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FRANCESCA STAJANO CONVERSA CON ANDREA GIOSTRA. ATTRICE DI CINEMA E TEATRO, BELLEZZA SALENTINA DI INDISCUTIBILE FASCINO, RACCONTA LA SUA VITA DI ARTISTA A “ILPROFUMODELLADOLCEVITA.COM”.

“Il Profumo della Dolce Vita” ha incontrato Francesca Stajano, attrice di cinema e di teatro, che esprime un irresistibile fascino salentino, ci racconta la sua storia di artista nel mondo della recitazione.

Ciao Francesca, come Stai?

Ciao! Molto bene grazie, piena di cose da fare, di progetti da seguire, ma molto soddisfatta del mio lavoro!

Il nostro magazine online, “ilprofumodelladolcevita.com”, è molto giovane ed è letto da giovani artisti del mondo del cinema, della TV e dello spettacolo. Tu sei tornata di recente dal Burbank Film Festival di Los Angeles, Hollywood, quindi hai raggiunto sicuramente una visibilità internazionale. Cosa diresti ai nostri lettori se volessi raccontarci di come sei nella vita quotidiana, quella reale, quella vera, e non quella della finzione filmica o teatrale?

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Sono prima di tutto una mamma, ho un figlio di undici anni, Giorgio, nato dal mio precedente matrimonio. Lo seguo sempre con molta attenzione e grande dedizione, sopra ogni cosa. Soprattutto in questo momento della sua vita: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza che da mamma vi posso assicurare essere un momento molto complesso da gestire. Nonostante i miei molti impegni di lavoro, cerco di stare con Giorgio tutto il tempo che posso. E poi ho un mamma che mi aiuta molto, è la mia fortuna: sante nonne è proprio il caso di dire! Anche il mio ex marito è molto presente ed affettuoso con Giorgio. Dal punto di vista affettivo siamo tanquilli, non gli manca nulla e questo mi rassicura moltissimo come mamma.

Sono una donna che ama la tranquillità, il silenzio, la concentrazione, ma a volte ho bisogno dell’esatto contrario. Amo molto stare pigramente in casa, magari in tuta da ginnastica e calzini, distesa sul divano a leggere, a pensare, o semplicemente a non fare nulla. Mi piace molto parlare al telefono e stare con il mio compagno, pigramente o a guardare un bel film per esempio.

Non amo molto cucinare, ma a volte mi piace. Odio la routine, le cose ripetitive e la piatta quotidianità, o il dover fare le cose perché si “devono” fare. Mi piace avere la percezione di decidere, per ogni minuto della mia vita, cosa voglio fare e con chi. Amo molto ascoltare musica e stare con il mio cane, insieme a Giorgio, a fargli le coccole.

Mi piacciono le cose belle, le persone vere, sincere, simpatiche, positive, che hanno entusiasmo e voglia di vivere, di creare, di fare. E’ per questo che cerco sempre di stare  con persone dinamiche e piene di vita. Il mio ufficio stampa, per esempio, me lo sono scelto in base a questi criteri: l’editore giornalista, Giò di Giorgio; e anche i miei due agenti di spettacolo, Andrea Lamia ed Emanuela Corsello, sono fantastici da questo punto di vista e i risultati sul lavoro si vedono chiaramente. Se non ci sono queste condizioni, per me è meglio stare da sola.

Sento la necessità di separare l’amicizia dal lavoro. Il problema è che sono sempre molto impegnata, e tempo per gli amici e per la vita sociale non ne ho mai abbastanza. Allora ho deciso di circondarmi di persone belle con cui lavorare seriamente ma anche con allegria e simpatia. Se posso, e quando posso, mi piace aiutare i miei amici o anche persone appena conosciute. Mi piace donare felicità nella vita di chi incontro, se questi me ne dà la possibilità. Io almeno ci provo, e quando ci riesco, sono felice, faccio i salti dalla gioia.

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Bellissima presentazione Francesca. Ma cosa ci racconti di questa straordinaria esperienza hollywoodiana che hai fatto al Burbank Film Festival di Los Angeles per presentare, insieme al regista e al produttore, il Corto dal titolo “Frammenti”, di Raffaello Sasson?

Siamo stati a Los Angeles nove giorni in tutto. Cinque erano di festival gli altri li abbiamo passati per conoscere la città. Appena arrivati, mi ha subito colpito il caldo soffocante. Era il 7 settembre, ma si rischiava davvero una insolazione. Ho comprato subito un cappello dal quale non mi sono più separata per tutto il resto della mia permanenza a Los Angeles. Del resto, la California è desertica, le stesse montagne dove troneggia la scritta Hollywood non sono altro che un enorme ammasso di terra brulla senza un filo d’erba. Tutto è abbastanza surreale. Anche la moltitudine di palme e la strana vegetazione che si trova in città è incoerente con il paesaggio circostante. La serata di inaugurazione del Festival è stata bellissima. Il nostro gruppo è stato accolto magnificamente dal Presidente e fondatore del Festival, Jeff Rector, che ha messo a punto una macchina organizzativa perfetta che ha retto tutto benissimo per i cinque giorni di grande. Siamo stati intervistati e fotografati più volte, e ogni sera c’era una festa dopo la visione dei film. Erano tutti molto contenti che fossimo lì, bastava dire che eravamo italiani e loro: “Oh italiani, Fellini!”. Se poi dicevamo che eravamo di Roma, allora: “Oh Roma! billissima!” Insomma, davvero una grandissima accoglienza.

Questa bella esperienza mi ha lasciato qualcosa, mi ha fatto molto riflettere e capire che dobbiamo amarci e stimarci di più noi italiani: siamo unici, il made in Italy è unico, amato in tutto il mondo. A questo proposito ho indossato per tutti i giorni del Festival dei meravigliosi abiti firmati Abitart, di Vanessa Foglia, la stilista di cui sono Testimonial. Inutile dirvi che non potevo camminare per strada senza che le persone mi fermassero per chiedermi dove avessi comprato quel vestito, cosa che mi capita anche in Italia. Devo dire che con i suoi abiti non si sbaglia mai, non si può passare inosservati. Anche gli orecchini o le collane che ho indossato, Gabry Style, bigiotteria artigianale, erano oggetto di meraviglia ed ammirazione. Il nostro film, “Frammenti”, era in concorso tra i film stranieri, ha avuto molto successo, si sono tutti complimentati con noi, ho visto persone in sala commuoversi sinceramente e ho ricevuto i complimenti del Presidente Rector per la mia interpretazione nel film. A questo punto cosa desiderare di più da un evento di questa portata? Io non mi aspetavo null’altro, il successo era stato grande, figurati poi se potevo immaginare la ciliegina sulla torta: una regista canadese, Dianna Ippolito, mi ha scelto per il suo prossimo film che girerà in Italia. Alla sua richiesta sono rimasta molto colpita e molto soddisfatta di me. Non potevo crederci, ma è successo e le mie orecchie sentono ancora quell’invito concreto e diretto che mi ha fatto Dianna: “I want you in my next movie!”. Non ho potuto fare altro che annuire e dire di sì! E’ stato bellissimo.

Come la racconti è stata un’esperienza indimenticabile che ti ha lasciato un segno profondo, sia umano che professionale: a parte la ciliegina sulla torta che è un tuo personale risultato fantastico e per questo, come si dice negli USA, fingers crossed. Ma, Francesca, cosa ti sei portata in Italia da Hollywood che ti ha arricchita e ti ha dato spunti di riflessione che vuoi condividere con i nostri lettori?

La consapevolezza del nostro valore artistico e storico è la prima cosa che mi viene imente. Per noi italiani è tutto scontato, normale, come se facesse parte del nostro “codice genetico” e non ci accorgiamo, non ci rendiamo conto, delle cose che possediamo e del valore internazionale che hanno il nostro immenso patrimonio artistico e culturale che si può respirare anche semplicemente passeggiando in tutte le città italiane nessuna esclusa. Nessun paese al mondo ha questo. Siamo molto fortunati, e non ce ne rendiamo conto. Poi mi sono portata a casa la consapevolezza che Hollywood è la mèta per chi vuole fare cinema ad altissimi livelli, tutto il mondo della settima arte gira intorno agli Studios di L.A.. Sono stati capaci di costruire un mondo intero che si occupa di cinema in tutte le sue dimensioni. Tutto è molto nuovo e innovativo rispetto all’italico mondo filmografico. Los Angeles è immensa, non finisce mai, ed è piena di mille contraddizioni: da un lato gli homeless, dall’altro gli edifici scintillanti, le mega ville super lussuose da una parte e le casette popolari in muratura dall’altra. Sembra che ancora oggi L.A. non abbia una struttura urbanistica definita. È come se fossero tante città in una sola, una diversa dall’altra. Forse l’unica cosa omogenea è il cinema e le strutture ad esso adibite, il reso è pura anarchia che possiede comunque un fascino particolare.

Francesca, oggi sei un’attrice abbastanza conosciuta, come è iniziata la tua carriera e quando hai capito che volevi fare questa difficilissima e insidiosissima professione?

La mia carriera, come professionista, è iniziata con uno spettacolo al Teatro di Documenti a Roma, con la regia del compianto Maestro Luciano Damiani. Prima ci sono stati gli anni di studio appassionato e tenace, e di durissima gavetta senza tregua. Fin da piccola il mio sogno è sempre stato recitare. Già ad otto anni declamavo le poesie di Jaques Prevert. Ma al contempo ho cercato di fare altro: ho preso la laurea in Giurisprudenza per esempio. Ma il richiamo per l’arte, per me, è sempre stato fortissimo. Del resto ho sempre odiato la realtà del lavoro ripetitivo che non avesse nulla di creativo, di artistico direi. Non ero disposta a fare nessun sacrificio per diventare una principessa del foro. Per calcare le tavole del palcoscenico, invece, avrei fatto di tutto, purché si trattasse di sacrifici eticamente e professionalmente corretti e rispettosi della mia persona e della mia arte.

La tua passione per l’arte, Francesca, è indiscutibile. Io la percepisco molto forte, dirompente, devastante. Il tuo talento, anche quello è indiscutibile, e ti è riconosciuto da tutti indistintamente. Ma sai bene che una brava attrice o un bravo attore, oggi più che mai, se non ha frequentato una buona scuola di recitazione non viene nemmeno presa/o in considerazione da registi e produttori. Tu quali scuole hai frequentato per imparare quest’arte e frequenti tutt’oggi per migliorarla quotidianamente?

Non sono mai stata una accademica. Ho sempre avuto dei grandi Maestri con cui crescere ed imparare l’arte della recitazione: Vasilicò, Boccaccini, Sepe, Damiani, e adesso altri maestri importanti quali Marini, Tarasco, Bosi, Curreli. Tutto questo mi ha consentito di raggiungere uno stile unico, diverso e personale, non accademico appunto, ma originale e molto apprezzato. Potrei definirli i miei “Maestri d’Arte”, come venivano definiti nel Rinascimento, per esempio. Ancora oggi lavoro molto su me stessa e mi piace scoprire sempre nuove corde da far suonare e da regalare al mio pubblico.

Francesca, il lavoro di artista, e di attrice in particolare, lo sai bene, è un lavoro difficile e pieno di incertezze economiche, soprattutto all’inizio della carriera quando non guadagni abbastanza e devi arrangiarti con altri lavori per vivere e continuare il tuo sogno e la tua passione. Tu avrai fatto altre esperienze lavorative prima di dedicarti a tempo pieno alla recitazione, alla tua professione attuale di attrice? Spesso queste esperienze di vita arricchiscono il bagaglio esperienziale dell’artista, umanamente e professionalmente: un’artista completa, si dice infatti, non è solamente chi sa fare bene la sua parte da attrice! Ci vuole altro. Ci vogliono altre qualità oltre al talento. Tu cosa ne pensi di tutto questo e cosa hai fatto durante la tua carriera rispetto ad altre esperienze lavorative per mantenerti?

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E’ assolutamente giusto quello che dici Andrea. Un attore deve fare esperienza anche del mondo normale, quello di tutti i giorni, quello della quotidianità. Io ho fatto molte cose, ho venduto enciclopedie, fatto telemarketing, lavorato come commessa, lavorato come intervistatrice per indagini di mercato, lavorato in uno studio come praticante civilista, e nel frattempo studiavo recitazione e facevo i primi spettacoli senza essere pagata. Ho la fortuna di avere un’ottima famiglia alle spalle che nei momenti di difficoltà e di magra mi ha sempre sostenuta ed aiutata, pur non condividendo la mia scelta di fare questo mestiere. Le esperienze che ho fatto in quegli anni mi sono state molto utili, non solo perché ho lavorato e guadagnato dei soldi che mi hanno fatto comprendere il valore del denaro, ma soprattutto quelle esperienze mi hanno dato la possibilità di conoscere da vicino il mondo reale, di farlo mio, di esserne una protagonista assoluta: osservavo le persone con curiosità ed attenzione, mi immergevo dentro situazioni di vita quotidiana che poi, magari, mi ritrovavo a dover interpretare in una commedia, in una fiction, in un film. Tutto questo mi ha fortificata, mi ha resa più sicura di me stessa, ha rafforzato il mio grande amore per l’arte, perché in fondo la vita vissuta è arte.

Bellissime parole Francesca. Sai benissimo, però, perché ne fai integralmente parte, che il mondo della recitazione è un mondo pieno di difficoltà e compromessi, di insidie e di pericoli, di rischi di oltrepassare i limiti della normalità della vita quotidiana che potrebbero portarti altrove. Sono difficoltà reali che bisogna saper affrontare con determinazione e forza, aggrappandosi ai valori sani che i nostri genitori hanno saputo trasmetterci. Quali sono state le difficoltà più serie che hai dovuto affrontare in questo mondo da quando hai iniziato la tua vita artistica e quale l’esperienza più brutta che vorresti cancellare e che ti ha lasciato un segno indelebile?

Quando ho iniziato questa professione, fare l’artista, ho deciso che dovevo “dividermi” in due: la Francesca artista e la Francesca manager di sé stessa. Questo approccio, artigianale se vuoi, ma molto efficace, mi ha permesso di non perdere mai di vista la rotta da seguire per condurre la nave in porto.

Purtroppo, senza questa capacità di sdoppiarsi, ho capito che si rischia davvero molto. Ci sono persone squallide che girano e si insinuano in questo mondo. E’ risaputo da tutti: addetti ai lavori e persone comuni. Questa gente è lì, ferma, impassibile, che ti osserva anche quando non te ne accorgi, non aspetta altro che tu faccia un passo falso, un errore, che ti capiti un problema, per venirti incontro e offrirsi per darti un aiuto, un “finto aiuto” che chiaramente ha atri obiettivi: è lì che rischi di oltrepassare la soglia che dicevi prima, Andrea.

Poi ci sono persone del mondo del Teatro o del Cinema, che ti colpiscono nei momenti in cui non puoi reagire, per esempio in scena, o nei momenti in cui sei indifesa e più debole. Sono persone malate che necessiterebbero di un buono psicologo, invece che di un palcoscenico. A me è successo di essere colpita vilmente. Ci sono stata molto male. Ho sentito un male fisico e un male psicologico insieme. Ma col tempo ho capito che l’amore per il palcoscenico è in grado, se in te è davvero forte la passione per quest’arte, di farti superare qualunque ostacolo e di rafforzarti sempre di più.

Un’altra cosa detestabile è lavorare in uno spettacolo come protagonista, ed essere ignorata completamente dalle recensioni pilotate di alcuni colleghi che senza scrupoli, avendo un ruolo secondario, vogliono a tutti i costi apparire pubblicamente per emergere e farsi conoscere “ammaliando” i giornalisti o i critici che poi scriveranno dello spettacolo: è un giochino che spesso funziona ed io ne sono testimone diretta.

Comunque si, per fortuna, capita raramente di avere a che fare con simili “professionisti” e per evitare qualunque problema per il mio futuro artistico, ad un certo punto ho deciso di avere un ufficio stampa tutto mio. Giò di Giorgio mi segue in ogni passo che faccio, e mi dà la giusta e meritata visibilità. Oggi la visibilità è molto importante per lavorare, spesso però noi attori di teatro ne abbiamo poca. Qualche volta mi è capitato di partecipare ad eventi importanti e di vedere che starlette “senza ne arte ne parte”, o personaggi improvvisati che hanno raggiunto repentinamente il successo mediatico del momento che come è arrivato velocemente sparirà, venivano notati e ammirati dalla gente comune che magari era lì di passaggio, vicino all’ingresso dell’evento, della festa. Mentre io, che sono una professionista, che ho studiato e fatto davvero tante cose importanti, non venivo riconosciuta né presa in alcuna considerazione. Il problema è che la gente non ti conosce, non ti ri-conosce come artista, e quindi non manifesta per te alcun interesse di donna dello spettacolo. È una triste verità contro la quale, se vuoi avere la visibilità e la notorietà che ti aspetti, devi combattere facendoti vedere in giro nelle feste importanti e negli incontri culturali, creandoti un buon ufficio stampa che sa darti la giusta visibilità. Non è sufficiente recitare la tua parte nei luoghi deputati alla sacra arte del Teatro o del Cinema. Questa è un’altra cosa che ho capito e alla quale sto cercando di porre rimedio e sono sicura che riuscirò nel mio intento!

In uno dei suoi romanzi più conosciuti e più belli, “Memorie dal sottosuolo” pubblicato nel 1864, Fëdor Michajlovič Dostoevskij parla, tra le righe, della “Teoria dell’Umiliazione”. A partire dagli anni ’90, alcuni scienziati e psicologi americani, ne hanno fatto una vera e propria teoria psicodinamica, un modello psicologico che parte dal presupposto che sono più le umiliazioni che subiamo nella nostra vita ad insegnarci a vivere meglio e a sbagliare sempre meno: si impara dalla propria esperienza di vita e dai propri errori, soprattutto quando sono gli altri a farceli notare e magari ridono di noi! Francesca, hai mai subito delle umiliazioni professionali che ti hanno lasciato il segno ma che al contempo ti hanno fatto crescere professionalmente e ti hanno dato più forza e più determinazione per continuare a percorrere la tua strada di artista?

Sì, certo, sono il pane quotidiano quando fai la gavetta e sei ancora un’artista in nuce, acerba, che non conosce, perché non l’ha sperimentato, qual è il suo reale valore artistico, anche se potenziale e da migliorare con l’esperienza. In quei momenti, all’inizio della tua carriera quando sei giovane e inesperta, anche emotivamente, basta poco, basta un niente per buttarti giù come una foglia secca. Poi, però, se hai la forza di rialzarti, andando avanti nel tuo percorso artistico, capisci che proprio quel cadere e rialzarsi, quel toccare il fondo e risalire, ti ha portato ad essere quella che sei oggi, ti ha permesso di arrivare dove sei arrivata: nulla accade per caso!

Era il 2001, ricordo un regista che si divertiva tantissimo ad umiliarmi. Mi insultava e mi denigrava continuamente. Solamente una volta ha apprezzato il mio lavoro: quella volta fui felice! Tutto il resto delle volte, invece, erano sempre e solo rimproveri. Io frequentai il suo laboratorio per otto mesi, non mollai mai, non mi arresi mai, artisticamente parlando mi lasciai umiliare tantissimo. Finito quel corso di studi, ebbi una profonda crisi artistica, mi sentivo svuotata, inutile, incapace di fare questo mestiere, sentivo una forte insicurezza che nasceva dall’insuccesso e dalla consapevolezza (errata!) che mi aveva dato quel regista: fare l’artista non era per me, quel mondo non mi sarebbe mai appartenuto. Restai imbambolata per quasi un anno. Avevo il terrore di salire sul palco. Un giorno incontrai una persona a me molto cara alla quale raccontai tutto quello che mi stava accadendo. Mi disse che era normale, che molti attori e attrici, dopo aver studiato con questo regista, avevano avuto il mio stesso problema. Se avessi superato questo blocco artistico, niente e nessuno mi avrebbe più fermato. Quelle parole mi diedero una forza e una determinazione che da più di un anno avevo perso. E’ stata come una spinta fortissima che mi ha fatto ripartire come un treno. Oggi mi sento di ringraziare il “terribile regista”, ma soprattutto questo mio caro amico senza le parole del quale oggi non saremmo qui a fare questa bella chiacchierata hahahah!

Bellissima questa storia Francesca. E’ vero quando si dice che il problema non è cadere, ma è sapere rialzarsi ogni volta che si cade. E tu in questo hai dimostrato di essere una donna che non si arrende mai e che sa assorbire e superare i colpi che ricevi dalla vita e dalla tua professione. Ma se penso a quello che mi hai appena raccontato,penso anche che probabilmente avrai pensato, in qualche momento della tua vita professionale, di mollare tutto per fare altro. È una cosa che prima o poi succede a tutti gli artisti e sarà successa anche a te Francesca. Cosa ci vuoi raccontare in proposito? Perché, secondo te, nella mente dell’artista accade questa voglia, che spesso dura pochi minuti o pochi giorni, di mollare tutto e fare altro?

Io ho avuto questa tentazione solo durante l’esperienza che ti ho appena raccontato. Ma superato quel problema, non mi è mai più capitato di pensare, neanche per un momento, di poter fare altro nella mia vita e della mia vita se non l’artista, l’attrice. Sarebbe come dire ad un topo di non essere un topo. E’ nella mia natura, nel mio codice genetico, nei miei neuroni. Sono nata così e chi mi conosce da quando ero bambina, da quando ho iniziato a fare i primi passi, lo sa bene. Ho iniziato ad esibirmi all’età di cinque anni con un mio spettacolo: “Il Chicca Show”. Ancora oggi, chi mi conosce dall’infanzia, mi chiama “Chicca” proprio perché allora da bambina mi inventai quello spettacolo. Succedeva che durante le feste dei miei genitori, ad un certo punto, entravo io e monopolizzavo l’attenzione di tutti: cantavo, raccontavo barzellette, facevo le mossettine. Inutile dire che la mia esibizione era fonte di grande ilarità e di applausi scroscianti di tutti gli ospiti. Già allora, da bambina, all’età di cinque anni, capii che il mio destino era segnato. A nove anni fondai insieme ad una mia carissima amica, che oggi è una importante giornalista RAI, Chiara Romano, una piccola compagnia teatrale che si esibiva durante le festicciole dei ragazzi della nostra età. Ci incontravamo per creare nuovi spettacoli, inventare canzoni, travestimenti, insomma, facevamo delle vere e proprie prove “d’alta scuola teatrale” hahahah, altro che Barbie! Poi ho iniziato a cantare in chiesa come solista. All’epoca ero credente e praticante, e tentai anche di partecipare allo Zecchino d’oro, ma ero troppo alta per la mia età e non mi presero. Per me fu una enorme delusione. La delusione era stata così grande che per un periodo smisi di cantare e di esibirmi. Dopo un po’ di tempo, avevo otto anni, successe che un caro amico dei miei genitori, Adolfo Loreti, che era un artista, pittore, scultore, ma anche un bravissimo musicista che suonava divinamente la chitarra, la sera dopo cena, quando era da noi, accanto al caminetto, mi incoraggiò a cantare insieme a lui gli stornelli e le canzoni di Fabrizio De Andrè. Fu Adolfo Loreti il primo mio vero maestro che iniziò ad “educare” la mia voce al canto. Di Adolfo e della sua famiglia ho un ricordo meraviglioso.

L’arte era dentro di me sin dalla nascita. Non potevo fare altro. Il mio destino era segnato: dovevo fare l’artista e null’altro, per fortuna è stato così ahahah!

Rido perché molti considerano l’essere artisti una condanna. Io la considero un grandissimo dono, un privilegio, un talento: essere veri artisti è difficilissimo, specialmente nel mondo d’oggi che si sta sempre più allontanando dal bello, dalla sensibilità, dal buon gusto per il bello, dall’amore sincero e senza secondi fini. Io dico che è proprio questo mondaccio che ha bisogno di noi artisti e che mai come in questo periodo noi abbiamo una grandissima missione da compiere anche a costo di enormi sacrifici, portare l’arte alla gente. 

Francesca, è noto a tutti che il mondo del Cinema e del Teatro è un mondo pieno di insidie, di ipocrisie, di compromessi, e di cose che non sempre si possono raccontare. Quando hai comunicato ai tuoi genitori che avresti fatto l’attrice, cosa ti hanno detto? Cosa hanno fatto, dando per scontato che anche loro sono consapevoli delle difficoltà e delle insidie di questo mondo nel quale volevi entrare?

I miei genitori non hanno mai accettato la mia professione, hanno sempre cercato di dissuadermi. Per loro avrei dovuto fare l’avvocato. Per soddisfare questo loro desiderio ho dovuto prendere la laurea in Giurisprudenza. Poi ho seguito la mia “vocazione” per l’arte. E’ stata la mia forza e la mia determinazione – e qui permettimi di stringermi la mano – a farmi andare contro tutti e contro tutto quello che mi ostacolava in questo mio obiettivo.

Oggi posso dire che avevo ragione io. Sto riuscendo a realizzare quelli che da bambina erano i miei sogni ad occhi aperti: fare l’artista.

Per crescere bene mio figlio Giorgio, mi sono fermata per ben sette anni. La famiglia e mio figlio per me hanno sempre il posto più importante della mia vita: questo è chiaro! Ma non mi sono fermata affatto, Andrea, una donna come me non può essere fermata hahah. In quei sette anni ho fondato il Teatro Aldo Fabrizi, l’ho diretto per un anno intero, ho insegnato recitazione presso scuole elementari e medie inferiori, ho creato un mio personale laboratorio artistico dove ho messo a punto il mio metodo di approccio alla scena e alla recitazione, ho fatto anche qualche regia, insomma, non mi sono fermata un attimo, ma Giorgio era sempre lì accanto a me con tutte le mie attenzioni e con tutto l’amore che una mamma può dare al suo bambino.

Dopo questi sette anni vissuti tra famiglia e arte, ho ripreso a pieno regime perché avevo la consapevolezza che dovevo dedicarmi a qualcosa di ancora più importante per realizzare la mia passione e il mio percorso di artista: non avrei mai potuto fare entrambe le cose contemporaneamente bene. Ma al primo posto c’è Giorgio. Anche lui è un attore, ne sono certa. Ha già fatto due lavori con me: uno in teatro, l’altro al cinema.

Un’altra parte della tua domanda, Andrea, riguardava i compromessi. Non ho mai accettato alcun compromesso nel mio lavoro. Il massimo del compromesso che ho subìto è stato lavorare con colleghi che detesto. Null’altro!

Ma è vero quello che dici, ci sono proposte di compromessi sempre. Ma non fanno parte della mia cultura ne del mio modo di vivere l’arte. Ho perso dei lavori importanti perché avevo capito che oltre alla mia bravura sul palco, al produttore di turno, al regista di turno, interessava anche altro, quell’altro” che io non avrei mai dato. Con sdegno sono stata costretta a chiudere  la porta in faccia a questi pseudo-registi, a questi pseudo-produttori. Saranno anche bravi, ma sono persone malate che utilizzano il loro prestigio, il loro potere, per appagare i loro appetiti sessuali. Ed è questa loro devianza che determina la loro pseudo-arte. Io non mi fido di registi o produttori di questa pasta, che hanno queste devianze, che danno per scontate certe cose di cui dovrebbero invece vergognarsi. Prima o poi la cavolata la faranno e distruggeranno per sempre la loro vita artistica.Francesca Stajana 10

Purtroppo Francesca quello che dici è pura verità: “mal comune mezzo gaudio”, se posso utilizzare un proverbio assai conosciuto. Nel senso che quello che hai raccontato con grande coraggio, in Italia fa parte di tutti i mondi lavorativi: utilizzare il potere della posizione che si ricopre per soddisfare meschini appetiti sessuali come se questo scambio fosse normale: io ti do il lavoro, tu mi dai quello che voglio! Ma passiamo ad altro, una delle domande classiche del nostro magazine, che rende l’artista più simpatica, è di raccontarci la cosa più buffa e bizzarra che le è accaduta durante il suo lavoro: durante le prove, durante le riprese, nel backstage, etc.. Tu cosa racconti ai nostri lettori di buffo che ti è capitato e che li farà sorridere? 

Oh certo, ora ricordo un episodio divertente all’inizio della mia carriera televisiva. Ero sul set di “Cuore”, una serie TV tratta dal tristissimo libro di Edmondo De Amicis, con la regia di Maurizio Zaccaro, andato in onda su Mediaset. Io interpretavo una suorina che accoglieva i malati in ospedale. Ero vestita con gli abiti dell’epoca e avevo un cappello a forma di nave sulla testa che mi si impigliava sul set ovunque. Gli operatori scherzavano e dicevano “Attenta alle corna!!!”, e ridevano. Il clima sul set era di ilarità e divertimento, nonostante stessimo per girare una scena di una drammaticità assoluta. Eravamo tutti rintanati su per una scala prima del ciack, e un attore importante, di cui non faccio il nome, mi vide ed improvvisamente esclamò “Ah se fossero davvero tutte così le suore in convento, mi farei subito prete!” Io non ce la feci più e scoppiai a ridere proprio mentre l’aiuto regista dava l’azione. Entrai in scena sul set ridendo senza potermi trattenere, ma la scena da girare era molto drammatica: stava morendo un bambino. Io avevo delle battute da recitare con un tono disperato ed assente. Ma ovviamente non ce la feci. Ripetemmo la scena ma c’era presa a tutti la cosiddetta ridarella e  come aprivo bocca ridevamo tutti a crepapelle ahaha. Ma alla fine, dopo qualche minuto, da bravi professionisti, ci siamo calmati e abbiamo portato a casa la scena!

Tutto quello che accadde quel giorno lo ricordo ancora oggi con piacere e con divertimento.

Francesca, di recente sei stata ospite della terza edizione del Roma Web Fest al MAXXI di Roma, primo festival in Italia dedicato alla Web Serie con la preziosa direzione Artistica della fondatrice del Festival, la brava e bella Janet De Nardis, che ha avuto la collaborazione di Max Gigliucci. Sai bene, a questo punto, che oggi, oltre al Cinema, al Teatro, alla TV, esiste un nuovo mondo, un mondo sommerso e sconosciuto alla maggior parte degli over ’50, che si compone di molteplici opportunità per sperimentarsi e lavorare come attore o come attrice del mondo della filmografia: sono quelli delle web-fiction, dei web-movie, di YouTube, ed altri modelli ancora che utilizzano le nuove tecnologie informatiche e multimediali. Come vedi questo “nuovo mondo” anche alla luce della tua esperienza al Web Festival? Cosa puoi raccontare ai nostri lettori e cosa consigliare ai giovani artisti avendo visto da vicino questo mondo filmo-grafico ancora sommerso e in evoluzione?

Il web è davvero la nuova frontiera dello spettacolo. Io stessa ho appena girato una pubblicità per il web di una banca con la regia di Marco Santoro e Felice V. Bagnato che ha vinto il premio per la migliore web-serie proprio al festival di cui parli. E’ un mondo molto vasto, ancora abbastanza democratico ed abbordabile. Ci sono molte possibilità di crescita e di sviluppo, anche se non bisogna mai dimenticarsi della qualità e della preparazione artistica che purtroppo a volte difettano in questa globalità di prodotti in rete. Sono stata ospite al Roma Web Festival di Janet de Nardis e Gigliucci, con il mio ufficio stampa Giò di Giorgio, e devo dire che è un festival organizzato molto bene e in una splendida location come il Maxxi a Roma. I prodotti che arrivano lì sono tutti di alta qualità. C’è una bella scrematura sicuramente a monte. Ai giovani consiglio di non prendere sottogamba lo studio e la preparazione per creare prodotti validi. Il fatto che tutti possano mettere in rete qualcosa, non vuol dire che siano prodotti digeribili allo spettatore e che possono suscitare l’interesse per vedere il film fino alla fine. Se poi manca la qualità, è abbastanza inutile, diventa solo puro narcisismo: in rete ci sono pure io! Ai giovani artisti dico di scegliere storie attuali, divertenti, con attori bravi, preparati e credibili. E dico ancora di girare i loro corti o i loro medio-metraggi con le giuste strumentazioni senza lasciarsi andare all’improvvisazione e alla casualità, che non pagano mai.

Sullo studio e sulla preparazione Francesca, hai perfettamente ragione e hai dato un ottimo consiglio ai giovani artisti. Purtroppo ci sono diverse trasmissioni televisive che fanno passare un pessimo messaggio: “puoi essere quacuno senza essere nessuno”! E questo nel mondo dell’arte è un danno gravissimo. Ma passiamo ad un’altra domanda Francesca, hai dei modelli di attrice alle quali ti ispiri e che prendi ad esempio professionale? Se sì, chi sono e perché? 

Come stile di recitazione, ho sempre cercato un mio stile personale ed unico. Non mi piace imitare, non trovo giusto che un artista imiti, la strada da percorrere è un’altra secondo me, quella di essere veramente se stessi. Certo non si può piacere a tutti, ma è importante capire davvero chi sei per fare questo lavoro. Quali traguardi artistici puoi raggiungere con la tua personalità, con il tuo talento, con la tua passione, cosa puoi fare di meglio e di più rispetto a quello che è stato fatto nel passato. Questo per dire che bisogna essere se stessi sempre e comunque.

Con questo non voglio assolutamente dire che non bisogna lavorare su se stessi quotidianamente per migliorarsi giorno dopo giorno. Il lavoro dell’attore comincia proprio dal conoscere se stesso, dal guardarsi in quello specchio immaginario che abbiamo di fronte a noi e che ci restituisce la nostra immagine. 

Chi sono stati i tuoi veri maestri artistici ai quali sei ancora molto legata? Ce li vuoi ricordare e magari raccontarci qualcosa di loro che ti fa piacere? 

Come dicevo prima, non ho fatto studi accademici ma ho studiato con grandi Maestri del mondo teatrale e cinematografico internazionale. Come non parlare di Claudio Boccaccini che mi ha insegnato a stare su un palco per la prima volta; o di Luciano Curreli con il quale ho studiato per tre anni il metodo Stanislavsky Strasberg; o il grande e compianto Giuliano Vasilicò, fondatore del Teatro di Avanguardia, dal quale ho appreso la disciplina teatrale; o quel matto visionario geniale di Giancarlo Sepe con il quale mi sono scontrata ma dal quale ho appreso l’importanza della musica nella creazione artistica; o il Maestro Luciano Damiani con il quale ho appreso l’eloquenza e il far danzare le parole; o Franco di Dio che mi ha insegnato a portare l’arte della scultura in scena atteggiando il proprio corpo come fosse una statua vivente. Da ognuno di loro ho “rubato” qualcosa che adesso è mio e mi appartiene. Ma di Maestri io ne ho ancora oggi tanti altri, perché io continuo sempre a lavorare su me stessa e non mi lascio scappare l’occasione di fare seminari o laboratori con i registi geniali del momento tipo Tarasco, Marini, Bosi, e tantissimi altri. 

Tu che sei una donna-artista conosciuta e di successo, come fai a gestire la tua vita affettivo/sentimentale con il lavoro che fai? Hai avuto degli attriti con il tuo partner o delle difficoltà che vuoi raccontarci?

In realtà gestisco tutto non gestendo niente, nel senso che, nella vita privata, arrivo dove posso arrivare. Io do il massimo di me stessa nella professione: Chi mi sta vicino lo sa e si rende conto della mole di lavoro che ho e non pretende molto, anzi è felice di vedermi impegnata e proiettata sempre verso nuovi progetti.

Giorgio ovviamente è un caso a parte e per me viene prima di tutto il resto. 

Oggi succede spesso che molti giovani artisti di talento lasciano l’Italia per andare all’estero, imparare le lingue, migliorare la loro professionalità e la loro arte, frequentare scuole di recitazione importantissime, e quindi vivono all’estero per molti anni o lasciano definitivamente l’Italia per amore del proprio lavoro di attore, regista, sceneggiatrice, costumista, etc….Tu hai mai pensato di lasciare l’Italia e andare a vivere, per esempio, a Los Angeles (Hollywood) o a New York o in una città occidentale dove il cinema e la televisione danno molte più opportunità ai giovani e bravi artisti?

Devo dire la verità, l’ho pensato qualche anno fa, era un po’ un sogno. Oggi che ho vissuto l’esperienza di esserci stata veramente, penso che rimarrei lì, ad Hollywood, giusto il tempo di fare qualche film e poi tornerei senza esitazione nella mia bella Italia.

Ma capisco i giovani che partono e cercano fortuna negli USA. Io la mia fortuna ce l’ho qui, ne sono consapevole.

 Francesca Stajana 13

Francesca, per terminare questa bella conversazione, vuoi confessarci qual è il tuo sogno nel cassetto che professionalmente vorresti si realizzasse e che non si è ancora realizzato?

Oggi mi piacerebbe fare un bel musical da protagonista, con un grande regista che sappia guidarmi e tirare fuori da me quell’anima musicale che sento di avere. Mi piacerebbe, però, un musical drammatico, adoro i drammi e le opere liriche. Il canto è un’altra mia passione, ho studiato canto jazz, lirico e per musical, con bravissimi maestri come Nino de Rose, Cesare Rufini Loforte e Simone Sibillano. Inoltre, ho inciso tre cover, di cui due jazz e una per musical con la direzione artistica del Maestro Andrea Tosi. Mi capita spesso di portarli in radio e di farli ascoltare ed ho avuto sempre un ottimo riscontro. Questa cosa mi incoraggia a continuare, infatti sono in cantiere altre tre cover.

Grazie Francesca per averci dedicato il tuo tempo e in bocca al lupo per il tuo futuro di attrice. Noi de “ilprofumodelladolcevita.com, visto che sei stata ad Hollywood di recente, ti diciamo semplicemente: fingers crossed!

Ahahah, certo certo grazie mille Andrea, fingers crossed! Un bacio a voi e a tutti i lettori de “Il Profumo della dolce vita”.

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra