“Herzog incontra Gorbaciov”: quando l’arte e la politica si ritrovano faccia a faccia l’effetto è garantito
Recensione di Eugenio Fatigante

La storia è una fonte primaria per il cinema. Ma sono diversi i grandi registi che a essa si approcciano con forme diverse dal film. E quando due giganti, dell’arte e della politica, si ritrovano faccia a faccia l’effetto è garantito. È quanto accade con “Herzog incontra Gorbaciov”, documentario di 90 minuti (distribuito da Wonder Pictures e Unipol Biografilm, in sala dal 19 al 22 gennaio) basato su un’intervista fra questi 2 “grandi vecchi”: l’esponente 77enne del Nuovo cinema tedesco e l’88enne ultimo presidente dell’Unione Sovietica e Nobel per la pace, protagonista dal 1985 al ’91 degli eventi che portarono alla dissoluzione dell’”Impero del male”, come l’aveva definito Ronald Reagan.

Pur avendo l’opera una struttura classica – campi stretti fra i due e l’ausilio di video, in pellicola e supporto tv, testimonianze e foto ricavati da 30 fonti diverse –, la potenza dei temi trattati è tale da garantire presa sullo spettatore. Che, specie se patito di storia, rimane affascinato. Gran merito va al personaggio Gorbaciov, che lascia qui una sorta di suo testamento morale e di vita.

Foto di scena

«Non sono mai stato vendicativo», dice in un passaggio colui che è sempre stato il “volto buono” del comunismo d’oltrecortina, ancor più ora nel suo fisico appesantito dagli acciacchi, e che nel racconto rievoca gli anni che rivoluzionarono il Novecento, dall’avvento delle riforme e della “glasnost” (trasparenza) nell’ex Urss al colpo di Stato del 1991 che si risolse con l’ascesa di Eltsin; è a lui che si riferisce la frase, quando spiega che a farlo fuori fu soprattutto la “fame di potere” di altri leader che piegarono a loro vantaggio la voglia di cose nuove che ormai aveva preso piede fra i sovietici. Il racconto passa per la tragedia nucleare di Chernobyl, la battaglia per il disarmo, gli incontri col presidente Usa Reagan fino alla caduta del Muro e alla riunificazione delle due Germanie.

Ed è proprio l’incrocio fra il “sovietico” (come sovietiche erano le truppe che invasero Berlino) e il teutonico Herzog, fra complicità ed umorismo, a dare un sapore speciale all’opera. Due popoli una volta nemici storici. «No», risponde secco Gorby rievocando un tenero ricordo d’infanzia in cui erano tedeschi i coniugi che facevano dei dolci allo zenzero vicino al paese d’origine: «Pensavo che solo delle persone buone sapessero fare biscotti così». È la nostalgia di un Grande, caduto nell’oblio e ancora addolorato per la perdita dell’amatissima Raissa (rimpianta come il primo giorno), il filo conduttore del documentario, firmato a quattro mani con il britannico Andrè Singer e costruito in 3 incontri lungo un arco di 6 mesi. Dai primi spezzoni che ricordano la povertà dell’infanzia contadina fino agli anni ruggenti. «A Mosca ho trovato – racconta Herzog – una figura un po’ tragica e solitaria, che vive tra persone che lo incolpano per la fine dell’Unione Sovietica», anche se bisogna ricordare che all’epoca non ci furono manifestazioni di popolo per chiedere di preservare l’Urss, all’opposto della catena umana per reclamare l’indipendenza che si formò lungo 600 km. tra Lituania, Lettonia ed Estonia, in quel cruciale 1989. Singolare destino di un leader storico che è sempre stato più amato all’estero che in patria. «Vive isolato, ma ha ancora tanto da insegnare al mondo», aggiunge Singer. Difatti una singolare coincidenza fa risaltare in questi giorni di nuovi venti di conflitti i ripetuti sforzi di porre fine alla proliferazione nucleare su cui Gorbaciov tanto insiste nel “doc”, ricordando che la britannica Thatcher invece non voleva sentirne parlare. Come colpisce sentire, nella testimonianza del tedesco Horst Teltschik, consigliere per la sicurezza ai tempi di Kohl, che a suo avviso l’intento ultimo di Gorbaciov era quello di unire l’Urss all’Unione Europea. Sogni di un leader che si nutrì di illusioni di forza pari alle tragedie che avevano preceduto quegli anni Ottanta. E che oggi – uomo rimasto solo coi suoi rimpianti – gli fanno dire che come epitaffio sulla tomba vorrebbe la frase “ci abbiamo provato“.

Commenti

commenti