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Eleonora Manara, allieva di Pupi Avati e di Corrado Scalia, artista poliedrica appassionata dell’arte, della recitazione e della scrittura, conversa con Andrea Giostra.

“Il Profumo della Dolce Vita” ha incontrato Eleonora Manara, grande ed esperta attrice di teatro, artista torinese poliedrica che dedica, ed ha dedicato, la sua vita professionale alla recitazione, alla scrittura, al Teatro, alla TV, al Cinema, e all’arte in genere. Allieva di Pupi Avati e di Corrado Scalia, si racconta e ci racconta la sua vita di artista affermata, e in anteprima ci anticipa che dal 7 al 17 gennaio prossimo 2016 sarà in scena ne “Il Vizietto” con la regia di Filippo Bubbico, al Teatro Arvalia di Roma.

Foto Manara 12Eleonora, benvenuta a “Ilprofumodella dolcevita.com” e grazie per avere accettato il nostro invito. Se per te va bene, iniziamo la nostra conversazione con il Tuo commento ad ad una bellissima frase – almeno secondo me! – incisa nel grande frontale del Teatro Massimo di Palermo, famoso perché costruito da due dei più grandi architetti del XIX secolo, Giovan Battista Filippo Basile e il figlio Ernesto Basile. Famosa perché incisa nel Teatro Massimo di Palermo che è il secondo più grande d’Europa per grandezza e capienza di spettatori e che possiede una qualità acustica terza in Europa solo dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna. La frase incisa sul Frontale è questa: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire».

L’arte rinnova i popoli nel susseguirsi dei secoli e ne rivela la vita poiché ci rende migliori, ripulisce la nostra anima, là dove c’è diletto già c’è l’avvenire armonioso e luminoso. Devo purtroppo dire, ahimè, che oggi c’è poca cultura. Lo so!, molti diranno che non è vero, ma non basta studiare libri interi per avere cultura. Bisogna renderla propria, e non tutti sono capaci di farlo.

Nel XXI secolo, secondo Te Eleonora, l’arte riesce a mantenere questo mandato così importante per la cultura, per la civiltà, per la convivenza civile tra i popoli, per la crescita umana e spirituale dell’essere umano?

Purtroppo, secondo me, nel XXI secolo l’arte non è riuscita a mantenere questo mandato. Sembra strano, ma è così! Si sprecano tante parole, ma di arte in giro ce n’è poca. Non c’è cultura, perché troppo clientelismo e nepotismo che non aiutano i talenti ad emergere e i bravi artisti a farsi strada, almeno in Italia. La convivenza tra i popoli da tutto questo è danneggiata: senza cultura e condivisione non ci può essere sana convivenza tra i popoli! Viene negata la crescita umana e spirituale dell’essere umano, che solo l’Arte, nelle sue varie forme, può garantire.

Io pero’, nonostante tutto, credo ancora nell’Arte vera, nel trasmettere emozioni che fanno scendere anche una lacrima allo spettatore, riportandolo all’interno della sfera emozionale primordiale e più vera dell’essere umano.

Foto Manara 05Cos’è oggi l’arte per te, Eleonora, se volessi raccontarla e spiegarla ad un bambino? Cosa rappresenta oggi rispetto al passato remoto -quello classico e neo-classico in particolare!- nel quale rappresentava una delle più alte espressioni dell’uomo colto e civilizzato?

La vera Arte ancora oggi è un’espressione altissima di chi veramente è colto e civilizzato. Come il nostro corpo ha bisogno di sostegno con il cibo per il mantenimento del corpo, allo stesso modo ha bisogno dell’arte per nutrire l’anima e la mente.

Ad un bambino direi che l’arte è tutto. E’ la forma espressiva più alta dell’Uomo che pensa e cerca di realizzare con amore e passione l’irrealizzabile, senza porsi un limite di fattibilità oggettiva. L’arte dà emozione, come quando la mamma lo stringe al cuore. Direi questo.

Eleonora, avrai sicuramente letto qualcuna delle mie interviste e sai che sono un divoratore di libri, almeno fino a quando avevo più tempo per farlo! Oggi un po’ meno, anche se i miei preferiti restano i classici ed in particolare Fëdor Michajlovič Dostoevskij che secondo me è il più grande scrittore del profondo dell’animo umano della storia dell’Uomo. In uno dei suo romanzi più noti, “Memorie dal sottosuolo”, pubblicato in Russia nel 1864, ad un certo punto del racconto scrive della “Teoria dell’Umiliazione”. Negli anni novanta alcuni ricercatori americani che si occupano di comportamento umano e di psiche, ne prendono spunto per elaborare una teoria psico-dinamica che sinteticamente possiamo tradurre così: sono più le umiliazioni che subiamo nella nostra vita a farci crescere umanamente e spiritualmente e a farci vivere meglio. Sono le umiliazioni che subiamo che ci insegnano a sbagliare sempre meno. Si impara dalla propria esperienza di vita e dai propri errori, soprattutto quando sono gli altri a farceli notare e magari ridono apertamente di noi! Ogni uomo e ogni donna nella sua crescita di vita subisce certamente delle umiliazioni che lasciano sempre un segno soggettivo, profondo e importante al contempo. Nella tua carriera artistica, Eleonora, le tue “umiliazioni professionali”, soprattutto quelle giovanili, Ti hanno lasciato dei segni interiori tanto da farti pensare di abbandonare tutto; oppure, sono state esperienze di vita negative ma che ti hanno dato più forza e più determinazione per proseguire nel tuo percorso e per farti diventare quell’artista che sei oggi?

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Di umiliazioni ne subiamo tutti, ma non dobbiamo farci suggestionare. Io penso che là dove c’è umiliazione non c’è Arte, quindi perché arrabbiarsi? Anzi, bisogna ringraziare il fato di averci bloccati di fronte ad un fallimento morale certo.

L’unico periodo per cui ho lasciato “momentaneamente” l’arte è stato per la mia gravidanza e per la crescita di mio figlio. Ho lascita l’Arte per quindici anni. Paciuchino (Riccardo), mio figlio, era ed è per me più importante di qualsiasi cosa al mondo. Oggi sono una mamma felice perché è un gran bravo ragazzo ed un musicista eccezionale.

Eleonora, Ti ricordi l’età che avevi quando hai capito che volevi fare recitazione? Come, quando e con quale opera è iniziata la tua carriera professionale? Ti ricordi chi furono i tuoi compagni artistici di quella prima esperienza professionale? Se li ricordi, vuoi raccontarci qualcosa di loro?

Fin dall’età di 4 anni volevo fare l’attrice. I miei genitori cercavano di farmi cambiare idea ma non mi hanno mai ostacolata, anzi, penso che artisticamente siano orgogliosi di quello che ho fatto fino ad oggi.

La mia prima esperienza teatrale è stata a 22 anni con “Madame Blanche, polvere felice” scritto e diretto da Pier Giuseppe Corrado, un regista e attore Siciliano che, mi pare, abitasse in Liguria e lavorava in Piemonte con la sua compagnia “Nuovo Repertorio“. C’era anche la mia collega di allora, già grande e sublime interprete, sia nella recitazione ma soprattutto nella musica, Donatella Pandimiglio, con la quale da subito avevo instaurato un bel rapporto. E’ stato un grande onore per me recitare con lei.

Tutti gli artisti da giovani o giovanissimi, si sperimentano in tanti lavori più o meno vicini a quella che poi diventerà la loro professiona artistica da adulti. Qual è stato il tuo percorso artistico? Quali lavori hai fatto prima di dedicarti a tempo pieno alla recitazione teatrale? E quali lavori hai fatto da giovane e giovanissima che ritieni ti abbiamo forgiato quale donna e quale artista?

Foto Manara 02Io mi sono pagata la scuola di recitazione facendo la telefonista in una galleria d’arte a Torino. Ho avuto un’alta carica in un’azienda italiana per un anno. Poi mi sono dedicata solo alla recitazione. Sono un’attrice da sempre. Non sono diventata un nome famoso solo perché ho fatto una scelta di vita: ho dedicato 15 anni della mia vita a mio figlio, abbandonando momentaneamente l’arte, e di questo ne sono fiera. Quando ero incinta di Ricky, mi chiamò il mio amico Salvatore Samperi per fare una parte in un film per RAI 1. Rifiutai perché la mia gravidanza era a rischio e scelsi mio figlio al Kolossal di RAI 1.

Sai benissimo, Eleonora, che in qualsiasi professione nessuno Ti prenderebbe mai sul serio se Ti presenti come un’autodidatta! Tu quali scuole di recitazione hai frequentato e quali stage o workshop frequenti tutt’ora per migliorarti professionalmente? Perché hai scelto proprio queste scuole? Cosa hanno di particolare rispetto ad altre e cosa ti hanno lasciato professionalmente di importante per il tuo lavoro?

Io, Andrea ho frequentato per quattro anni la “Scuola Blandi” di Torino, diretta da Massimo Scaglione. Il mio maestro di dizione era Mario Brusa. Ho avuto grandi insegnanti quali Vittoria Lottero ed altri ancora. Ho fatto anche un corso di recitazione in inglese, qui a Roma, 26 anni fa, purtroppo non ricordo il nome della scuola che ora non c’è più.

Attualmente tutti i giorni mi alzo presto al mattino per allenare il mio diaframma. Vorrei fare un corso di perfezionamento, ma purtroppo non mi fido dei vari corsi che nascono a Roma ogni minuto e che servono solo a chi li mette in piedi per spillare soldi. Ormai il mio perfezionamento è solo sul palco, davanti al pubblico. Il palcoscenico è il mio grande amore artistico.

Se dovessi pensare ai tuoi “Maestri d’Arte” – come venivano definiti una volta! – chi citeresti tra quelli che ti hanno lasciato qualcosa sia umanamente che artisticamente? E perché proprio loro?

Intanto per il Cinema, Pupi Avati è il mio Maestro; per il Teatro lo è Corrado Scalia: per questo mi sento un po’ loro allieva!

Il Maestro Pupi Avati, umilmente, mi ha insegnato a recitare nel cinema, poichè la mia preparazione era ed è teatrale, e la voce viene “portata” in modo diverso. Il Maestro Pupi è un grande professionista, ma soprattutto una persona splendida che sa metterti a tuo agio e capisce le tue doti e i tuoi punti deboli da rafforzare.

Per quanto riguarda il Teatro, il mio Maestro è Corrado Scalia. Non finirò mai di ringraziarlo perché dopo tanti anni che non salivo sul palcoscenico, mi ha affidato una parte meravigliosa: “Silia” ne “Il giuoco delle parti” di Luigi Pirandello. Per me è stato come un sogno. Ho sempre temuto, dopo i quindici anni di pausa forzata ma voluta, come ho raccontato prima, di finire la mia vita senza più ri-salire sul palcoscenico e donare con la mia Arte emozioni profonde. Il fatto di essermi rimessa in gioco e di essere riuscita a riprendere la mia professione, è stato bellissimo. Sono riuscita nel mio obiettivo, ma Corrado Scalia è stato il mio Angelo: mi ha seguita e diretta egregiamente capendo i miei difetti, le mie lacune, ma capendo soprattutto il mio talento.

Foto Manara 15Quali sono le opere più importanti che ami ricordare nei vari settori artistici in cui ti sei espressa? Chi sono stati i registi, gli sceneggiatori, i produttori che ami ricordare e con i quali hai lavorato con più soddisfazione?

A parte Pupi Avati e Corrado Scalia, ho lavorato ne “Il Generale” di Luigi Magni, una serie TV degli anni ’80. La mia era una piccola parte in quel Kolossal che ha avuto una risonanza mondiale, e dove Garibaldi era interpretato da uno splendido Franco Nero. Ricordo con grande piacere quel signore di Philippe Leroy che al mattino offriva a tutti il caffè. Rimane per me un dolce ricordo.

Sembra strano a molti, ma ricordo con riconoscenza “Endemol Italia” tra le produzioni perchè mi ha fatto ricominciare a lavorare in RAI 1 con “Verdetto Finale”, spettacolo di intrattenimento attualmente in onda con il titolo “Torto o ragione”. Sono otto anni che vengo scritturata come attrice da Rai 1. E’ un programma che riproduce la diatriba in un tribunale.

Un ricordo tenero va all’inizio, mi pare corresse l’anno 1984 della mia carriera quando partecipai ad una trasmissione Rai “Forte Fortissimo TV TOP”, dove è incominciata una grande amicizia con Euro Errani, del Circo Errani. Ecco, il Circo è una mia grande passione. Nell’animo sono di natura un po’ tzigana, e il solo pensiero dell’ambiente del Circo mi mette allegria e voglia di cantare, ballare, in un magico vortice travolgente.

Un’artista come Te, piena di impegni professionali, come concilia la professione con la vita affettivo/amorosa? Gli attori hollywoodiani di successo amano dire: “to become a great actor you have to choose: either work or love” (per diventare un grandissimo attore devi scegliere: o il lavoro o l’amore). Cosa ne pensi?

Penso e sono sicura che gli attori americani hanno ragione. Per diventare grandi attori non bisogna avere una vita privata, l’arte di per sè è amore profondo, passione, famiglia, figli, fratelli, sorelle, amanti, tutto. Io ho scelto la famiglia, ma poi ad un certo punto, sulla mia strada si è ripresentata l’arte più forte di prima.

Anche se oggi sono felice di avere un figlio meraviglioso, Riccardo, penso che la mia natura era stare sola e fare solo l’attrice a tempo pieno. Se sei attrice non puoi avere un amore, non puoi avere figli. Allora diventi una star perché pensi egoisticamente alla tua carriera e basta. Può sembrare brutto questo pensiero, ma è vero, un attore non appartiene a sè stesso, ma al suo pubblico che è la sua famiglia, quindi deve rimanere solo. Gli attori sono gli esseri più soli che esistano.

Eleonora, quali sono le opere alle quali stai lavorando adesso e dove? Qual è la tua “parte” e quali difficoltà comporta doverlo interpretare? Ci vuoi dire qualcosa in proposito?

Dal 7 al 17 gennaio prossimo (2016) sarò in scena ne “Il Vizietto” con la regia di Filippo Bubbico, al Teatro Arvalia di Roma. Interpreterò Luisa, la moglie del protagonista Renato, con il quale ha un figlio.

Il momento del dire ai propri genitori che si vuole intraprendere una strada professionale ben precisa, è forse per un giovane, per un adolescente, uno dei momenti più difficili che certamente rimangono impressi nella memoria per sempre. Tu, Eleonora, ti ricordi che età avevi quando hai comunicato ai tuoi genitori che volevi fare l’attrice? Qual è stata la loro reazione? Cosa è successo appena hai finito di dire loro che volevi fare l’artista?

Andrea, i miei genitori lo sapevano da sempre. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con loro. A 16 anni ho partecipato alle selezioni di Miss Piemonte e mi hanno accompagnata loro. In giuria c’era Fabio Testi.

Naturalmente, mi hanno sempre detto: “gli attori muoiono di fame“. Non avevano torto, ma mi hanno sempre detto: “fai quello che ti rende felice“. Iniziai l’università, lettere con indirizzo cinematografico, e se mi fossi laureata avrei dato una grande gioia al mio papy, che adoro oggi ottantenne.

Se volessi raccontare di te come persona che, al di fuori del Teatro e del mondo dell’arte, vive la sua quotidianità, cosa diresti ai nostri lettori? Come sei nella vita quotidiana fuori dal lavoro? Cosa ti appassiona e cosa fai di bello?

Al di fuori del lavoro, pur amando profondamente Pirandello, le sue maschere, i suoi specchi, NON ho maschere, e sono VERA!

Mi appassiona tutto, ma naturalmente prediligo l’arte, i libri, il teatro, il cinema bello. D’estate amo andare in bicicletta, specialmente se vado a Fregene.

Io sono anche Stilista, mi sono presentata ad Alta Roma nel 2013 con Antonio Ventura .

A volte, di nascosto, ascolto mio figlio quando fa le prove di musica in casa. Piango di gioia, che sciocca! L’amore della mia vita, Paciuchino. Lui è come io lo volevo: un bravo ragazzo che studia tutti i giorni per l’amore e la passione che ha per la musica. Si interessa di tutto nella vita ed approfondisce ogni cosa, non è un ragazzo superficiale ed io lo volevo così.

Ho, anche, un blog di cucina che seguo quotidianamente. Giro le scene in cucina ed è un blog dove si parla di tutto, oltre che di ricette culinarie ovviamente.

Da poco ho finito di scrivere un libro, “L’ultima porta”, che pubblicherò presto, da sola, senza casa editrice. Questa è la mia scelta.

E’ questa la mia vita privata. Normale, come quella di tanta gente, ma caratterizzata dalla passione per la vita e per l’Arte in ogni sua forma espressiva.

Forse nel XX secolo l’Italia, e Cinecittà in particolare, è stata una dei poli artistici cinematografici più importanti al mondo. Oggi sono indiscutibilmente Hollywood, New York, Sidney, e qualche altro Paese emergente che dà all’arte il suo vero ruolo. E’ per questo che molti giovani artisti italiani, che vogliono fare recitazione, si trasferisco in questi paesi in cerca di fortuna e in cerca di opportunità dove la meritocrazia e la bravura contano sul serio. Tu, Eleonora, nella Tua carriera di attrice, hai mai pensato di lasciare l’Italia? Cosa pensi di tutti questi giovani artisti che lasciano l’Italia per avere l’opportunità -qui negata! – di esprimere la loro Arte e il loro Talento fuori da un Paese che fino a pochi decenni fa era riconosciuto da tutto il pianeta terra, come la capitale mondiale della cultura e dell’arte?

Foto Manara 08Sono sicura che l’Italia è sempre la capitale mondiale della cultura e dell’arte. Andare in un altro paese non è giusto. Bisogna lottare nel e per il nostro Paese perché la cultura possa riprendere il posto primario che ha sempre avuto. Scappare in un altro Paese è pericoloso, si rischia di andare a lavare i piatti o diventare barboni in terra straniera. Io non lascerò mai la mia Patria, la mia Italia, e se tanti la pensassero come me le cose andrebbero meglio. Invece di criticare, dovremmo unirci e trovare una forza motrice per rendere il nostro mestiere migliore di quello che è oggi e renderlo dignitoso come è giusto che sia.

Eleonora, a chi ti sei ispirata – o ti ispiri tutt’ora – nel fare l’attrice? Chi sono stati i tuoi miti da bambina e da giovane artista? E perché proprio loro?

Andrea, io non mi ispiro a nessuno. Solo a me stessa, cercando di tirare fuori le mie potenzialità, quelle che ci sono, il mio talento e la mia passione.

Le mie attrici preferite sono Anna Magnani e Monica Vitti, tutt’e due spontanee e diverse nella preparazione. Anna veniva fuori dalla gavetta fatta sul campo, Monica è emersa con l’Accademia “Silvio D’Amico”. Due attrici, a mio avviso, eccezionali.

Per quanto riguarda le attrici straniere, Maryl Streep. Artista di una classe e signorilità, oltre che di una preparazione artistica, di altissimo livello.

Loro tre mi danno grandissime emozioni.

Eleonora, raccontaci, senza rifletterci troppo su, una delle cose più buffe, imbarazzanti e divertenti che ti sono capitare nella tua carriera artistica! Durante le prove, nel backstage, durante le riprese, etc…

Durante un saggio, mentre facevo la scuola di recitazione a Torino, entrò un gatto nel palcoscenico mentre dicevo, in un monologo, la parola gatto. Potete capire: il pubblico pensò fosse fatto apposta.

Durante le riprese di “Un bambino cattivo2″ per RAI 1, diretto da Pupi Avati, un mattino appena arrivai sul set, Pupi mi chiamò e mi disse: “I nomi dei bimbi, 9, sono cambiati”. Allora disse i nomi e poi mi chiese di ripeterli dall’ultimo al primo! Ora ti spiego, Andrea, io sono dislessica ed ho vinto questo problema con il teatro e lo studio delle parti, ma a freddo, così, per me la richiesta del Maestro Pupi, diventava un’esercizio impossibile da realizzare. Mi impegnai tremando dentro di me, ma ci riuscii, fui felice! Grande Pupi Avati, ma lui non sapeva del mio problema, come non lo sapevano in tanti prima di questa intervista. Io potrei aiutare e dare coraggio a tutte quelle mamme che hanno figli con lo stesso problema. Si può superare anche se non si guarirà mai

Foto Manara 06Adesso una domanda molto semplice e anche molto bella a mio avviso: qual è il tuo sogno nel cassetto che fin da bambina ti porti dietro e che oggi vorresti realizzare?

Ho due sogni:

Il primo, interpretare Emma Bovary in Madame Bovary, in un grande teatro. Magari un giorno ci riuscirò, chissà?

Il secondo, essere la protagonista in un film di Pupi Avati, proprio perché con lui mi trovo bene e respiro il profumo del grande cinema, quello vero che oggi purtroppo non c’è più.

Sono solo sogni, ma “noi siamo fatti della stessa materia dei sogni” diceva Shakespeare, quindi mi appartengono.

Grazie Eleonora per essere stata con noi in questa bellissima conversazione e grazie per averci dedicato il tuo tempo. Io e la redazione de “ilprofumodelladolcevita.com”, in vista del tuo prossimo spettacolo teatrale, ti diciamo “MERDA”, che è l’ “in bocca al lupo” che si fa agli attori di Teatro! Grazie ancora, e alla prossima intervista allora!

Prego e grazie a te Andrea e a tutta la redazione de “ilprofumodelladolcevita.com”. In bocca al lupo per il tuo e per il vostro lavoro.

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra