Home Cinema Recensioni Film “Deepwater” (2016) di Peter Berg. – Recensione.

“Deepwater” (2016) di Peter Berg. – Recensione.

002di Andrea Giostra.

Il Film di Peter Berg, con un Cast di attori hollywoodiani bravissimi e di grande fama cinematografica – Mark Wahlberg, Kurt Russel, John Malkovich, Gina Rodriguez, Dylan O’Brien, solo per citarne alcuni! – è molto interessante e certamente da vedere.

Il Film racconta un fatto realmente accaduto il 20 aprile 2010, e ne traccia i contorni umani, sociali, solidali, coraggiosi, incoscienti, irresponsabili, imprudenti, dissennati, imprenditoriali, d’affari, di tutela dell’ambiente, di cupidigia umana, di cinica insensibilità verso il genere umano e verso Madre Natura di chi governa le multinazionali del petrolio e delle energie, di solidarietà umana e di condivisione della sorte che esplodono nei momenti più tragici e drammatici della nostra vita di esseri umani; di ingiustizie e di giustizie che non verranno mai prese in considerazione da nessun tribunale del mondo!

Peter Berg, nella sua narrazione filmica, riesce a mettere bene in luce le contraddizioni oramai storiche tra il business, come lo chiamano gli statunitensi, e la salvaguardia del nostro habitat vitale: il Pianeta Terra!

La cosa più interessante del Film, non è il dramma accaduto al largo della costa della Louisiana, dove la piattaforma trivellatrice semi-sommergibile Deepwater Horizon, di proprietà della multinazionale britannica “British Petroleum”, a causa della superficialità e della cupidigia dei dirigenti della stessa compagnia, è esplosa causando undici operai morti e inquinando con milioni di barili di greggio l’oceano e tutto il Golfo del Messico con un disastro ambientale riconosciuto unanimemente, da scienziati e ambientalisti, come il più grave di tutta la storia dell’umanità.

Il fulcro del Film di Berg sono i rapporti umani e gli scontri tra chi mette al primo posto la sicurezza dei lavoratori e la tutela dell’ambiente, e chi invece mette al primo posto solo ed esclusivamente il business!

La sceneggiatura certamente gioca un ruolo molto importate nel disaster movie di Berg, e allora bisogna dare merito ai bravissimi Matthew Michael Carnahan e Matthew Sand. I dialoghi, gli scontri, le azioni, gli agìti, le ragioni dell’una e dell’altra parte, le argomentazioni a sostegno di una tesi o di quella contrapposta, vengono raccontate con una sceneggiatura molto ben fatta, attenta e intelligente, consapevole e informata sia dei fatti che della natura umana che assume caratteristiche e pulsioni diametralmente opposte rispetto alla posizione sociale ed economica che occupa nella società.

E’ questo l’elemento estremamente interessante del Film, anche perché il resto oramai è storia e non si può certo cambiare o modificare, e parlarne a distanza di sei anni non incide certamente sulla cultura e sulla sensibilità della gente: ognuno è rimasto nelle sue posizioni, e queste posizioni intellettuali sono motivate dal ruolo sociale che si riveste nella società, ma soprattutto nelle organizzazioni, delle quali facciamo parte.

Il disaster movie di Berg è incalzante, ben ritmato, avvincente, imprevedibile, coinvolgente, con una fotografia e con effetti speciali dirompenti ed empatici: lo spettatore viene proiettato sulla piattaforma e sente il calore delle fiamme e il puzzo del fango e del greggio che devasta la piattaforma semi-sommergibile prima dell’esplosione catastrofica finale che distruggerà tutto.

Il fatto è che l’umanità intera è, oggi come allora, nella mani di questi sciacalli delle potenti multinazionali del petrolio e dell’energia; e il Film di Berg a volte lo dice espressamente, tal’altra lo trasmette allo spettatore subliminalmente in ogni diaframma della proiezione!

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Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra