Cetto c’è e prende a sberleffi il sovranismo nostrano

Di Giancarlo Salemi

 

No, non si è stufato. Anzi la maschera di Cetto La Qualunque non può andare in pensione, almeno fino a quando la politica continuerà a dare degli spunti più che necessari al personaggio rese celebre in questo decennio ad Antonio Albanese. Cetto ritorna in campo, dopo i due precedenti film Qualunquemente (2010) e Tutto  tutto, niente niente (2012), e questa volta si trasforma in un Re pronto a prendere in giro il sovranismo nostrano, dove la Monarchia, sessant’anni dopo si riprende la rivincita sulla Repubblica, e dove i deputati, pur di continuare nelle loro nefandezze, sono disposti a diventare vassalli. 

Dal 21 novembre, distribuito in 525 copie, arriva al cinema la nuova fatica di Antonio Albanese con Cetto c’è, senzabubbiamente con la regia di Giulio Manfredonia e la produzione di Vision Distribution, Wildside e Fandango. Un Cetto che si è accontentato di vivere in Germania – dove non rompono troppo le scatole sul riciclo di denaro sporco ma non accettano il lavoro in nero (“che sono forse razzisti?” sibilla Albanese nel film) – scopre di avere sangue blu, addirittura è l’erede designato al trono delle Due Calabrie e grazie ad un Richelieu nostrano, interpretato magnificamente da Gianfelice Imparato nel ruolo di Venanzio il fidato consigliere si lancia in questa nuova avventura.

“Cetto è sempre attuale – spiega a Il Profumo della Dolce Vita il suo alter ego, Antonio Albanese – noi non lo facevamo da sette anni però è stato il pubblico a mantenerlo in vita a partire dalla politica che in questi anni non è migliorata, anzi è peggiorata. Cetto è vivo, sempre più attuale e di questo sono molto orgoglioso perché è una sorta di esempio di quello che non deve essere ma purtroppo è”. In pratica è la realtà in questi casi a superare la fantasia degli autori in un’epoca in cui avanza il sovranismo e dove è più facile riconoscersi nell’uomo solo al comando. 

Nel film si ride abbastanza, forse meno che nelle due precedenti prove, grazie ad una satira graffiante che va oltre il linguaggio sempre sopra le righe del protagonista. Come quando il figlio Melo, eletto sindaco di Marina di Sopra ha trasformato la cittadina in un paese fatto di piste ciclabili e dove l’economia circolare è il mood per essere al passo con i tempi. “Non è possibile” sbotta Cetto “che ogni minchiata che leggete sul telefonino poi si trasformi in una delibera comunale” come l’idea di “abolire la caccia” e dove l’unico angolo di felicità è rappresentato dalla vecchia bocciofila, l’ultima enclave a resistere al cambiamento della nuova economia.

“In un momento come quello attuale – ribadisce Antonio Albanese – in cui la politica è improvvisata e la gente è comunque insoddisfatta Cetto si trasforma: prende lezioni di galateo e di bon ton, inizia a frequentare i nobili, partecipa alla caccia alla volpe (con un cane dipinto di rosso e in sella ad una moto invece che ad un cavallo, nrd) ci sembrava interessante scoprire la distanza tra un uomo così indecente e un certo tipo di istituzioni come la Monarchia. Fino a diventare Cetto Primo Buffo delle due Calabrie”.

C’è chi vedrà inesorabilmente in questo nuovo film di Cetto l’analogia con il sovranismo nostrano, quello del “prima gli italiani” e di come il web abbia alimentato uno slogan che viene d’oltreoceano. Tutto vero. Ma Cetto è prima di tutto quell’italiano che mette al primo posto se stesso, che cerca di massimizzare nella vita affettiva così come in quella pubblica, il proprio ego. Tutto molto triste e molto solitario come un finale che ha poco di Napoleone e molto di un sogno tradito. Come se, alla fine, tutto questo “qualunquemente” non è altro che un’isola con tanto mare attorno e poca gioia da trasmettere.

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