La quarantenne Laura (la rediviva Alicia Silverstone) porta i figlioletti Mia e Aiden dal padre Richard (…Armitage, “Lo Hobbit”). Che ha in serbo per la donna una doppia, terribile notizia: vuole il divorzio e sposarsi con la nuova, giovane compagna Grace (la bella e perturbante Riley Keough, ammirata negli utlimi film di David Robert Mitchell e Lars von Trier). Il colpo è troppo duro e Laura, che s’era comunque preparata al peggio, decide di farla finita.

Sei mesi dopo Richard organizza una trasferta montana per Natale, così da dare ai piccoli e a Grace l’occasione per conoscersi meglio e avvicinarsi, nonostante la viscerale ostilità dei figli.

La coppia di bimbi e la ragazza sono, a loro modo, portatori di un mondo parallelo interiore che fa fatica a comunicare con l’esterno. La casa meta della trasferta è infatti la stessa scrupolosamente riprodotta in scala nella stanzetta dell’abitazione cittadina e i pupazzetti con cui i bambini si interfacciano richiamano precisamente i personaggi reali. Grace, da parte sua, cela dentro di sé le stimmate di un disastroso trauma infantile: è l’unica sopravvissuta al suicidio collettivo di una setta religiosa.

Così, in un gioco di specchi, tra modellini e indelebili eredità del passato, si sviluppa il dialogo impossibile tra bambini e ragazza, complici la dipartita del padre causa impegno lavorativo in città e una bufera che isola ulteriormente la villetta dal resto del mondo. Villetta che diventa, letteralmente, un limbo tra la vita e la morte…

I due sodali registi austriaci del precedente horror “Goodnight Mommy”, il trentacinquenne Severin Fiala e la cinquantacinquenne Veronika Franz, partono da un’idea affascinante, lambita sovente nel cinema non solo di paura: la messa in comunicazione di dimensioni di per sé dicotomiche, la città e il bosco, la fantasia e la realtà, il piccolo e il grande… Un gioco potenziato da fotografia e scenografia, che esasperano il tono esangue, scuro e spettarle di ambienti inabitabili.

Un gioco che però, nonostante la partenza promettente, finisce per farsi prigioniero di se stesso, perdendo di vista non solo la verosimiglianza inizialmente perseguita, ma anche il necessario distacco dalla materia narrata.
Franz è la moglie di Ulrich Seidl, ed è palpabile l’influsso di quest’ultimo, regista di film controversi fondati su tematiche limite e uno stile rigoroso e asettico. Ai registi di “The Lodge”, tuttavia, manca la matura consapevolezza autoriale di Seidl, manca la sua ironia, intesa eminentemente come posizionamento del racconto alla giusta distanza. Il risultato è un claustrofobico, confuso e inconcludente viaggio in un’abbozzata psiche espansa nelle nevi canadesi. Che tanto, troppo ricordano le disabitate e inquietanti valli austriache senza sole.

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