Presentato nella selezione ufficiale dei film in concorso alla 69. Berlinale, “Elisa y Marcela” di Isabel Coixet.

Un film “scandalo” per un duplice motivo: storia del primo matrimonio tra donne celebrato in Spagna (agli albori del XX secolo) e, soprattutto, film targato Netflix.

Ormai da più di un anno Netflix e festival fanno rima con polemica e proteste degli esercenti, con esiti alterni (Netflix bandita a Cannes, trionfatrice a Venezia e, presumibilmente, agli Oscar). Berlino non poteva essere da meno.

Alle perplessità del mondo della distribuzione si sono aggiunte quelle di parte della critica, che, illuminata dalla storia, dalla lingua spagnola, dalle sofferenze del parto e dal bianconero di “Roma”, ha visto in quelli di “Elisa y Marcela” un surrogato tra il pretenzioso e il ridicolo.

A me, invece, quello di Coixet è parso un film onesto, sentito e garbato, che introduce e calibra con misura rara e invenzioni riuscite la storia d’amore tra le due protagoniste (la quale si concretizza ed esplode soltanto a metà racconto, dopo un lungo e suggestivo “corteggiamento a distanza”) e che sa infondere alla vicenda un prezioso tocco d’ironia (la rivalità amministrativa tra Portogallo e Spagna, ad esempio) aprendo alla speranza (il finale di riconciliazione e le immagini di alcune delle tante altre coppie lesbiche “discendenti” di quella “proto”).

Certo, l’onestà della regista (alla sua quarta Berlinale), in occasione delle scene d’amore, talvolta nell’ingenuità e nel laccato, porgendo il fianco (e il polpo, peraltro giusto accennato) al critico pronto con il coltello tra i denti.

Leggerezze che non scalfiscono la delicata ed intensa interpretazione di Natalia de Molina e Greta Fernández. Se per quest’ultima, stasera, la Giuria della Berlinale riservasse un premio (e non solo per riparare a certe mancanze di rispetto verso una regista donna, vedi il doppio riconoscimento veneziano a “The Nightingale”), mi stupirei.

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