevoli diplomi in nuoto mi era passata la voglia. Poi c’è anche il dubbio aspetto etico di tenere un cetaceo in prigionia… però li amo ancora molto. 

Bellissimo lavorare con i delfini: una dei sogni più belli di tanti bambini!

Carlo, vorresti raccontare ai nostri lettori una delle cose più buffe e divertenti che ti è capitata nel tuo lavoro? Uno o più episodi che ti hanno messo in imbarazzo ma che ricordarli oggi ti fanno sorridere e divertire. Cosa vuoi raccontare ai nostri lettori in proposito? 

Il mio primo lavoro professionale a NYC è stato una versione della Salomé di Oscar Wilde, in cui interpretavo il profeta Iokanaan, altrimenti noto come Giovanni Battista. Come da copione ero imprigionato in un “pozzo” che la regista aveva situato dietro l’audience e da cui, per le prime scene, gridavo i miei vaticini.

A un certo punto mi rendo conto che qualcosa non torna… il testo del prologo è diverso… Mi ci vuole un attimo per capire: uno degli attori sul palco si è dimenticato le sue battute e nel panico ha cominciato a recitare il suo prossimo dialogo, saltando due intere scene!

Nel frattempo io sono teoricamente imprigionato nel pozzo fino a che una delle guardie non viene liberarmi, ma il mio ingresso è ora incombente… è previsto tra tre secondi dalla quinta di sinistra dall’altra parte dell’auditorium! Scappo dal “pozzo” per conto mio e corro fuori dal teatro, passando dal retro, scattando per i corridoi fino a raggiungere le quinte, appena in tempo per il mio ingresso. Crisi scampata, vero? No. Nel frattempo infatti il tecnico luci non si è accorto di niente e continua a fare il suo lavoro come se nulla fosse… eppure ora gli attori sono due scene avanti a lui. Sto per entrare e iniziare il mio pezzo quando il buio totale cala sul palco, eccetto un singolo cono di luce: quello che, per scelta registica, avremmo dovuto usare per un monologo ahimè ora tralasciato. La Salomé, presa in pieno dal cono di luce e non sapendo cosa fare, comincia quindi un monologo a caso… preso dalla fine dello spettacolo! Sudore freddo. Che faccio ora? Di questo passo lo spettacolo finirà nei prossimi cinque minuti. In un tentativo eroico di salvare la situazione, come la luce cambia entro e comincio il mio pezzo, facendo un dietro front di almeno dodici scene…

Il resto della serata diventa un collage di scene in ordine più o meno sparso, mentre gli attori cercano disperatamente di tappare i buchi con pezzi di testo che non hanno ancora usato.

Non avevamo la chance di parlarci tra di noi: eravamo tutti sul palco per l’intera durata.

La faccia della regista era uno spettacolo. Ma la cosa più bella è che il pubblico non si è accorto di niente. Niente!

Avranno pensato ad una versione innovativa dello spettacolo e magari ne saranno rimasti pure affascinati! (sorrido!).

Chi sono oggi gli attori e le attrici che apprezzi di più e che stimi tantissimo e con i quali ti piacerebbe lavorare, e ai quali ti piacerebbe “rubare” qualcosa del loro modo di fare Arte, di Recitare? 

Posso prendere pezzi da tutti, come il mostro di Frankestein? Che bello! Voglio la laringe di Adam Lambert e Jeremy Jordan (le voci canore maschili migliori del momento), la capacità emotiva di Jonsi della band islandese Sigur Ros, la forza drammatica di Cynthia Erivo, l’istrionismo e il coraggio di Dario Fo; e per quanto riguarda la scrittura vorrei poter trascorrere un giorno nel cervello di Stephen Sondheim e Michael Frayn. O Shakespeare. 

Chi sono stati i tuoi maestri di vita e i tuoi maestri professionali, i cosiddetti “Maestri d’Arte” come venivano chiamati nel Rinascimento italiano? Chi sono quelli che ti piace ricordare e ai quali ancora oggi ti ispiri? 

bosticco-011Una persona a cui devo molto è senz’altro Anthony Drewe, l’autore della versione di “Mary Poppins” che la Disney ha portato sul palcoscenico a Broadway, oltre che di “Honk”, “Just So” e altri famosi musical inglesi.

L’ho incontrai quando ebbi l’occasione di cantare una delle sue canzoni per lui in un workshop. Poi ci tenemmo in contatto. Dato che ho una faccia di bronzo gli chiesi di dare un’occhiata alle canzoni del mio primo musical, “Chasing Icarus”. Lui accettò senza indugio. E’ stupefacente come uno scrittore di tale successo, cui sono state conferite le più alte onorificenze del mondo del teatro, sia così aperto e disponibile a condividere le proprie conoscenze. Inoltre è bello vedere come anche al vertice della piramide alcuni riescono a mantenere salda e pura la propria visione artistica, senza compromettersi.

E’ davvero una persone più squisite che ho incontrato nel business e sono contento di considerarlo un amico. 

Sai che i più “Grandi Uomini” sono sempre stati gli “Uomini più Umili”? L’Umiltà è la vera grandezza di un uomo, non certo l’arroganza, né la presunzione o la supponenza, quelle sono debolezze di persone vuote dentro che non hanno nulla da dire se non ripetere a pappagallo quello che hanno imparato a memoria! I Grandi Uomini hanno tutto nella loro testa e non hanno alcun bisogno di sfoggiare la loro grandezza, la loro cultura, la loro Arte perché è talmente grande che anche un cieco dalla nascita la vede splendente nella sua grandiosità! È questa l’Arte per me, per esempio! E vedo, Carlo, che hai avuto la fortuna di incontrare persone con queste qualità, con questo talento.

Mantieni con loro ancora dei legami affettivi o di collaborazione? Se sì o se no, vuoi raccontarci perché? 

Con Anthony ci teniamo sempre in contatto. Giusto poco tempo fa ho scritto un testo per una delle sue canzoni. Aveva bisogno di un ritornello tradotto in italiano per la canzone “In the eyes of Italian men”, dal suo musical “Travels with My Aunt” – tratto dal romanzo di Graham GreeneIn viaggio con la zia”. Era un’ode allo charme latino degli uomini italiani, quindi l’ho aiutato con piacere. Lo show è stato inaugurato in Inghilterra al Chichester Festival Theatre questo aprile, 2016. 

Carlo, quali sono i lavori che ami ricordare ai nostri lettori che hai fatto negli ultimi due/tre anni, che hanno riscosso un successo di pubblico e di critica importante? E quali sono i motivi per i quali sei legato professionalmente e affettivamente in modo particolare a questi lavori?

Uno dei lavori di cui son o più felice è senz’altro “La Bohème ” della compagnia OperaUpCLose di Londra, una versione rivoluzionaria dell’opera di Giacomo Puccini. La cosa più strabiliante di quell’esperienza è stato lo sviluppo inaspettato. Abbiamo cominciato in piccolo: l’idea della regista, Robin Norton Hale, era di rendere l’opera accessibile al pubblico contemporaneo. Basso budget, solo un pianoforte e nessuna orchestra, ambientazione moderna e adattamento inglese; eravamo in un piccolo teatro sopra a un pub, “The Cock Tavern”. Il focus era tutto sulla storia, la musica e le relazioni tra i personaggi… una ventata di aria fresca in un genere classico come l’Opera che nel tempo è diventato sinonimo di pompa magna e grandiosità. Una volta spoglio di orpelli, l’intero spettacolo dava l’impressione di un’esperienza quasi voyeuristica: una finestra sulla vita privata di questi giovani ragazzi e i loro amori e drammi. In più Robin aveva avuto l’idea di rappresentare il terzo atto, che nella storia avviene in una locanda, nel bar sotto il teatro stesso! L’audience scendeva per l’intervallo, ignara, ordinava un drink, e tutto d’un tratto i baristi e alcuni dei clienti cominciavano a cantare rivelandosi essi stessi attori… una vera e propria immersione nel mondo della storia. Il pubblico ha adorato l’esperienza a tal punto che lo spettacolo si è trasferito in un teatro molto più importante, il “Soho Theatre”, guadagnando estensioni di date una dopo l’altra. Infine abbiamo addirittura vinto il Premio Olivier, l’equivalente di un Oscar nel teatro britannico! Ne sono molto orgoglioso. Davvero mi piace pensare che abbiamo cambiato la realtà dell’Opera in Inghilterra.

Un’altra delle cose più belle che mi siano capitate finora mi coinvolge sia come autore che performer. Nel 2016 una delle mie canzoni è stata selezionata dall’ importate orchestra cinese “La Sinfonica di Guiyang”. Il pezzo “Stories Untold”, dal mio musical “Chasing Icarus” è stato scelto per essere rappresentato come esemplare del musical contemporaneo e messo in programma a fianco dei pezzi più famosi del genere, “Il fantasma dell’opera”, “I Miserabili”, “Wicked”, ed altri ancora.

E’ Stata una vera e propria avventura! Io e il mio co-autore, Matt Randall, ci siamo ritrovati in Cina una settimana in anticipo per prepararci per la serata e per le prove. Ho duettato la mia canzone con la diva asiatica, Aveta Chen, accompagnato da oltre 76 straordinari musicisti internazionali, mentre i miei testi venivano proiettati su un gigante maxi schermo.

E c’è di più: Matt, seduto tra il pubblico, a fine concerto e mentre l’audience si preparava ad uscire, ha sentito il suo vicino fischiettare il nostro motivo. Non uno di quelli di Andrew Lloyd Webber o Sondheim… ma il nostro! 

Una grandissima soddisfazione che ti ripaga di tanto lavoro e di tanti sacrifici. Non puoi che andarne fiero!

Quali sono, invece, le Opere alle quali stai lavorando in questi mesi e quando potranno goderne i tuoi ammiratori, i tuoi fan e i tuoi follower, i nostri lettori che ti stanno conoscendo attraverso questa intervista? 

Basta accendere Rai2! Sto collaborando alla nuova stagione del cartone pallavolistico del campione olimpionico Andrea Luchetta: “Spike Team” in qualità di traduttore e adattatore.

Inoltre sto lavorando alla terza stesura del mio spettacolo “Chasing Icarus” e tra breve produrremo lo spettacolo intero. “Chasing Icarus” è scritto in inglese, ma è un’opera tutta italiana. Ambientato della Roma del 1700, nel mondo del teatro lirico e dell’intrigo dell’opera, un periodo in cui il papato aveva proibito alle donne di cantare in pubblico, generando così il fenomeno dei “castrati”. È una storia che mi sta molto a cuore; parla di come la ricerca della felicità all’esterno di sé non sia null’altro che una distorsione. Il nostro protagonista, il giovane cantante castrato Nero, si affanna e commette errori profondi credendo che l’accettazione degli altri, la fama, possa dare valore alla sua esistenza. L’amore per sé stessi, per quanto arduo da trovare, è essenziale per trovare il proprio posto nel mondo. Ma nonostante il messaggio è anche un pezzo con momenti brillanti. Mi sono ispirato alle commedie degli errori tipiche di Shakespeare: la nostra protagonista femminile è una ragazza travestita da uomo per avere una chance di esibirsi sul palcoscenico.

Spero che dopo New York e Londra avremo anche una chance di portarlo in Italia. Sarà strano dover tradurre i miei stessi testi. 

bosticco-004Anche questa potrebbe diventare una bellissima soddisfazione. Anche se sai bene che si dice “Nemo propheta in patria!”.

Una persona artisticamente impegnata come te, che deve lavorare intensamente e senza sosta, come fa a gestire la sua vita relazionale e amorosa? Molti artisti, soprattutto quelli hollywoodiani, amano dire “to become a great actor you have to choose: either work or love” (per diventare un grandissimo attore devi scegliere: o il lavoro o l’amore). Pensi che i grandi attori americani, vincitori di Oscar e Golden Globe, che hanno fatto questa scelta di vita, abbiano torto o ragione? Qual è il tuo pensiero in merito?

È una tentazione forte quella di vivere la vocazione artistica come una sorta di religione, ed escludere tutto il resto; ma un artista che non vive la propria vita al di fuori delle scene non ha nulla da condividere sul palco, o sullo schermo, o nelle sue opere! Deve ispirarsi al mondo, esteriore o interiore, per potere poi comunicare le sue esperienze attraverso l’arte. Cerco di bilanciare tutti gli aspetti della mia vita, e, credimi, spesso mi sembra di essere un giocoliere. Sono un gran romantico comunque, e vorrei sempre che la mia vita amorosa fosse epica come quella di una grande opera (possibilmente senza suicidio finale). 

Carlo, questa è una domanda che amo molto perché ci porta a fare un salto improvviso nel periodo più bello della nostra vita: l’infanzia! Hai un sogno nel cassetto che ti porti dentro fin da bambino e che oggi vorresti realizzare? Vorresti raccontare ai nostri lettori e ai tuoi ammiratori qual è? 

Ce ne sono tanti! Devo confessare di essere un grande “nerd”. Mi piacerebbe molto essere un personaggio in un franchise dei super-eroi. Se qualcuno dalla Marvel leggerà quest’intervista sappiano che sono disponibile! Non so per quale personaggio, invero… magari un cattivo? Purtroppo il dio degli inganni Loki è già preso… Oppure se mai faranno “The Young Avengers”, mi prenoto per Wiccan. Il fantasy, poi, è la mia grande passione, e sarei perfetto: ho già le orecchia a punta come un elfo.

Break a leg…per questo tuo bellissimo sogno artistico Carlo!

Grazie Carlo per aver dedicato il tuo prezioso tempo al nostro Magazine, e grazie soprattutto per una conversazione estremamente brillante ed interessante. Noi de “ilprofumodelladolcevita.com” non possiamo che augurarti di raggiungere traguardi sempre più ambiziosi e importanti, e non possiamo che lasciarti il nostro in bocca al lupo, per il tuo futuro artistico e professionale che sia sempre più importante e ricco di belle soddisfazioni. Grazie ancora e Ti aspettiamo per la prossima intervista! 

Grazie Andrea! Grazie a tutta la Redazione de “ilprofumodelladolcevita.com” per avermi ospitato e per avermi dato questa opportunità di parlare di Arte e di Cultura. Spero che ci incontreremo ancora in futuro. A presto allora e in bocca al lupo anche a voi per il vostro bellissimo Magazine.

Per saperne di più su Carlo Bosticco, potrete consultare i link di seguito elencati:

bosticco-009

 

Carlo Bosticco – Official Web-Site:

www.carlobosticco.com ;

Carlo Bosticco – Official Facebook Page:

https://www.facebook.com/carlo.bosticco.18 ;

Carlo Bosticco – Carlo Bosticco Singing Reel:

https://www.youtube.com/watch?v=Sa5cJKd9GXQ ;

Carlo Bosticco – Symphony Orchestra of Guiyang, Stories Untold :

I lettori che volessero conoscere l’autore dell’Intervista, Andrea Giostra, possono consultare la sua “Official Facebook Page” e la sua “Personal Facebook Page”:

https://www.facebook.com/AndreaGiostraFilm/ ;

https://www.facebook.com/andrea.giostra.31 .

 

bosticco-003

 

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra