“Figlia mia”, secondo lungometraggio di Laura Bispuri (da giovedì nelle nostre sale), è l’unico film italiano in concorso alla 68. Berlinale. L’accoglienza ricevuta, sia in conferenza stampa sia alla prima serale di ieri 18 febbraio, è stata unanimemente positiva e persino commovente. I complimenti alla regista sono arrivati da giornalisti di tutto il mondo, e un corrispondente sudamericano ha addirittura parlato del “film più bello visto alla Berlinale negli ultimi quindici anni”.
In effetti Bispuri sorprende, innanzitutto per la peculiare e innata capacità di unire la sensibilità alla lucidità. La sensibilità nel percepire e custodire l’interiorità dei propri protagonisti, seguendoli in quei frammenti della quotidianità che ne tradiscono le fragilità e ne fanno emergere le potenzialità di riscatto. La lucidità, d’altro canto, è quella dell’autentico regista-autore, creatore di una storia e coordinatore dello sguardo per indagarla nelle traiettorie più premianti, la lucidità di saper alternare senza soluzione di continuità tre specifici punti di vista, ovvero le “soggettive” delle tre protagoniste. È una ristretta, primigenia e densa polifonia, la cifra di “Figlia mia”: la madre acquisita, quella naturale e la bimba sono, al contempo, genitore e figlia l’una dell’altra. Voci di un unico corpo, le loro individualità si sviluppano tra la solitudine e la compresenza, tra cadute e risalite, tra il reclamare “(lei è) Figlia mia” e il riconoscere una unione che va oltre i confini del sangue e della legge. Non a caso, l’unica grande notte dentro la luce abbacinante della selvaggia e ancestrale natura sarda rappresenta lo spartiacque decisivo, il passaggio di consegne che apre le porte non all’abbandono né all’abdicazione, ma alla reciproca e vitale fusione delle tre donne in forza di individualità finalmente piene e da sempre indispensabili l’una all’altra.

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