Grandi bugie tra amici, un inno all’amicizia nel bene e nel male 

di Giancarlo Salemi

Le piccole bugie adesso sono diventate grandi. Come i problemi, le angosce ma anche i sogni e i desiderata dei protagonisti. Nove anni dopo ritorna al cinema il sequel – qualcuno ha scritto non richiesto – di una commedia francese assai fortunata che è un inno all’amicizia, nel bene e nel male. Stiamo parlando di Grandi bugie tra amici in uscita nelle sale in questi giorni dopo il successo che ha avuto d’Oltralpe e con una fugace apparizione anche al Festival di Venezia. 

Guillaume Canet, attore e regista di successo, riunisce tutta la comitiva, o quasi, del primo film Piccole bugie tra amici e prova nuovamente a decantare una generazione che nel frattempo è cresciuta con il protagonista, Max – interpretato con arguzia da François Cluzet che molti ricorderanno soprattutto per la magistrale prova in Quasi Amici – che è ridotto sul lastrico per via d’un affare di lavoro andato a male. E per questo, nonostante stia per festeggiare il suo sessantesimo compleanno, preferisce restare da solo nella casa al mare a Cap Ferret, la stessa di molti anni prima, quella che è un po’ una sorta di Itaca per tutti i protagonisti, dove rifugiarsi per allontanare la quotidianità della vita. La banda di amici non ci sta a lasciarlo solo e improvvisa una rimpatriata che però stordisce e infastidisce Max al punto da arrivare a pronunciare una frase destinata ad essere il filo rosso del film: “Ma se siamo stati amici per vent’anni, non è che siamo costretti ad esserlo ancora…”. 

Già cosa è l’amicizia? Un legame del quale il protagonista vuol disfarsi o forse, come invece prova a dipingere il regista, l’unico senso di questa nostra esistenza? Forse, prima ancora che l’amore, è questo il sentimento che pervade nella vita di questa compagnia di navigati testimoni della vita. Tutti con le proprie ansie, mai diminuite, semmai cresciute con il tempo. Come quella di Eric (Gilles Lellouche) che ha fatto i soldi ma si ritrova padre di una bambina di 10 mesi e senza la tata non riuscirebbe a combinare un bel nulla. Oppure di Vincent (Benoît Magimel) che si è scoperto omosessuale ma poi neanche tanto convinto visto che continua ad amare la sua ex moglie, o come Marie (la bella e brava Marion Cotillard, tra l’altro compagna nella vita del regista Guillaume Canet) che ha un figlio Nino a cui non dedica mai particolari attenzioni – lo dimentica perfino dentro ad un taxi – e affoga il suo dolore – per la scomparsa del suo grande amore Ludo (qui bisogna tornare al primo film) nell’alcol e in un divertimento un po’ sfacciato.

Ci sono momenti assai divertenti nella pellicola, compresa l’immagine del guru che abbraccia le persone, incluso il protagonista Max, e poi chiede: “lo senti anche tu?” Quel flusso, quel passaggio di linfa che dovrebbe esserci tra esseri umani. Ma anche momenti melanconici e perfino drammatici con il cielo e il mare che rappresentano i due mondi che separano di netto la vita dei protagonisti. Il cielo, quando Max e altri due amici decidono di fare l’esperienza di buttarsi con il paracadute. “Non voglio morire!” grida Max alla sua guida che gli risponde: “Neanche io!”. E il mare che invece rappresenta il vano tentativo di Max di farla finita, provando un suicidio alquanto maldestro.

Un melò francese da vedere anche per capire il solco, quasi l’abisso che c’è tra la generazione cha ha superato i quarant’anni e si avvia verso i 50 e anche 60 anni e quella dei Millennial, quella cresciuta non a pane e pomodori e ginocchia sbucciate ma a merendine, smartphone e youtube. Infatti questo è un film che piacerà a quella borghesia, non solo francese ma anche italica, che spesso ama analizzarsi e domandarsi il perché dell’esistenza. Mentre passerà veloce, quasi assente, come un bit nella rete, per chi la vita ce l’ha ancora tutta davanti e magari pensa che una season di Fortnite valga molto di più delle ore buttate sul lettino di uno psicanalista.

Commenti

commenti