Quando si pensa a Gomorra risulta difficile non pensare in prima istanza al capolavoro letterario di Roberto Saviano, che con il suo coraggio e la sua determinazione ha coinvolto i  lettori  a guardare nell’abisso della criminalità organizzata napoletana, rendendoli/ci famelici di storie atroci e allo stesso tempo così vere. Proprio quest’anno ricorre il decimo anniversario del libro, e in questi anni è stato realizzato, su ispirazione del romanzo/saggio di Saviano, il feroce ma meraviglioso film omonimo di Matteo Garrone e Gomorra – la serie, la quale sta riscuotendo un successo a dir poco clamoroso, in Italia e nel mondo.

Dal 10 Maggio scorso ha avuto inizio la seconda stagione, e dopo le prime quattro puntate, Gomorra  si prospetta una serie televisiva straordinariamente solida, al passo con le più grandi serie tv americane, forse anche al di sopra dei pronostici. Personalmente, temevo infatti che sotto la supervisione artistica di Stefano Sollima, reduce dal modesto ed eversivo Suburra, potesse venir fuori un’opera deforme, banalmente ricca di furbizia. Almeno per ora, tutto fa invece pensare ad una continuazione coerente della prima stagione, ovvero quella del racconto romanzato di una realtà grigia ma intimamente verosimile. Continuano però, come per la prima stagione, le polemiche sulla presunta diseducazione che questo prodotto televisivo starebbe causando. La mia opinione è sempre la medesima: Gomorra si serve del cinema per filtrare molti degli aspetti di una delle tante realtà di una città meravigliosa come Napoli: quella criminale. E per chi ha visto la serie, o ha letto l’omonimo libro di Roberto Saviano, o ha la volontà di informarsi, dalla feritoia di Napoli è possibile trovare ampie e concrete spiegazioni su come la criminalità organizzata sia diventata un problema endemico in una eco internazionale. E’ tra l’altro inevitabile riflettere sul fatto che Gomorra – la serie vuole necessariamente, e secondo me giustamente, creare spettacolo! Da sempre, il cinema si fa promotore della rappresentazione filmica del male, pompando i suoi personaggi, rendendoli affascinanti nonostante la malvagità che li contraddistingue. Sta allo spettatore misurarsi con questa fascinazione, che per inerzia subisce. E sta sempre allo spettatore saper scindere la realtà dalla finzione. (Chi potrebbe stare mai dalla parte di un Killer che strangola la moglie o di un broker che acquista droga dai cartelli sudamericani? Stanno tutti  qui i margini di una discussione…)
Resto quindi convinto della qualità di questo prodotto, che sa mantenere sempre alto il pathos, che impedisce distrazioni e ricostruisce, tramite cinepresa, la pura, e allo stesso tempo terribile verità.

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