“E i figli dopo di loro”, un viaggio negli anni Novanta tra formazione e redenzione
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Quattro estati, dal 1992 al 1998, disegnano la storia di due ragazzi, Anthony (Paul Kircher, premio Marcello Mastroianni a Venezia), spalle larghe e una palpebra semichiusa che gli dà sempre un’aria imbronciata, e Hacine (il giovane e bravo Sayyid El Alami) arrivato dal Marocco in Francia sognando l’integrazione ma sa solo essere un piccolo bullo di periferia. Poi c’è Steph (la bella Angelina Woreth) che sogna di andare a Parigi ma intanto scombussola il cuore del protagonista. E, infine, una moto, la leggendaria Honda Mtx 125 su cui ruota l’intera storia.
Siamo in una valle d’Oltralpe (ma potrebbe benissimo essere un qualsiasi paese che per colpa di una globalizzazione sfrenata ha perso la sua anima industriale) dove le fabbriche sono fantasmi un po’ come questi ragazzi che girano in Bmx e sognano di fuggire via, tra le prime canne, i primi baci e le prime litigate. In mezzo ci sono famiglie che si sfasciano, padri che comandano ma sono fragili e donne che vogliono emanciparsi, uscire da casa. Tutto questo con una colonna sonora pazzesca, dai Nirvana ai Red Hot Chili Peppers, che è un vero tuffo negli anni Novanta.
È questo e molto altro il nuovo film dei fratelli Ludovic e Zoran Boukherma “E i figli dopo di loro” che arriva al cinema dal 14 maggio con Fandango Distribuzione. La pellicola, preparatevi ad oltre due ore e mezzo di immagini, è una coraggiosa trasposizione dell’omonimo romanzo di Nicolas Mathieu, vincitore nel 2018 del Prix Goncourt e pubblicato in Italia da Marsilio Editori.
Film da vedere? Per le atmosfere, la musica, i ricordi di quella stagione (che, per inciso, si conclude con la vittoria della Francia ai mondiali del 1998) è certamente ben costruito e ben rappresentato. Così come l’affresco sociale che rimanda alle rivendicazioni femminili, alla lotta contro il “patriarcato” che inizia propria in ambito familiare (la figura del padre violento impersonata da un grandioso Gilles Lellouche).
Rimane qualche dubbio sulla scelta di aver fatto un melò che poteva essere meno francese e più universale ma resta pur sempre un viaggio da fare perché “I don’t ever want to feel like I did that day” come cantavano i Red Hot Chili Peppers in Under the Bridge “Non voglio più sentirmi come quel giorno”, “Take me to the place I love, take me all the way” ovvero “Portami nel posto che amo, portami per tutta la strada”. Yeah!


