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Gherardo Colombo, “Lettere a un figlio su Mani Pulite”, Ed. Garzanti, Milano, 2015

“Sono passati più di vent’anni da quel 17 febbraio 1992, il giorno dell’arresto di Mario Chiesa che ha dato inizio alle indagini e all’inchiesta conosciuta con il nome di Mani Pulite.” Comincia così il racconto di quegli anni da parte di Gherardo Colombo, uno dei pubblici ministeri in prima linea del pool di Mani Pulite, che ha di fatto demolito la Prima Repubblica. Il racconto che fa Colombo di quegli anni è semplice e lineare, sincero e a tratti lascia trasparire una ingenuità che oggi comprendiamo molto più di allora quando esplose dirompente il fenomeno Tangentopoli con la figura dominante di Antonio Di Pietro. Lo scandalo di corruzione diffusa che ha impressionato l’Italia intera di fine novecento, chiamato dalla stampa “Mani Pulite”. Quello che emerge con chiarezza crescente, vivida e disarmante, leggendo una dopo l’altra le pagine del racconto che fa Colombo di quegli anni divenuti storici, è che la corruzione in Italia era diffusa a tutti i livelli istituzionali, a tutte le classi sociali, in tutte le regioni del nostro paese: “… emerge a grandi linee il sistema della corruzione che sarebbe passato alla storia come Tangentopoli … non si tratta di casi isolati e sporadici ma di un impianto capillare e diffuso da cui quasi nessuno – né impresa, né partito, né amministrazione pubblica – resta escluso. Il sistema della corruzione in Italia – scrive Colombo – riguarda l’organizzazione politica ed economica del nostro Paese. Ed è impressionante.” Tutto il sistema della corruzione – come lo definisce Colombo – è rigidamente regolato da “norme non scritte” parallele a quelle ufficiali dello Stato. Regole che sono ampiamente condivise da tutti coloro che fanno parte del sistema corruttivo che appare indistruttibile perché capillarmente diffuso ad ogni livello: “Il sistema, pur colpito, continua ad esistere e per qualcuno (degli indagati) il dimostrarsi affidabile sembra un investimento che potrebbe, in futuro, rivelarsi utile”. Il libro di Colombo, in sostanza, racconta un fallimento. Il fallimento di una potenziale prospettiva politica ed economica migliore frutto delle indagini e degli arresti di Tangentopoli che avrebbero dovuto inculcare nella cultura del cittadino italiano, dei pubblici amministratori e dei rappresentanti delle istituzioni, una morale ed un’etica nuova basata sull’onestà, e che si muovesse nella sola direzione dell’interesse pubblico e non dell’interesse privato o di piccole o grandi lobby. Oggi, nell’anno del Signore 2015, gli anni di Tangentopoli raccontati da Colombo, anche alla luce dei recenti scandali di corruzione che emergono e si susseguono quasi quotidianamente nel nostro paese, sappiamo che non hanno lasciato alcuna traccia nella memoria nel popolo italiano e non hanno insegnato nulla a nessuno. La Corruzione in Italia è al primo posto tra i mali del nostro paese, molto di più della mafia, molto di più della cattiva, lenta e incompetente burocrazia: ce lo dicono quasi quotidianamente tutti i mass media italiani e stranieri! Il libro è certamente da leggere, anche se può apparire nostalgico a chi ha vissuto quegli anni da cittadino-spettatore, e lascia un amaro pessimismo sulle labbra del lettore.

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra