E’ in sala da ieri l’ennesima fatica di Tarantino, quel ” C’era una volta Hollywood ” dal titolo fortemente evocativo.

Hollywood fine anni sessanta, Rick Dalton (L. Di Caprio), attore di Hollywood in declino, e Cliff Booth (B. Pitt) sua controfigura di fiducia, lavorano insieme da moltissimi anni. Dalton è a un bivio della sua carriera: continuare ad accettare ruoli minori, e veder spegnere lentamente la sua carriera, oppure andare in Italia e reinventarsi protagonista nel cinema di genere italiano. Anche Booth, che lavora grazie alle fortune di Dalton (anche aiutandolo in piccoli lavoretti domestici), sente che qualcosa nella sua vita sta per cambiare.

Le loro storie s’intrecciano con quelle di Sharon Tate, che vive insieme a Roman Polanski, nella villa accanto a quella di Dalton. Si assiste, nella prima parte della “storia”, a una giornata tipo dei tre: Dalton impegnato sul set in un ruolo secondario in una nuova serie in cui neanche crede; Booth, che non riesce ad entrare nel crew della serie di Dalton, gironzola per Los Angeles, facendo incontri pericolosi, in attesa di andare a riprendere Dalton alla fine delle riprese; Tate anch’essa seguita mentre va a spasso per Los Angeles e trova l’occasione di fermarsi in un cinema a vedere un film in cui recita e così testare le reazioni del pubblico alla sua performance. Finita la giornata, Dalton decide di partire per l’Italia, portandosi Booth. Dopo aver girato alcuni film, tornano a Hollywood, dove entrambi devono decidere cosa fare delle proprie vite, e decidono di passare una sera assieme a casa di Dalton, insieme alla sua nuova moglie italiana, Francesca Capucci (L. Izzo). La serata, però, sarà disturbata da loschi figuri che si aggirano fuori dalle ville di Dalton e Sharon Tate.

Com’è oramai prassi nel cinema di Tarantino, la storia ha un ruolo secondario all’interno del girato. La storia, per Tarantino, è solo l’occasione per mettere in scena la sua idea di cinema. Un cinema composto di una serie di scene ad effetto, senza un vero e proprio filo conduttore, le quali devono divertire lo spettatore in quanto tali, più che come parte di un tutto. Ed ecco quindi che in C’era una volta a Hollywood vediamo i protagonisti fare cose, girare per la città,  principalmente in macchina, incontrare persone, andare al cinema o delle feste. Ma quale è il senso di molte di queste scene per l’economia del film? Nessuna, tant’è che se molte di esse fossero tagliate, il film non perderebbe o guadagnerebbe di nulla. No, forse qualcosa guadagnerebbe: durerebbe di meno delle – francamente troppe – 2h40′.

Si è alla ricerca di una bella storia? Allora C’era una volta a … Hollywood ha ben poco, nulla diremmo, da offrire, perché in C’era una volta a … Hollywood non c’è una vera e propria storia.

Se invece si vogliono passare tre ore saltando da una scena  “figa” all’altra, magari per divertirsi  a cercare d’indovinare quale film, quale attore, quale personaggio, quale scena, quale situazione viene “citata” od omaggiata, ebbene allora C’era una volta a … Hollywood è il film perfetto.

E’ un peccato, perché Di Caprio e Pitt sono davvero eccezionali, ed è l’unica cosa per la quale vale davvero la pena di passare tre ore a vedere della gente che fa cose in giro per Hollywood. Un po’ meno Margot Robbie, una Sharon Tate quasi spaesata, che non si capisce bene cosa ci stia a fare, se non per i più ingenui – quelli non abituati al solito gioco, francamente oramai venuto a noia, di Tarantino – come personaggio civetta. Al punto, inutile, che se fosse stata completamente tagliata dal montaggio finale nulla sarebbe cambiato nel  risultato finale. Tutti gli altri attori, famosi o meno,  appaiano giusto il tempo per una comparsata. Tutti tranne la piccola Julia Butters, che nonostante i suoi dieci anni scarsi e i pochi minuti che appare, si dimostra in grado di tenere testa, per qualità e presenza scenica, a Di Caprio e Pitt.

Qualità tecnica sempre eccelsa e capacità impareggiabile di ricostruire un’atmosfera non riescono però a salvare C’era una volta a … Hollywood da due ore, le prime, di noia e da uno schema oramai prevedibile, quello che riserva tutta l’adrenalina nel finale, con la solita esplosione di violenza cartoonesca e fine a se stessa.

 

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