Home Libri Emanuele Cislaghi, “Io ho ucciso”, Ed. GiveMeAChance Online, Milano, 2012. – Recensione.

Emanuele Cislaghi, “Io ho ucciso”, Ed. GiveMeAChance Online, Milano, 2012. – Recensione.

91zydsnme4ldi Andrea Giostra.

Emanuele Cislaghi in questa sua raccolta di ventiquattro racconti, questa volta si cimenta con un tema assai delicato, ancestrale, vecchio come l’Uomo, vecchio come la storia dell’Uomo; un tema che da sempre ha accompagnato la mente dell’uomo e che probabilmente, anzi, sicuramente, fa parte del nostro innato codice comportamentale e d’agire che da milioni di anni, di generazione in generazione, viene trasmesso geneticamente come tanti altri modelli di comportamento e di agiti innati che la cultura, l’etica e la morale hanno cercato, nei millenni e negli ultimi secoli in particolare, di modificare, di smussare, di cambiare, di cancellare, di rimuovere, di snaturare. Non a caso, arbitrariamente, l’Uomo Civilizzato viene considerato colui che non ha questi impulsi, che non è tentato da pulsioni di morte, che “controlla sapientemente” quella parte della sua natura violenta; ma soprattutto colui che non li agisce! Altrimenti è un Uomo Cavernicolo, un Uomo Troglodita, un Uomo non-civilizzato, una sorta di ominide preistorico che uccide il suo simile solo perché ha invaso il suo territorio e ha minacciato il suo status, e quindi agisce per sopravvivere nella sua giungla immaginaria! La verità clinica, psichiatrica, psicologica, psicoanalitica se vogliamo, criminologica ancora di più, è invece tutt’altra, come già sosteneva Sigmund Freud in uno dei suoi scritti clinici: «L’uomo ha istinti aggressivi e passioni primitive che portano allo stupro, all’incesto, all’omicidio; sono tenuti a freno, in modo imperfetto, dalle Istituzioni Sociali e dai sensi di colpa.» Questo per confortare clinicamente che il punto di vista di chi “studia il funzionamento della mente dell’uomo” queste cose le sa già da secoli! E a dire il vero anche le Religioni scrivono nei loro testi sacri della natura omicida dell’Uomo! L’uomo è per natura ancestrale un predatore e un cacciatore, e uccidere il proprio simile fa parte del suo atavico codice genetico di attacco ovvero di difesa. Per esempio, nella religione Cristiana, come riportato nella Bibbia, il primo agito di omicidio è quello di Caino che uccide Abele (Genesi, capitolo 4). Così come anche nel Corano viene scritta la storia dei figli di Adamo e l’uccisione di uno dei due fratelli da parte dell’altro (Sura V – Al-Mâ’ida – La Tavola Imbandita – versetti 27 – 32). Se poi volessimo toccare l’aspetto giurisprudenziale, allora le cose si fanno ancora più complesse e complicate e spesso non rispettano la vera natura dell’uomo, bensì una razionalità giuridica che spesso ha poco a che vedere con la vera essenza dell’essere umano; tanto è vero che, per esempio, il nostro Codice Penale, quello italiano, prevede due articoli che deresponsabilizzano gli assassini, gli omicidi, coloro che uccidono il proprio simile. In questi casi non viene tenuta in nessun conto la motivazione, la causa che ha generato l’agito omicida, il cosiddetto “movente”! In questi particolari casi, che diventano forte strumento di difesa del “carnefice” da parte dei loro avvocati-difensori, la “Giustizia”, il Codice Penale, prevedono degli articoli che possono completamente scagionare il “carnefice”, senza che venga tenuta in nessun conto la “vittima”, come se non esistesse, come se fosse un fantasma, un oggetto onirico, come se fosse fantasia finzionale: il morto scompare e il “carnefice” viene tutelato nella sua follia omicida! Di fatto l’articolo 85 del nostro codice penale prevede che un soggetto può essere punito per un reato da lui commesso unicamente se «ha la capacità di intendere e di volere.» O meglio, volendo riportare l’articolo nella sua completezza: «Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui l’ha commesso, non era imputabileè imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.» Articolo del codice penale, rimarcato ancora di più dall’articolo 42 sulla responsabilità dell’omicida, dell’assassino: «Nessuno può essere punito per un’azione od omissione preveduta dalla legge come reato se non l’ha commessa con coscienza e volontà.» Di fatto questi articoli, che apparentemente vorrebbe apparire un atto di civiltà evoluta, sono semplicemente un voler giuridicamente rinnegare la vera natura dell’Uomo. Nella realtà quotidiana della vita vera, e non della “vita-giuridica” che è cinicamente fatta di carte ed atti scritti, morti come gli alberi da cui sono stati ricavati, questi articoli, queste norme, giustificano la natura omicida ancestrale ed atavica dell’Uomo significando, volendo semplificare, che: «Se sei “matto” e non capisci intellettivamente e razionalmente quello che fai, puoi uccidere chi vuoi, e noi che siamo la Giustizia non ti puniremo mai!» E la “vittima?”: Non importa, tanto è morta! E’ questo il messaggio de-moralizzante, nell’accezione di “senza-morale”, che questi articoli del nostro codice chiaramente trasmettono al cittadino! E’ una sorta di grande salto nell’era jurassica dove tutto era possibile perché non erano previste “pene” o “condanne” per coloro che commettevano delitti anche gravi come l’omicidio! Le storie raccontate da Emanuele Cislaghi, tutti fatti realmente accaduti e ripresi da un punto di vista personale ed interessante dall’autore, sono fatti che vengono narrati come se l’autore che scrive fosse il “protagonista-omicida” dei delitti compiuti con efferatezza e disprezzo sanguinario; e li racconta con le sue motivazioni, con il suo percorso mentale, con la sua logica-illogica, con una umanità-démoniaca, spesso assurda e irragionevole come è normale che siano! Di fatto ci conducono a questa conclusione che potrebbe non essere chiara al lettore disattento che si ferma a guardare i fatti e non il loro significato sociale e l’influenza che ne scaturisce per i cittadini, per il popolo, per le vittime, per le potenziali vittime se vogliamo! Tutti gli “assassini” narrati da Cislaghi hanno degli elementi psico-comportamentali in comune, che li unisce indissolubilmente, che li accomuna, che li sigmund_freudrende riconoscibili ad un occhio attento ed allenato. Sono démoni incapaci di provare sensi di colpa; egocentrici; anaffettivi; che non conoscono il rimorso, la vergogna, il pentimento, il rimpianto; che non imparano dall’esperienza delittuosa; che sono incapaci di introspezione psicologica per comprendere la gravità dei delitti che hanno commesso; che non hanno avuto la possibilità, nella loro infanzia, di costruire quegli strumenti psico-dinamici del profondo della loro anima, che Sigmund Freud definiva “Io”, “Es” e “Super-Io”, e che di fatto sono la base per la costruzione interiore ed intima della “Coscienza Morale” di ogni Uomo, e per la costruzione dell’ “Etica del vivere pacificamente insieme ai propri simili”.

