Desirèe Piovanelli, un caso da riaprire. A Quarto Grado l’intervista a Erra.

“Quarto Grado”, nella puntata in onda questa sera – venerdì 25 gennaio, su Retequattro – propone un‘intervista a Diego Erra. Si tratta del fratello di Giovanni Erra, condannato a 30 anni per l’omicidio di Desirée Piovanelli, morta nel 2002 a Leno, in provincia di Brescia. La ricostruzione fatta dagli inquirenti, decretò la responsabilità dei tre minorenni e di Erra che fu condannato a 30 anni. Il padre di Desirée, lo scorso giugno ha chiesto la riapertura delle indagini sostenendo che in realtà l’omicidio di Desirée e collegato ad un giro di pedofili, cui fanno capo potenti esponenti locali. Anche sulla base di queste nuove indicazioni, Giovanni Erra chiede la riapertura del processo e dal carcere chiede ai testimoni di dire la verità.

Di seguito, stralci dell’intervista realizzata a Diego Erra da Ilaria Mura.

Suo fratello aveva un grosso debito di droga?

«Sì, aveva un debito. Forse 20mila euro, ma non lo so precisamente».

Perché suo fratello si è recato alla cascina Ermengarda?

«Per prendere la droga e consegnarla verso le 17, 17.20».

Che giorno era?

«Sabato».

Quindi lo stesso giorno in cui la ragazza è stata uccisa

«Sì, lui quel giorno entra in cascina: sente un rumore e vede delle macchie di sangue che portano al piano di sopra. Sale, e come arriva vede una grossa pozza di sangue che arriva a uno sgabuzzino. Apre la porta e vede il corpo della ragazza. A quel punto si spaventa: molla tutto, scappa, scende le scale, cade, prende la macchina e va in un negozio a prendere del vino. Lui, tra le altre cose, aveva anche questo problema: si beve quasi tutta la bottiglia, torna a casa e si mette nel letto. Prima di andare a casa, si ferma a una cabina telefonica e chiama delle persone».

A chi telefona?

«A dei criminali a cui doveva consegnare la roba. E gli dice che alla cascina c’era una ragazza morta. Loro gli dicono di stare zitto, altrimenti avrebbero fatto qualcosa alla sua famiglia».

Poi lui torna in cascina a recuperare la droga?

«Sì, è dovuto tornare in cascina ma senza salire di sopra. Ha preso la droga e l’ha portata via».

Lui aveva riconosciuto che il cadavere era di Desirée?

«Sì, lui l’ha riconosciuta subito. Il suo sbaglio è stato questo. Doveva andare dai carabinieri».

In che rapporti era suo fratello con gli altri ragazzi arrestati?

«Alla sera ci si trovava fuori in strada e si giocava a nascondino, a pallone… giochi da bambini. Lui era lì a sorvegliare suo figlio. Tra questi c’erano anche i ragazzi arrestati e pureDesirée».

C’è stato un momento i cui suo fratello ha confessato, salvo poi rimangiarsi tutto

«Mio fratello ha tentato parecchie volte di difendersi, ma non è mai stato creduto. È stato interrogato ed è arrivato al punto di dire: “Fate come volete però smettetela”».

Quali sono le cose più clamorose che ha detto contro sé stesso?

«Quella di essere presente in cascina, ma lui non era lì quando è successo».

E perché l’ha detto?

«Perché è Giovanni. Se ci parli di persona capisci e vedi com’è».

Sa che gli altri ragazzi condannati sono tutti fuori?

«Sì, tutti fuori tranne lui».

  1. Nell’esposto che ha presentato il papà di Desirée si parla di pedofilia

«I pedofili fanno schifo. Mio fratello è uno spacciatore, ma non un pedofilo».

Dopo 17 anni di reclusione Erra ha chiesto la revisione del processo e, attraverso una lettera scritta dal carcere di Bollate (MI), ha ribadito la sua innocenza. Per il delitto della 14enne, sono stati condannati in via definitiva anche tre minorenni amici della ragazza, che hanno riportato condanne a 18, 15 e 10 anni. Secondo le sentenze, Desirée è stata uccisa perché ha opposto resistenza a un tentativo di violenza sessuale.

Di seguito, la lettera scritta da Giovanni Erra:

«Da oltre 16 anni sogno sempre la stessa cosa, cioè che i ragazzi dicano la verità, quello che sanno e quello che è realmente successo quel maledetto giorno in cascina.

Non sono da esempio per nessuno e non lo sono mai stato perché la mia vita è stata una lunga catena di errori, che alla fine mi ha ridotto nella condizione in cui mi trovo. Sono un debole ed è stato facile, con una vita allo sbando, essere indicato come il carpo espiatorio. Che stupido che sono stato quando non ho detto agli inquirenti tutto quello che sapevo. Non l’ho fatto per paura e per proteggere i miei familiari. Non avrei mai fatto male a Desirée e non sono un pedofilo. Sono rimasto incredulo quando i ragazzi hanno fatto il mio nome. Mi sono chiesto il perché dopo tutti questi anni e non subito? Maledetto quel giorno che andai in cascina. So solo una cosa, nei minuti in cui Desirée veniva uccisa io ero in casa con la mia famiglia, ubriaco, che ronfavo sul divano.

È arrivato il tempo della verità ormai e faccio appello, ai tanti, ai troppi che conoscono i patti: aiutatemi!

Perché aiutando me, aiuterete anche a far emergere le effettive responsabilità dell’omicidio di Desirée. Nicola, Mattia, Nico, mi rivolgo soprattutto a voi. Oramai siete uomini, assumetevi le vostre responsabilità e fate quello che dovevate fare 16 anni fa».

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