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Da domani al cinema “Sundown” di Michel Franco. Con un Tim Roth meravigliosamente crepuscolare

La locandina di “Sundown” ©Europictures

Distribuito da Europictures, esce domani nelle nostre sale “Sundown”, settimo lungometraggio del regista messicano Michel Franco.

Tim Roth in un fotogramma di “Sundown” ©Europictures

Alice e Neil Bennett sono due fratelli britannici sulla cinquantina in vacanza ad Acapulco con Alexa e Colin, i figli adolescenti di lei. Quella dei Bennett è una famiglia estremamente benestante, arricchitasi con il commercio della carne suina, e il resort dove trascorrono le vacanze ne rispecchia il lignaggio. Una telefonata improvvisa squarcia però l’apparente armonia e li costringe al rientro anticipato in patria. Neil, tuttavia, giunto in aeroporto con i familiari, dice di avere smarrito il proprio passaporto. Deve quindi posticipare la partenza. Lontano dagli occhi di Alice e nipoti, lascia il resort e si trasferisce in una zona popolare e degradata della città. Anziché affrettare le pratiche per il rimpatrio, egli, a suo modo, si inserisce nei tempi e nelle dinamiche locali. L’indolenza che lo schiaccia lo fa allontanarsi dalla propria famiglia e dai doveri della discendenza, chiudendo ogni contatto. A nulla vale il ritorno della sorella, se non a far esplodere tensioni da sempre latenti, nella vita dei Bennett e nella terra che li ospita.

Tim Roth, Samuel Bottomley, Albertine Kotting McMillan e Charlotte Gainsbourg ©Europictures

Con “Sundown” Michel Franco ribalta l’approccio narrativo del precedente “Nuevo orden” (Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia del 2020). Probabilmente è questo cambiamento (radicale e non programmatico) ad aver disorientato molti critici, ostinati nel cercare di riattivare qui le logiche del conflitto sociale senza speranza apprezzate nell’altro film e pertanto delusi nel rintracciarne soltanto brandelli, “domande senza risposte”, “accenni non sviluppati”. In realtà, la terra messicana e le contraddizioni che macchiano di sangue e violenza la sua popolazione rimangono sullo sfondo. O, meglio, sono tutt’attorno, “dentro” il protagonista stesso: paradossalmente – per l’origine di un individuo che è agli antipodi rispetto a quella degli autoctoni – e senza che nemmeno lui, forse, ne abbia piena consapevolezza, il magma incontrollabile che si agita a pochi centimetri dalla superficie è parte del suo animo, batte sulla sua pelle come il sole dei Tropici a mezzogiorno, e verrebbe da dire che ciò, in lui, accade “da sempre”.

Iazua Larios ©Europictures

Franco riesce nel difficile compito di pedinare – con discrezione e disponibilità al venire a sua volta sorpreso – un antieroe “al tramonto”, che si vuole, semplicemente, lasciar vivere, se non addirittura morire. In pace, nonostante il caos multicolore che lo attornia. Dal cielo abbacinante ai bassifondi della città, tutto è filtrato attraverso gli occhi del protagonista, cadenzato dal suo incedere leggero e, insieme, immensamente sofferto. Eppure Franco mantiene l’obiettività di uno sguardo indagatore, partecipe ma alla giusta distanza, sfiorando in alcuni punti un approccio persino documentaristico, specialmente nelle scene sulla spiaggia. In merito alle quali egli ha dichiarato nel pressbook del film: «In ogni ripresa sulla spiaggia di Acapulco c’erano un centinaio di persone, e non volevo bloccare l’intera spiaggia durante le riprese perché avrei ucciso la spontaneità che offre. Quindi ho posizionato le nostre comparse vicino alla telecamera, senza bloccare il traffico. I venditori sono reali, i turisti sono reali».

Il regista Michel Franco ©Europictures

Ecco perché – sebbene giustificati dal delirio del protagonista, preda di dissoluzione fisica, sensi di colpa e una parallela “necessità impossibile” di chiusura con il passato – stonano i pochi inserti onirici con i maiali (vivi o squartati, soli o in gruppo, nelle docce della prigione, sulla spiaggia, all’ingresso della stanza), momenti il cui “simbolismo” va oltre quello di altre singole inquadrature (il sole, le “cellule epiteliali”, o i pesci boccheggianti, questi sì realmente presenti davanti a Neil), spezzando la preziosa tensione della narrazione.

Da ultimo, un elogio senza riserve alla perfetta interpretazione di Tim Roth (Franco ha rivelato che, il film, «l’ho scritto per lui»), supportato da coprotagonisti tutti all’altezza (da Charlotte Gainsbourg a Iazua Larios, passando per Albertine Kotting McMillan, Samuel Bottomley e Henry Goodman).

Massimo Nardin è Dottore di ricerca in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse, docente universitario presso l'Università Lumsa di Roma e l'Università degli Studi Roma Tre, diplomato in Fotografia allo IED Istituto Europeo di Design di Roma, giornalista pubblicista, critico cinematografico, sceneggiatore e regista. È redattore capo della sezione Cinema della rivista on-line “Il profumo della dolce vita” e membro del comitato di redazione di “Cabiria. Studi di cinema - Ciemme nuova serie”, quadrimestrale del Cinit Cineforum Italiano edito da Le Mani (Recco, GE). È membro della Giuria di “Sorriso diverso”, premio di critica sociale della Mostra del Cinema di Venezia, e del Festival internazionale del film corto “Tulipani di seta nera”. Oltre a numerosi saggi e articoli sul cinema e le nuove tecnologie, ha pubblicato finora tre libri: “Evocare l'inatteso. Lo sguardo trasfigurante nel cinema di Andrej Tarkovskij” (ANCCI, Roma 2002 - Menzione speciale al “Premio Diego Fabbri 2003”), “Il cinema e le Muse. Dalla scrittura al digitale” (Aracne, Roma 2006) e “Il giuda digitale. Il cinema del futuro dalle ceneri del passato” (Carocci, Roma 2008). Ha scritto e diretto diversi cortometraggi ed è autore di due progetti originali per lungometraggio di finzione: “Transilvaniaburg” e “La bambina di Chernobyl”, quest'ultimo scritto assieme a Luca Caprara. “Transilvaniaburg” ha vinto il “Premio internazionale di sceneggiatura Salvatore Quasimodo” (2007) e nel 2010 è stato ammesso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali al contributo per lo sviluppo di progetti di lungometraggio tratti da sceneggiature originali; nell'autunno 2020, il MiBACT ha ammesso “La bambina di Chernobyl” al contributo per la scrittura di opere cinematografiche di lungometraggio.