Il tema dell’Uccidere non ha nulla a che vedere col tema della Violenza, questo è bene precisarlo e sottolinearlo immediatamente: sono due “importanti” e “devastanti” agiti dell’Uomo di ogni tempo, e prendono “vita” da presupposti psicologici, motivazionali, psicopatologici, neurofisiologici, comportamentali, culturali, etici e morali radicalmente diversi e molto distanti tra loro! Il primo, Uccidere, è finalizzato ad eliminare per sempre un proprio simile; Il secondo, Esercitare Violenza contro il proprio simile, è finalizzato a sottomettere e ad umiliare fin nell’essenza vitale più profonda la vittima predestinata per ridurla ad un “essere umano timorato e sottomesso psicologicamente” a chi su di lui ha esercitato violenza episodica, violenza continuativa, ovvero, violenza ripetuta cadenzialmente nel tempo. Ecco cosa il lettore troverà nei racconti di Cislaghi. Ecco cosa potrà sentire vibrare nella sua pelle il lettore divoratore di storie delittuose. Ecco cosa si appresta ad empatizzare il lettore appassionato di fatti criminosi, affascinato dall’agire criminale di una mente che oltrepassa senza esitazione la soglia dell’etica e della morale della nostra civiltà. Ecco perché risulta interessante leggere dei racconti che proiettano il lettore ad osservare i fatti da una prospettiva immaginata dall’autore, ma al contempo possibile, proprio perché non è sindacabile, proprio perché non è discutibile, proprio perché è possibile! Come è possibile che ognuno di noi forte della propria “coscienza morale” che inconsapevolmente tiene a freno il démone (Freud direbbe l’ “Es”!) che si nasconde silenzioso dentro la nostra anima, possa subitaneamente rompere quel filo sottile che equilibra il nostro sano comportamento sociale, il rispetto che “culturalmente” nutriamo verso il nostro prossimo, per poi accorgerci che il démone dormiente che si trova in ognuno di noi, improvvisamente prenda il sopravvento sulla nostra volontà per uccidere!

Per chi volesse saperne di più su Emanuele Cislaghi, Io ho ucciso, ecco alcuni interessanti link che il lettore può facilmente consultare:

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Emanuele Cislaghi, Io ho ucciso– Recensione de “ilprofumodelladolcevita.com”:

https://www.ilprofumodelladolcevita.com/emanuela-cislaghi-io-ho-ucciso-ed-givemeachance-online-milano-2012-recensione/ ;

Emanuele Cislaghi, Io ho ucciso – Official Facebook Page:

https://www.facebook.com/emanuele.cislaghi.3?fref=ts ;

Emanuele Cislaghi, Io ho ucciso – Official “omniabuk” Page:

http://www.omniabuk.com/scheda-ebook/emanuele-cislaghi/io-ho-ucciso-9788897191131-161631.html ;

Emanuele Cislaghi, Io ho ucciso – Official “Ibis.it” Page:

http://www.ibs.it/code/9788897191117/cislaghi-emanuele/io-ho-ucciso.html ;

I lettori che volessero conoscere l’autore della Recensione, Andrea Giostra, possono consultare la sua “Official Facebook Page” e la sua “Personal Facebook Page”:

https://www.facebook.com/AndreaGiostraFilm/ ;

https://www.facebook.com/andrea.giostra.31 .

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Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra