Home Libri Emanuele Cislaghi, “Ascolta le mie voci”, Ed. Giraldi, Bologna, 2008. – Recensione.

Emanuele Cislaghi, “Ascolta le mie voci”, Ed. Giraldi, Bologna, 2008. – Recensione.

Recensione di Andrea Giostra.Cislaghi 001

Emanuele Cislaghi, inizia la sua raccolta di racconti brevi – di novelle oniriche? – con un bellissimo incipit del poeta e cantautore bresciano Omar Pedrini, tratto dal brano Il giardino di Daria” dove, alla fine del pezzo, quasi nascostamente, Pedrini recita una poesia per coloro che metaforicamente vogliono andare altre al brano cantato e suonato, e non si fermano all’ “apparenza della fine” di quello che si vede o si sente. Questa la breve poesia di Pedrini, riportata, come detto, come incipit di apertura del libro da Cislaghi: «C’è un lungo fiume di dolore / che attraversa il tempo, / Nel suo letto / scorrono il fuoco dell’arte / e i cadaveri dei suoi figli maledetti.»

Dopo aver letto la breve raccolta dei dieci racconti di Cislaghi, penso che non ci possa essere migliore “pre-fazione” per far comprendere al lettore qual è la natura di questo libro. Non è casuale che abbia scritto “pre-fazione”, e non come si scrive normalmente senza il trattino! Proprio per far comprendere che nel libro c’è una parte di comprensione della “struttura letteraria”; e una parte dello scrivere di Cislaghi che ha a che fare con una sorta di “fazione”, di una “gruppo informale” di scrittori, che si distaccano dallo scrivere comune e diffuso, popolare direi!, intraprendendo una strada tortuosa e pionieristica.

La narrazione e la scrittura sono sofisticate, eccentriche, oniriche, proiettive, neo-ermeneutiche, destrutturanti, stupefacenti, disorientanti, innovative, sperimentali, che stimolano la curiosità del lettore, che incoraggiano alla riflessione ed alla comprensione solipsistica, ma soprattutto sono narrazioni “libere”: nell’accezione del sostantivo che ha a che fare con l’Arte letteraria moderna, che è quella di lasciare al lettore ampi spazi di libertà per essere trascinato in significanti e riflessioni che appartengono a lui che legge e che non hanno nulla a che vedere con chi ha scritto!

Da questo punto di vista i racconti sono destinati a lettori “professionisti”, nel senso che sono destinati a quei lettori che leggono per passione e bisogno intellettuale insieme, e che non possono fare a meno di leggere storie perché altrimenti entrerebbero in una dimensione psico-patologica di astinenza tanto dolorosa quanto intellettualmente insopportabile. I cosiddetti “divoratori di libri” che hanno un bisogno fisiologico ed insieme neurofisiologico di leggere per nutrire quotidianamente il loro spirito e la loro mente!

Cislaghi 002I lettori “comuni”, quelli cioè che leggono perché nella lettura trovano, sminuendola assai!, uno dei loro strumenti per distrarsi dalla realtà, per rilassarsi, per sorridere, per sognare ad occhi aperti avventure altrimenti irrealizzabili, che amano introiettare pigramente nella loro mente un prodotto confezionato che non lascia alcun margine di meditazione e medi-azione perché tutto è stato detto e scritto; questi lettori non troverebbero interessante la lettura di Cislaghi perché non sono attrezzati culturalmente, intellettualmente e rischiano un’agorafobia letteraria che li disorienterebbe in un’angoscia di perdita dei loro consolidati ed affidabili punti di riferimento rassicuranti: “datemi un libro ben confezionato!”. Non è un libro per questo genere di lettori che purtroppo sono la maggioranza e amano le storie e i racconti che una volta letti, “periscono per sempre e cadono nell’oblio” con la fine dell’ultima pagina!

Per chi volesse saperne di più su Emanuele Cislaghi, “Ascolta le mie voci“, ecco alcuni interessanti link che il lettore può facilmente consultare:

Emanuele Cislaghi, “Ascolta le mie voci“– Recensione de “ilprofumodelladolcevita.com”:

https://www.ilprofumodelladolcevita.com/emanuele-cislaghi-ascolta-le-mie-voci-ed-giraldi-bologna-2008-recensione/  ;

Emanuele Cislaghi, “Ascolta le mie voci – Official Facebook Page:

https://www.facebook.com/emanuele.cislaghi.3?fref=ts ;

Emanuele Cislaghi, “Ascolta le mie voci – Official “La Feltrinelli Editore” Page:

http://www.lafeltrinelli.it/libri/emanuele-cislaghi/995475 ;

Emanuele Cislaghi, “Ascolta le mie voci – Official “Ibis.it” Page:

http://www.ibs.it/libri/cislaghi+emanuele/libri+di+cislaghi+emanuele.html ;

Emanuele Cislaghi, “Ascolta le mie voci” – Official Web-Site “Omar Pedrini”:

www.omarpedrini.com ;

I lettori che volessero conoscere l’autore della Recensione, Andrea Giostra, possono consultare la sua “Official Facebook Page” e la sua “Personal Facebook Page”:

https://www.facebook.com/AndreaGiostraFilm/ ;

https://www.facebook.com/andrea.giostra.31 .

Cislaghi 003

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra