Gianluca Masone: “Il teatro è sostanza umana”
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Il teatro non è solo spettacolo, ma relazione. Non è solo forma, ma sostanza umana. In questa intervista, Gianluca Masone – attore, regista e formatore – racconta il teatro come spazio di empatia, ascolto e trasformazione sociale. Un’arte che educa allo sguardo sull’altro e che, oggi più che mai, ha una funzione civile.
Gianluca, partiamo da una convinzione forte: chi fa teatro non può non essere empatico. Perché?
Perché il teatro nasce dall’incontro. Non esiste teatro senza l’altro: l’altro attore, il personaggio, il pubblico. L’empatia non è un talento accessorio, è la condizione stessa del fare teatro. Salire su un palco significa mettersi in ascolto, attraversare emozioni che non sono solo tue, farsi veicolo di storie che appartengono all’umanità intera.
Possiamo dire che l’attore ha una responsabilità emotiva e sociale?Assolutamente sì. L’attore maneggia emozioni, fragilità, verità. Non può farlo con superficialità. Ogni personaggio è una vita possibile, ogni storia è un punto di vista sul mondo. Il teatro educa a sentire prima di giudicare, a comprendere prima di reagire. In questo senso è un atto politico, nel senso più alto del termine: riguarda la polis, la comunità.
In un’epoca dominata dalla velocità e dalla distrazione, che ruolo ha il teatro?
Il teatro rallenta. Costringe all’ascolto, al silenzio, alla presenza. È uno dei pochi luoghi in cui il tempo torna umano. Sul palco e in platea si crea una comunità temporanea che respira insieme. Questo è un atto rivoluzionario oggi: fermarsi, guardarsi, riconoscersi.
Hai spesso lavorato e continui a lavorare in contesti educativi e sociali. Cosa accade quando il teatro entra in questi spazi?
Accade qualcosa di profondamente vero. Il teatro diventa strumento di riscatto, di parola, di dignità. Chi non si è mai sentito ascoltato, sul palco trova finalmente uno spazio. Non si tratta di “fare spettacolo”, ma di restituire voce, identità, possibilità. Il teatro non salva, ma accompagna. E questo è già moltissimo.
Sei regista, attore e formatore. Quale tra questi ruoli ti rappresenta di più?
È una domanda che mi fanno spesso, e la verità è che non riesco a sceglierne uno solo, perché ciascun ruolo nasce e prende senso dagli altri. Essere attore è la mia origine: è il luogo dell’ascolto profondo, del corpo che si espone, della fragilità che diventa linguaggio. L’attore vive il teatro dall’interno, attraversa le emozioni, accetta il rischio. Senza questo sguardo, non potrei essere né regista né formatore. Essere regista significa allargare lo sguardo. Vuol dire prendersi la responsabilità del tutto, tenere insieme visioni, persone, tempi, silenzi. È un atto di cura e di fiducia: accompagnare gli attori senza imporre, creare le condizioni perché la verità possa emergere sulla scena. Ma se devo dire quale ruolo oggi mi rappresenta di più, direi formatore. Perché lì confluiscono tutti gli altri. Formare non significa trasmettere tecniche, ma accompagnare esseri umani in un processo di consapevolezza. Nel lavoro formativo ritrovo l’attore, il regista e soprattutto la persona. È il luogo in cui il teatro diventa strumento di crescita, di ascolto, di relazione. In fondo, più che definirmi con un ruolo, mi riconosco in una funzione: creare spazi in cui le persone possano incontrarsi, esprimersi e diventare più consapevoli. Il teatro è il mezzo. L’umano è il centro.
Che tipo di persona deve essere, oggi, chi sceglie il teatro?
A mio avviso dovrebbe essere una persona disponibile al dubbio, al fallimento, all’incontro. Il teatro non tollera l’arroganza, perché è un’arte collettiva. Chi fa teatro deve avere il coraggio di mettersi in discussione, di spogliarsi delle maschere quotidiane per indossarne una più vera sul palco.
Il teatro può ancora incidere nella società contemporanea?
Non solo può, deve. Il teatro è uno specchio, ma anche una domanda aperta. Non dà risposte facili, ma crea consapevolezza. In una società che tende alla chiusura, il teatro allena all’empatia, all’inclusione, al pensiero critico. È un presidio umano.
Spesso ti si sente dire una frase che colpisce molto: “Almeno una volta nella vita, bisognerebbe fare teatro”. Cosa intendi davvero con queste parole?
«Almeno una volta nella vita, bisognerebbe fare teatro. Non per diventare attori, ma per diventare più umani. Il teatro ti obbliga a stare nel corpo, nella voce, nell’ascolto dell’altro. Ti mette in relazione, ti espone, ti fa sentire fragile e vivo allo stesso tempo. È un’esperienza che educa all’empatia, al rispetto dei tempi, delle emozioni, delle differenze. Anche chi non salirà mai più su un palco porterà con sé qualcosa di quel passaggio. Perché il teatro, quando lo attraversi davvero, ti cambia lo sguardo sul mondo e sulle persone.»
Se dovessi lasciare un messaggio a chi si avvicina al teatro oggi, quale sarebbe?
Non cercate il palco per essere visti, ma per vedere meglio. Il teatro non serve a mettersi al centro, ma a creare ponti. Se vi rende più umani, più attenti all’altro, più capaci di ascolto, allora state facendo davvero teatro.


