Il Festival di Cannes sconvolto dal film di Abdellatif Kechiche

“Mektoub, My Love: Intermezzo”, in concorso a Cannes 72, ha lasciato sbigottita la platea della première di ieri sera. Cominciato alle 22, ha subito le prime dipartite alle soglie della prima ora e le ha viste incrementarsi all’altezza della seconda. La scena shock ha poi contribuito ad ulteriori uscite.

Un totale di sole quattro scene in tre ore e mezzo di film: la prima in spiaggia (40′ circa), la seconda in discoteca (più di 2 ore), la terza, di pochi minuti, in un appartamento al mattino (che apre alla futura terza parte – già girata – di questa opera fiume). Direte: manca una scena? E difatti è proprio quella shock, che spezza la macro-scena della discoteca. Quindici minuti d’ininterrotto cunnilinguo realmente praticato da uno dei ragazzi alla protagonista del film. Il regista filma il lungo atto a distanza, comprendendo cioè nel quadro entrambi i corpi, ma la lingua si avventura proprio là, in quell’oggetto del desiderio sino a quel punto sempre sfiorato ma mai svelato.

Nonostante il carosello di personaggi, il film ruota tutto attorno al problema di Ophélie (eredità del primo capitolo, nella fattispecie della prima scena, l’unica di sesso). Su questa fragile eppur tesa linea narrativa si innesta, esattamente come nel Capitolo 1, un’inesausta carrellata di microstorie, chiacchiere, valutazioni, auspici, entrate in / uscite di scena… E, soprattutto, continui balli scatenati delle ragazze in pista e sul cubo.

Spiaggia compresa, lo sguardo di Kechiche è puntato ad altezza vita e rivolto verso l’alto, a magnificare i corpi, i movimenti e i fondoschiena delle ragazze. Perché, ha rivelato il regista in conferenza stampa, il suo obiettivo è l’esaltazione della vita, la freschezza, la gioventù, la bellezza. I corpi. Tutto il suo cinema è un canto ai corpi colti nel loro apogeo di vitalità. Corpi che in questo film fioriscono ed esplodono nell’estate 1994. Un’estate senza smartphone né social, quindi, un’estate di soli sguardi, sussurri, risate… Carnalità.

C’è la rappresentazione dei corpi in movimento nella storia dell’arte, in particolare nel cubismo, tra le ispirazioni confessate da Kechiche. Che ha voluto spingersi all’estremo, oltre “La vita di Adele” e oltre “Mektoub, My Love: capitolo 1”: la sua opera non è per tutti, a lui non interessa piacere-a o assecondare il pubblico, ma concentrarsi sull’ambiente e i suoi protagonisti, perseguire all’estenuazione il monitoraggio delle infinite linee di tensione che si sviluppano tra le individualità, si incrociano, si spezzano, ritornano.

Un cinema ostico, fatto di tempi dilatati all’estremo e cambi spiazzanti, un cinema che chiede la (ed abusa sfrontatamente della) pazienza dello spettatore, ma senz’altro unico e per questo prezioso.

Restano tre punti aperti, limiti o potenzialità a seconda del punto di vista.
1. Il punto di vista, appunto: con buona pace dell’obiettivo-Vita, l’obiettivo di Kechiche, costantemente orientato alla celebrazione delle parti anatomiche delle sue giovani protagoniste, è una perpetrata seduzione “interrupta” che, da un lato, magnetizza lo sguardo dello spettatore, dall’altro ammorbidisce e fa passare in secondo piano il torrente in piena di discorsi, ammiccamenti e risate.
2. Le risate, appunto, e i sorrisi, i bei volti, i corpi tutti graziosi. Non siamo di fronte certo a delle modelle, i seni sono ben torniti ma sono compagni di un po’ di pancetta e cellulite. Eppure il casting è stato certosino, ha rintracciato bellezze pienamente seducenti, “più” seducenti delle cosiddette “modelle” proprio perché fondamentalmente “normali”, a noi vicine. Eppure una distanza e un’innaturalezza si evidenziano: l’energia dimostrata da tutte le ragazze nessuna esclusa è quella dei giovani che si scatenano nottate intere, ma i sorrisi permanenti, un ballo che somiglia più a una performance che a un divertito sfogo, un costante gioco seduttivo a-favore-di-videocamera sgretolano la patina naturalistica e fanno emergere lo studio, la preparazione e la maniera.
3. Con il sesso orale de “Diavolo in corpo” Marco Bellocchio aveva fatto scandalo più di trent’anni fa; ora Kechiche lo ripropone e stravolge, inverte i ruoli e dilata i tempi. Una scena che sembra totalmente fuori luogo, un punto bianco (come le piastrelle dello squallido bagno) in una parete variopinta. Tuttavia, a ben guardare, potrebbe leggersi come la trasfigurazione di ciò che è stato e ciò che sarà: i corpi aderiscono l’uno all’altro, ma non si penetrano, non c’è godimento ma respiri faticosi e trattenuti, si percepisce fatica, limite e financo autolesionismo. Un po’ come se la parete dei sorrisi e della musica a palla fosse crollata ineluttabilmente e avesse rivelato il vuoto di un’estate e di una giovinezza che stanno finendo senza essere diventati ancora altro.


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