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“I predatori” di Pietro Castellitto, disorientante calderone grottesco

Il regista e interprete Pietro Castellitto
Castellitto davanti ai giornalisti, al suo fianco la moderatrice Eva Carducci

Una coppia borghese, Pierpaolo Pavone, medico, e Ludovica Pensa, famosa regista. Una coppia proletaria, Claudio e Teresa Vismara. L’una stancamente sinistrorsa, l’altra decisamente fascista, la prima impegnata in professioni stimate, weekend in villa con coppie altrettanto benestanti e annessi tradimenti, la seconda solida nonostante tutto e dedita ad un’armeria sull’orlo dell’illegalità. Al loro fianco, figli, fratelli, nipoti, genitori, parenti. Generazioni e tipologie che si intrecciano nell’esordio alla regia di Pietro Castellitto, figlio (attore) di due mostri sacri quali l’attore e regista Sergio e la scrittrice e attrice Margareth Mazzantini.
Per tutto il film – premiato per la migliore sceneggiatura nella sezione Orizzonti dell’ultima Mostra di Venezia e presentato ieri alla stampa al cinema Adriano di Roma, moderatrice la bella e puntuale Eva Carducci –, lo sguardo di Pietro Castellitto si muove inesausto come l’ascensore di un affollato palazzo, passando (saltando) senza soluzione di continuità attraverso situazioni, età e velleità in apparenza agli antipodi ma a ben guardare gravate dal medesimo, insopportabile ed insuperabile peso. Il peso dei “padri”, meglio, di un unico, indefinito e multiforme padre, che può coincidere con una madre rimbambita, uno zio vessatore, un defunto gigante della filosofia oppure un ruolo-prigione dentro lo scacchiere social-generazionale.
Con “I predatori” Castellitto mette in scena un’«inerzia» (termine suo), un “bellum interruptum” (termine nostro), un ventaglio di tensioni che non centrano bersaglio alcuno e al massimo s’infrangono su uno scoglio occasionale, magari sbriciolandolo senza però generare conseguenze sistemiche.
Il disagio che Castellitto mette in scena è infatti il suo, quello di un illustre “figlio di” che lotta per emanciparsi da una situazione – da un “essere (stato) posto” – che è tuttavia proprio quella che gli permette di esprimere in maniera compiuta quello stesso disagio. Un circolo vizioso a tratti stimolante e sorprendente, spesso rutilante, monco e inconcludente, prigioniero di “trovate slegate”, ispirato a un cinema corale, schematico e di deformante iperrealismo (tanto Solondz con un pizzico di Tarantino), disomogeneo innanzitutto nei registri seguiti, combattuto tra un grottesco dilagante, che riduce i personaggi alla mono- o (al massimo) bi-dimensionalità, ed emersioni di sentimento che disorientano senza suggerire sviluppo alcuno.
“I predatori” poggia su elementi eterogenei che rischiano di annullarsi l’uno con l’altro, ma che parimenti sottolineano la caratura multicolore di un regista esordiente d’eccezione. Il quale, non appena avrà individuato la “giusta posizione” del proprio sguardo e orientato l’attenzione su una storia meno coinvolgente per lui (sviluppando magari un soggetto propostogli da altri), ci sorprenderà e appassionerà senza più riserve.

Massimo Nardin, diplomato in Fotografia allo IED Istituto Europeo di Design, è dottore di ricerca in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse. Presso l’Università Lumsa di Roma è titolare delle cattedre di Teorie e tecniche del linguaggio audiovisivo, Sceneggiatura e Costruzione della Scena digitale. Ha pubblicato, tra l'altro, “Evocare l’inatteso. Lo sguardo trasfigurante nel cinema di Andrej Tarkovskij” (ANCCI, 2002), “Il cinema e le Muse. Dalla scrittura al digitale” (Aracne, 2006) e “Il giuda digitale. Il cinema del futuro dalle ceneri del passato” (Carocci, 2008). Ha scritto e diretto quattro cortometraggi. Nel 2007 la sua sceneggiatura per lungometraggio “Transilvaniaburg” ha vinto il primo premio al concorso internazionale “Salvatore Quasimodo”; nel 2010, il MiBAC ne ha finanziato lo sviluppo.