Dove Cadono le Ombre

“Dove cadono le ombre” racconta la dolorosa presa di coscienza di Anna, vittima divenuta carnefice, una giovane infermiera che lavora nel medesimo istituito in cui è stata rinchiusa nell’infanzia. Un’infanzia di orrori e privazioni, che la sradicò dai suoi cari e dal suo ambiente trapiantandola in un non-luogo votato a folli sperimentazioni scientifiche su bambini appartenenti ad un’etnia nomade ritenuta inferiore e pericolosa. Quel “palazzo di concentramento” si trova in Svizzera e i soprusi hanno coinvolto la popolazione jenisch per mezzo secolo (programma “Kinder der Landstrasse”, 1926-1973).
Adesso la situazione sembra essersi capovolta: ospiti dell’istituto sono degli anziani autoctoni e a badar loro sono proprio due di quei bambini diventati adulti, Anna e Hans. Quest’ultimo, da quegli anni terribili, ha ereditato un evidente deficit mentale che lo ha bloccato all’età infantile. Sebbene in altre forme, nemmeno Anna però ha compiuto il passo decisivo vera l’età adulta: sotto i suoi lineamenti glacialmente angelici pulsa un mondo sepolto che l’inatteso ricovero nell’istituto dell’anziana Gertrud, colei che fu la spietata dottoressa dell’orfanotrofio, farà esplodere e venire a galla.

Dopo una solida, coraggiosa e premiata formazione nel documentario (diploma allo ZeLig di Bolzano) e l’esordio nella finzione con il cortometraggio “Era ieri” (31. Settimana Internazionale della Critica a Venezia 73, 2016), Valentina Pedicini porta quest’anno a Venezia il suo primo lungometraggio, prodotto da Fandango. Un film che – nonostante gli abusi che isteriliscono l’espressione – è quanto mai corretto definire “d’autore”. Per molteplici aspetti. La robusta personalità, innanzitutto, uno sguardo e una temporalità unici e precisi. Pedicini, d’altronde, riprende e porta all’esasperazione i nodi tematici di una poetica già ben delineata, incentrata su personaggi e situazioni al limite, sulla soglia (muro invalicabile eppur fragile come cristallo) tra un tempo in cui tutto era possibile (l’infanzia) e un altro in cui nulla sembra più (ancora) raggiungibile (l’età adulta). Dimensioni che, in questo film, s’intersecano e si alternano in una vertigine dell’animo e della memoria. Memoria personale e ai margini (quella dei due alieni Anna e Hans) e collettiva insieme (i connazionali “normali” colpevolmente omertosi). Pedicini ribalta la scena di un crimine insanabile, vicinissimo a noi eppure ignorato, e getta i propri personaggi dentro un girone infernale governato dal contrappasso.

Ma il capovolgimento, a ben guardare, è solo di facciata, e la posta in gioco per Anna è la medesima di quando era bambina: superare il trauma e guardare oltre, fuori dall’istituto-ventre materno. Il cui nutrimento, se protratto oltre il tempo necessario, risulta mortifero. La strada è (sin dall’infanzia) tracciata, l’amica del cuore non è affatto morta e anzi la illumina per Anna. Alla quale, dopo tanto represso e silenzioso dolore, basta adesso, davvero, aprire le finestre al calore di un nuovo sole.

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