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Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, “La tua giustizia non è la mia”, Ed. Longanesi, Milano, 2016. – Recensione.

001di Andrea Giostra.

«Che cos’è la giustizia?», inizia così l’interessante libro di Colombo e Davigo, due magistrati importanti, famosi, conosciuti da tutti gli italiani, conosciuti nel mondo intero, che certamente con il pool di “Mani Pulite” hanno fortemente contribuito a cambiare la storia dell’Italia della seconda Repubblica! Questo per dire che chi scrive questo bel libro non ha certo bisogno di presentazioni e quello che scrive ha un valore indiscutibile e granitico.

Il libro è molto intrigante, interessante, ricco di spunti di riflessione sia per la gente comune, che per gli appassionati di cultura, per i giuristi, per chi vuole cimentarsi in attività sociali, imprenditoriali o politiche, insomma per chi vuole essere un cittadino consapevole e colto rispetto al contesto normativo in cui vive e vuole costruire una sua dimensione umana, relazionale, affettiva e lavorativa.

Il fatto è che, come ben sottolineano Colombo e Davigo nel loro libro, scritto come se fosse una bella chiacchierata tra vecchi e navigati amici-giuristi che si confrontano a viso aperto e senza remore o inibizioni sul tema più importante dell’uomo di tutti i tempi, qual è quello della “giustizia”, perché si viva in una sana convivenza civile tra popoli diversi, ovvero, tra genti dello stesso Paese, della stessa cultura, della stessa lingua, come l’Italia appunto, occorre avere un concetto chiaro e condiviso del termine “giustizia”.

Ma «Che cos’è la giustizia?». Rispondere a questa domanda non è affatto facile se non altro perché ogni cittadino, ogni uomo, ogni persona che vive in questo pianeta, è portatore di un concetto e di una accezione di giustizia che spesso si discosta da quello di un’altra persona in modo netto e talvolta radicale!

Allora come si fa a risolvere questo problema così importante? Come si fa perché tutti i cittadini di uno stesso Paese, di una stessa Nazione, abbiano lo stesso concetto di giustizia?

Il dialogo tra i due importanti ed assai esperti giuristi-magistrati si sviluppa proprio per dipanare questo groviglio di concetti comuni, popolari, di caste, di organizzazioni, di lobby, di congregazioni, etc…

Nelle pagine iniziali viene messo subito in evidenza che la “giustizia” ha radici antiche come l’uomo, e che nei millenni ha subito un’evoluzione straordinaria e per certi versi radicale proprio a partire dai contesti in cui viene pronunciata: in ambito teologico la giustizia è una virtù cardinale; sotto il profilo filosofico ed etico la giustizia ha una matrice morale; nell’accezione giuridica del termine, si parla di giustizia formale, ovvero, procedimentale, che devono rispettare il diritto; sotto il profilo sociale la giustizia fa riferimento alle decisione prese e allora si parla di giustizia giusta e di giustizia ingiusta.

Tutto nasce dal “diritto positivo” che poi nei secoli si sviluppa in altre forme di “diritto”: “diritto naturale”; “diritto convenzionale universale”; “diritti umani definiti dal Protocollo generale delle Nazioni Unite”. Ecco, forse questo Protocollo – come dice Davigo in questo interessante libro! – è la base del diritto del XXI Secolo di quasi tutte le nazioni che si definiscono civili e democratiche e che stabilisce, senza possibilità di sindacatura alcuna, che «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.» (art. 2 della Costituzione Italiana del 1948).

Questo importantissimo articolo della Costituzione Italiana, come sostiene Colombo, va però integrato e completato dall’articolo 3, primo comma, della Costituzione, ossia: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»

Il dialogo tra i due importanti giuristi ha quale base proprio questi due articoli della Costituzione Italiana! Da questa base concettuale, il confronto si sviluppa, per tutta la lettura, in modo istruttivo, chiarificatore, perspicace, illuminante, esperienziale, colto, sapiente, fondamentale; componete essenziale per qualsiasi cittadino che vuole vivere all’interno della cornice del diritto e della giustizia giusta!

Ma è anche vero che l’elemento determinante perché la giustizia sia giusta, non è certamente quanto è scritto nei Protocolli Internazionali, nelle Costituzioni dei vari Paesi, nelle Leggi degli Stati, delle norme e nei regolamenti che regolano la vita sociale e civile di un popolo!

Purtroppo, sappiamo tutti, e incredibilmente in questo jato ci viene incontro anche il Vangelo secondo Luca (18,1-8-1), che alla fine sono gli uomini ad interpretare le leggi scritte, a decidere cosa è giusto e cosa non è giusto, qual è dal loro punto di vista la giustizia giusta e qual è la giustizia ingiusta per il cittadino, per il popolo, per le persone che vivono in un determinato Paese, Stato, Civiltà!

E da questo punto di vista la discussione tra Colombo e Davigo, pur essendo estremamente interessante ed arricchente, lascia questa crasi netta, questo vuoto incolmabile, che mai nei millenni è stato riparato, che mai nei millenni è stata trovata una soluzione all’arbitrarietà del giudice che deve decidere secondo la sua prospettiva che purtroppo non sempre è in sintonia con le leggi scritte!

E’ questa la lacuna del libro di Colombo e di Davigo che resta comunque estremamente interessante. E’ questo il problema irrisolto che nessuna legge, nessuna norma, nessun regolamento, nessun protocollo internazionale potrà mai risolvere: la vulnerabilità etica e morale; la fragilità della fedeltà allo Stato ed alle sue leggi per le quali chi dovrà decidere ha giurato di attenersi secondo coscienza e giustizia; è questo il fulcro della questione se è stata fatta giustizia, ovvero, se è stata compiuta un’ingiustizia: “Il fattore umano”!

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I lettori che volessero conoscere l’autore della Recensione, Andrea Giostra, possono consultare la sua “Official Facebook Page” e la sua “Personal Facebook Page”:

https://www.facebook.com/AndreaGiostraFilm/ ;

https://www.facebook.com/andrea.giostra.31 .

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Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra