“Everest” (distribuito da Universal Pictures e nelle sale italiane da domani, giovedì 24 settembre) racconta il disastro

Everest-film

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verificatosi l’11 maggio 1996 in cima all’omonima montagna. Durante la discesa, due spedizioni, Adventure Consultants e Mountain Madness capitanate rispettivamente da Rob Hall e Scott Fischer, vennero colpite da una tempesta di rara potenza. Complici i ritardi, le falle nell’organizzazione e l’impreparazione di alcuni partecipanti, i morti furono otto, comprese le due guide, in quella che sarebbe stata ricordata come la pagina più triste nella storia delle scalate dell’Everest (sino al 18 aprile 2014, quando i decessi furono il doppio).
L’Everest mette a nudo le capacità di resistenza dell’uomo, costretto a sopravvivere in situazioni limite, temperature siderali, aria rarefatta, venti impetuosi, valanghe imprevedibili e insidie ad ogni passo; ma è anche specchio fedele della follia umana: campi base affollati e lordati come il raduno di un concerto, guide prezzolate e scalatori improvvisati ma sufficientemente facoltosi da permettersi di pagare le prime più di sessantamila dollari. Il film diretto dall’islandese Baltasar Kormákur ha il merito di descrivere, oltre la tragica impresa di un variegato gruppo di temerari, il dietro le quinte di una pratica che, negli ultimi vent’anni, è degenerata passando dalla sfida silenziosa e rispettosa della natura al chiassoso e narcisistico evento-social. Con il conseguente incremento di incidenti e decessi: in solitaria o in lunga cordata, con o senza le bombole d’ossigeno, è sempre la montagna ad emettere la sentenza finale. Inappellabile.
Kormákur, tuttavia, non era affatto animato da intenti polemici. Né spettacolari. Il suo film ha inaugurato la 72ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Tenendo presente che gli apripista delle due precedenti edizioni lagunari erano stati “Gravity” e “Birdman”, ossia due opere che, insieme, si erano poi aggiudicate undici Oscar, le attese per “Everest” erano alte forse quanto la montagna che dà il titolo al film. È quindi comprensibile che, dopo la prima assoluta del 2 settembre scorso, alcuni critici abbiano storto il naso, nei confronti sia del film sia della Mostra, con la sua scelta di affidare proprio ad “Everest” l’apertura del festival. Le premesse, d’altro canto, c’erano tutte: il 3D, un cast stellare (Keira Knightley, Emily Watson, Robin Wright, Jason Clarke, Jake Gyllenhaal, Josh Brolin…), il budget di circa 65 milioni di dollari, una tragedia realmente accaduta e raccontata in numerosi documentari e best seller (in primis, “Aria sottile” del reporter sopravvissuto Jon Krakauer ed “Everest 1996: cronaca di un salvataggio impossibile” di Anatolij Bukreev, componente di Mountain Madness, e Gary Weston DeWalt); una produzione che, oltre alla Gran Bretagna e al Nepal, aveva coinvolto l’Italia con una location strategica e fondamentale quale la Val Senales e il relativo sostegno della BLS (Business Location Südtirol). Eppure, come detto, alcuni critici non hanno apprezzato il film, rimproverandogli una certa debolezza drammaturgica e registica.
Io stesso riconosco in “Everest” un atteggiamento differente rispetto ai tanti film sull’uomo e la montagna, di pura fantasia o tratti da avvenimenti storicamente accaduti. Tuttavia, non di debolezza parlerei, quanto piuttosto di preziosa anomalia. Sì, “Everest” è un prodotto anomalo. A cominciare dall’impiego del 3D: non blando oppure superfluo, come è parso a qualcuno, ma discreto. A mio avviso, infatti, Kormákur s’è approcciato ad esso con lo spirito di chi non vede nel 3D un fenomeno da baraccone, o una garanzia di successo per bucare lo schermo e vendere più biglietti (garanzia, tra l’altro, oggi opinabile, dopo i fasti ormai lontani di “Avatar” e delle animazioni in computer grafica realizzate ad hoc). Kormákur impiega il 3D con finalità eminentemente espressive, per dare al film una possibilità in più, quel surplus di visione che non sconfessa né forza le tradizionali modalità, ma che ad esse si affianca per restituire un’esperienza diversa. Che l’effetto di tridimensionalità sia spesso difficile da percepire, pertanto, è a mio avviso più un pregio che un difetto.

Everest film

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Così come la scelta, conseguente, di non spingere mai sul pedale della spettacolarizzazione, operazione che invece poteva risultare pressoché scontata, considerate storia e ambientazione. Kormákur, al contrario, mantiene sempre la giusta distanza dagli eventi, come fosse quel testimone in più (l’angelo custode) al fianco dei protagonisti. Che, quando scivolano via e perdono la vita, egli lascia andare senza seguirli con improbabili punti di vista, del resto ben possibili nell’era della CGI. Kormákur sta là, sulla montagna, non abbandona un solo secondo la cordata, al massimo si muove lungo i fili connessi a quella stessa cordata: il campo base e le due abitazioni chiamate in causa (e con i telefoni satellitari). Non c’è un “altrove” rispetto all’Everest, non c’è spazio per i media e i loro processi, mentre il “dopo” è raccontato con le immagini della realtà, istantanee che restituiscono il vero volto a chi non c’è più e fotogrammi che affidano la chiusura e la speranza al sorriso della ragazza nata orfana (Sarah Hall).
D’altronde, quelle stesse incursioni finali del reale nel film sono tutt’altro che una stonatura o l’abusato stratagemma per chiudere l’indagine, si rivelano come la naturale prosecuzione dell’atteggiamento coerentemente mantenuto durante l’intero racconto. Kormákur è ben consapevole di essere l’ennesimo narratore di una vicenda sviscerata in molti dei suoi particolari e con zone d’ombra su cui forse non verrà mai fatta luce; come i suoi scalatori, egli sa di percorrere un territorio estremo, nel quale ogni passo può trasformarsi in uno scivolone mortale. Il dramma è ancora vivo negli occhi e nella carne dei sopravvissuti, dei familiari e di chi ha partecipato a quell’evento.
Dunque come strutturare una drammaturgia più riuscita di quella tracciata? Kormákur si sarebbe dovuto staccare dall’evento, considerare i protagonisti appunto come personaggi e non come persone, e la soluzione sarebbe stata quella di “ispirarsi” semplicemente alla cronaca, per creare una storia nuova. All’opposto, egli sceglie di rimanere fedele nel dettaglio alle tracce pervenute (basti ricordare la fotografia nel campo base, che ricalca quella realmente scattata, persino nelle gambe accavallate di Hall). E perciò non abusa degli artifici dello sceneggiatore, non semina segnali premonitori, aspettative e punti di svolta né propone insegnamenti morali, non giudica, non controlla i suoi eroi, ma li lascia agire, li osserva nella lotta contro l’ambiente e contro la propria finitudine. Non ci sono personaggi negativi o ambigui, nel film, ci sono solo uomini che si confrontano con l’assoluto. È ben giustificato, quindi, l’aver voluto permettere agli attori di diventare innanzitutto dei testimoni (nel senso di “portatori di una memoria”), immergendoli in ambienti analoghi a quelli vissuti dagli scalatori anziché costruire attorno a loro delle asettiche scenografie numeriche.
“Everest” ritesse la trama delle vite spezzate e ci racconta la vita. Che le situazioni estreme condensano nella pregnanza di un attimo, un istante che può significare la salvezza o la morte. Senza architetture pregresse o posticce, nell’inspiegabile fascino che è il medesimo della montagna più alta del mondo e di chi vuole raggiungerne la cima. Senza un perché.

Di seguito una clip video del film “Everest”

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