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Claudia Conte, “Soffi Vitali”, Ed. Intermedia, Orvieto, 2015 – recensione di Andrea Giostra.

Claudia Conte, “Soffi Vitali”, Ed. Intermedia, Orvieto, 2015 – recensione di Andrea Giostra.

Claudia_Conte_Soffi__vitaliClaudia Conte è l’autrice più giovane ad aver presentato un libro, nella fattispecie il suo Romanzo “Soffi Vitali”, al Salone Internazionale del Libro di Torino del 2015. Per lo stesso Libro ha ricevuto l’Oscar 2015 dei Giovani in Campidoglio.

In amore e in guerra niente regole“: potrei iniziare così, come di fatto la inizio, questa recensione dell’intrigante Racconto della bravissima e giovanissima scrittrice Claudia Conte. E’ la frase che mi veniva in mente continuamente leggendo una dopo l’altra le pagine che si caratterizzano per una fluidità e una veridicità sorprendenti! Il Racconto è assai reale e contemporaneo, direi quasi “neo-realista” se il termine non avesse già storicamente un’accezione granitica, al di là del fatto che la stessa scrittrice lo scriva schiettamente nel suo “Prologo”, perché rappresenta la realtà occidentale del XXI secolo delle relazioni umane tra uomini e donne che anelano all’amore vero e al sentimento puro. E’ vero che è una storia d’innamoramento e di amore tra un uomo sposato e una donna sposata, che nella sua evoluzione segue le dinamiche amoroso-sentimentali ben descritte teoricamente da Francesco Alberoni – che la stessa Conte cita nel suo Racconto – nel suo famosissimo e sorprendente Saggio (almeno per il periodo nel quale fu scritto) “Innamoramento e amore” del 1979 pubblicato da Rizzoli Editore. La Conte descrive, attraverso una bellissima corrispondenza letteraria, in cui immagino l’inchiostro di una penna stilografica Cartier, la carta e le buste pregiate di Pineider, che sorprendentemente hanno una straordinaria quanto inaspettata rivincita sulle moderne e “devastanti” comunicazioni virtuali fatte di sms, whatsapp, messenger, etc…, attraverso l’uso glaciale delle nuove tecnologie comunicative che sono diventate, ahinoi, parte integrante degli esseri umani di questo secolo. In fondo noi esseri umani siamo innanzitutto esseri sociali ed esseri comunicativi!

Il Racconto descrive brillantemente lo stato nascente dell’innamoramento tra un uomo ed una donna, adulti e sposati, che certamente vivono, entrambi, e distintamente, un momento della loro vita che non li appaga nella componente affettivo-amorosa della loro esistenza. E’ lì che prende corpo inesorabilmente quel vuoto, come lo chiama la Conte, che “costringe” i protagonisti, malgrado tutto e tutti, a muoversi lentamente e cautamente verso una rivoluzione affettiva che dovrebbe portare loro il benessere e la vitalità perduta. E’ questa l’aspettativa di entrambi, Marco e Valentina, dal momento in cui, timidamente e cautamente, con un semplice e sintetico sms, si scambiano la prima ineluttabile e decifrabile corrispondenza: Marco: “Cosa ne diresti di una passeggiata, io e te, in una bella giornata di sole, in uno di questi giorni?“; Valentina: “Non credi che una passeggiata in una giornata di sole sia troppo romantica per due amici?“.

Se volessimo incautamente tentare una sintesi, il Racconto della Conte scrive di solitudini, ed in particolare di solitudini amorose, di persone sensibili ai sentimenti e all’amore vero e puro; ma al contempo e parallelamente scrive di persone appiattite dalla quotidianità della vita dei nostri tempi; ma anche di una forma sottile e celata di egoismo contemporaneo che cerca di sfuggire alla visibilità sociale allargata, per non compromettere quegli aspetti etici e morali oramai moribondi nelle relazioni amorose contemporanee, tentando una disperata scissione di personalità in cui convivono, senza visibili e apparenti conflitti, una vita sociale pubblica ed una vita vera, intima e privata, nella quale dare sfogo e forma alle viscerali esigenze amorose del nostro ego più vero e profondo. In fondo senza amore non c’è vita; senza emozioni non c’è vita; senza sentimenti vividi e vitali non c’è vita! E credo che sia questo il messaggio che il Racconto della Conte voglia lanciare al suo lettore, tralasciando volutamente le “infrazioni” etiche e morali che la nostra cultura occidentale di stampo cristiano ci ha introiettato fin da bambini.

In fondo è vero quello che tra le righe e senza fraintendimenti consiglia al lettore la Conte nel suo Prologo: “Mai fidarsi di una donna…”, anche perché “…forse davvero l’amore non è per sempre!“.

NOTE: Questa è la recensione integrale di Andrea Giostra del Romanzo di Claudia Conte, “Soffi Vitali”, Ed. Intermedia, Orvieto, 2015, di cui uno stralcio è stato pubblicato da “LA REPUBBLICA” PALERMO, alla pag. IX “Spettacoli, Cultura, Sport”, di Domenica 03 gennaio 2016.

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra