E’ Elio, pseudonimo di Stefano Belisari, già cantante, compositore, flautista, doppiatore, ex leader del complesso “Elio e le Storie Tese”, che da solista della band nella quale si esibiva suonando anche la chitarra e il flauto traverso, interpreta ora un altro capolavoro di Giorgio Gaber: un monologo dal titolo “ Il Grigio “, storia di un uomo che dopo il divorzio da sua moglie decide di stabilirsi in una casa di campagna per fuggire da tutto e da tutti pensando di ritrovare così la perduta serenità.

Protagonista apparente di questo bel lavoro andato in scena alla Sala Umberto purtroppo soltanto per due giorni, il 1 e 2 novembre scorsi e che Giorgio Gallione ha adattato apposta per Elio è un ex egocentrico, divorziato, con una donna che divide a metà con il marito di questa e che vorrebbe, ma non vorrebbe, venisse a vivere con lui nel rifugio che si è scelto, un “ buen retiro “ ancora in fase di arredamento ma nel quale, durante una pausa di riflessione sulla sua vita trascorsa, avverte uno strano rumore, come uno strusciare sottile del quale non sa identificare l’origine: storia di un rapporto emblematico tra la desiderata quiete nella vita e la realtà del dubbio.

Altro protagonista è “ il grigio “, un topo che non si vede mai in scena come forse lo spettatore desidererebbe ma che la chiara descrizione dell’attore in scena sembra quasi materializzare.

Inizia il “ giallo “ e l’uomo allarga il suo problema a quello di tutto il mondo: la sua solitudine è pari soltanto a quella dell’intero pianeta……ma c’è “ il grigio “.

Durante un momento di relax davanti a quella che egli definisce, con le parole di Gaber,  “ una scatola fluorescente “,  la tv, riesce a capire che la causa del rumore non é altro che un topo, un topo di campagna che si è installato, come le tante spine della sua vita trascorsa, nella casa: finalmente lo vede, è squallido, schifoso, lascia i giro i suoi escrementi con i quali l’uomo viene anche a contatto: in tali caratteristiche identifica la sua vita e decide di reagire come non ha mai reagito, combattendo, stavolta contro un animale, ricorrendo ad una lotta a base di espedienti più o meno intelligenti, come quelli che hanno formato la sua vita.

Il topo è naturalmente furbo, istintivamente intelligente ed ogni volta che l’uomo pensa di averlo catturato ( molto ben esposte, addirittura venate di calcolata e sapiente comicità, le varie descrizioni dei sistemi posti in atto per la cattura ) l’animale invece sfugge alle varie trappole alle quali l’uomo ricorre.

Sono le trappole che ha affrontato nella sua vita disordinata che, però, non ha goduto della innata ed istintiva furbizia della quale è dotato l’animale, furbizia istrionica come istrionico è il testo che Gaber scrisse, insieme a Sandro Luporini, negli anni ottanta e che sebbene vecchio di un trentennio sembra scritto appena poco tempo fa, tanto sono attuali il problema ed il dramma che l’accorta regia di Giorgio Gallione efficacemente descrive: l’amore, il nemico, la tecnologia sono gli ingredienti di questo monologo abilmente ed agilmente recitato, senza un attimo di posa ed inframezzato da alcune canzoni del “ Signor G “ che ben si inseriscono nel testo amplificandone le tematiche  inducendo, ancora una volta, a quel genere di riflessioni di carattere psicoanalitico che sono e resteranno sempre alla base della vita di ognuno di noi; è la tipica esposizione alla Gaber che ben evidenzia il collegamento tra il testo e l’ambiente che Lui, l’attore in scena, espone esaltando la densità dei contenuti del testo.

Morale della favola: il topo vince e l’uomo riesce finalmente a comprendere che nella vita occorre anche accettare tante cose di carattere diverso da se stessi.

Molto adatti gli arrangiamenti musicali opera di Paolo Silvestri che sapientemente accompagnano la fatica di Elio, una fatica apprezzabilmente sostenuta con una tecnica recitativa elegante, con una sicurezza ed una emotività veramente convincenti.

 

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