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Ecco “Figli” e quell’insostenibile leggerezza di essere genitori oggi 

Ecco “Figli” e quell’insostenibile leggerezza di essere genitori oggi 

Recensione di Giancarlo Salemi

“Ci vuole un fisico bestiale per resistere agli urti della vita”… cantava qualche anno fa Luca Carboni. Quello stesso fisico che ci vuole per essere genitori oggi quando, dopo aver avuto il coraggio di mettere al mondo una prima creatura, si diventa addirittura dei supereroi nell’impresa titanica di fare il bis. 

È una commedia dolce, ironica, a tratti irriverente ma mai sopra le righe, l’ultima fatica che ha lasciato al cinema Mattia Torre, sceneggiatore assai apprezzato, inventore della serie tv Boris, prematuramente scomparso lo scorso luglio a causa di una malattia terribile che aveva anche raccontato nella serie tv Linea Verticale

Si chiama semplicemente “Figli” il film, dalle sale in 400 copie dal 23 gennaio, con una coppia in grande sintonia, Paola Cortellesi e Valerio Mastrandrea, che racconta come la vita ti cambia, ti trasforma, ti annienta verrebbe da scrivere, quando entrano in scena nella tua vita i bambini. Desiderati, certo, ma capaci di scombussolare tutto, a partire da quelle serate passate in compagnia di amici a bere gin tonic e ballare, pensando che fosse quello il vero segreto della felicità. Mentre l’unico più grande desiderio che hai quando le forze ti stanno per mancare è semmai quello di dormire, dormire anche tanto. Perché in Italia di figli se ne fanno pochi – la media dicono le statistiche Istat sono di 1,2 bambini per coppia – e soprattutto non esistono i genitori ventenni…si diventa mamma e papà sempre più in là nel tempo, tra i 35 e i 40 anni, quando le energie si vanno via via esaurendo. Quando invece che lasciargli “sbucciare le ginocchia” li coccoli in modo morboso (e magari quel figlio scoprirà che la vita al di là delle mura di casa è molto difficile) o se sei un naturista convinto per il suo compleanno gli regali una sola scarpa, l’altra al prossimo appuntamento (e, intanto, quello cova sentimenti perversi che lo porteranno – racconta il film – a farsi di eroina a 18 anni). 

Sara e Nicola sono una coppia di genitori affiatati, si amano, lottano quotidianamente per pagare le cartelle esattoriali dell’Agenzia delle Entrate, hanno un lavoro entrambi che anche se non è il massimo rappresenta la loro “via di fuga”. Hanno già una bambina che li inchioda alle loro responsabilità (tenerissimo Mastrandrea quando fa ripetere i compiti alla piccola e con lo sguardo oltre la finestra sogna il suo mondo, quello che non c’è più). Così quando Sara rivela a Nicola di essere incinta, la prima reazione di quest’ultimo non può essere che di contentezza, felicità, perché “ce l’abbiamo fatta con la prima, sappiamo come si fa, ci riusciremo insieme”. E invece è l’inizio di un incubo. Perché non appena avevi visto la luce in fondo al tunnel, il secondo figlio ti ripiomba in una realtà fatta di notti insonni, di pianti senza apparenti ragioni da parte del pupo (qui perfidamente sostituiti dall’ottava sinfonia di Beethoven che è fastidiosa tanto quanto i rigurgiti che ti regala il pargoletto). 

Allora non resta che rivolgersi alla “pediatra guru”, quella più cara di tutti (per essere a posto con la tua coscienza di genitore) che dice delle banalità (bisogna volersi bene nella coppia e trasmettere amore al bambino) che poco o nulla riescono rispetto alla quotidianità. Che è fatta di chat della classe fastidiose e petulanti, di feste mascherate con bambini urlanti (tra scarta la carta e battaglie nei parchi) di baby-sitter improbabili e costosissime che potrebbero rimetterti al mondo – in quella unica serata libera, generalmente il giovedì – ma che invece ti avviliscono sempre più perché quando sei in libera uscita, magari a mangiare con la tua dolce metà, paradossalmente continui a pensare a loro, ai tuoi figli che ti sono entrati dentro come una droga, al punto che non ne puoi più fare a meno. Eppure tutti abbiamo desiderato – spiega Mastrandrea nel film – una “Josephina”, proveniente dal Brasile che sorride, culla il neonato, bella di quella bellezza sincera, pulita, semplice. “Josephina” – dice l’attore – ha un unico, grande problema: “Non esiste”. E la realtà di una coppia con i figli è che deve farcela da sola, perché anche i nonni sono stressati o magari pensano ad una seconda vita, come il papà di Nicola che addirittura vuole un figlio dalla nuova compagna.

“Figli” non è solo un film sull’essere genitori oggi è anche una feroce critica sociale tra due generazioni. Quella che è cresciuta dopo la guerra e che ha vissuto gli anni del boom economico e che oggi si gode la pensione e quella di chi oggi quarantenne ha un lavoro precario, non arriva a fine mese e forse neanche la vedrà mai la pensione. Nel film diretto da Giuseppe Bonito, alla sua seconda opera e che non ha figli, come ha raccontato nella conferenza stampa di presentazione – si ride molto, le gag sono esilaranti come la tentazione dei due protagonisti di buttarsi più volte dalla finestra pur di ritrovare la propria strada. 

Nel film – che vede anche le apparizioni di bravi attori come Stefano Fresi, Paolo Calabresi e Valerio Aprea – manca solo una prospettiva. Che è quella del neonato. E su questo ritorna in mente un film di qualche anno fa di Francesco Nuti, “Caruso Pascoski, di padre polacco”, dove alla fine della storia lo stesso Nuti giocava a fare dei versi buffi al suo bimbo appena nato per cercare di farlo ridere. E si chiedeva: “chissà cosa pensano i bimbi dei loro dei papà quando gli fanno questi versi così idioti…”. Già chissà cosa pensano i nostri “Figli” delle fatica di essere genitori. Ma forse non pensano nulla. Ed è questo il segreto per andare avanti.