“ Il Grande Spirito “: follia e malavita collaborano per risolvere un caso disperato, forse un’amicizia

Taranto descritta nella sua realtà di città assediata dai fumi industriali e dalla malavita, una rapina finita male ed un delinquente di razza dannata in fuga con il bottino rubato ai i suoi complici; e poi una storia assurda d’amore e di delinquenza tra il fuggiasco ed una donna disposta a tutto pur di poter vivere la bella vita, ma soprattutto un povero disgraziato che si illude di essere un indiano dei Sioux dal nome di Cervo Nero.

E’ la impossibile trama di un film che ha per protagonisti soltanto tre attori di un certo livello, Sergio Rubini ( il ladro in fuga, che è anche il regista ), Rocco Papaleo ( l’indiano ) e Bianca Guaccero ( la donna del bandito in fuga ), tutti e tre impegnati nella descrizione di una storia impossibile che tuttavia riesce ad interessare sia per la sua assurdità che per un certo pathos che instilla nello spettatore il quale, incredulo, viene interessato dalla narrazione, almeno  per sapere come andrà a finire la fuga e chi si godrà il bottino.

Situazioni al limite del paradosso, bella fotografia che descrive i vicoli e le coperture degli edifici della città industriale assediata dall’inquinamento e dalla malavita con due bande rivali impegnate entrambe a snidare un bandito di poca fama soprannominato “ Barboncino “ per via di un errore da lui commesso nel corso di una rapina in banca che ha sottratto ai suoi complici il bottino di un furto nell’
abitazione del capo di una banda rivale.

Novità della storia impossibile è l’indiano, un bravo e pregnante Rocco Papaleo che lo interpreta con atteggiamenti da vero delirante a volte, però, lucido quanto mai e sufficientemente utile al bandito in fuga: un personaggio assurdamente possibile che a volte fa sorridere ed a volte ti fa tristezza per quanto è indifeso e sfruttato; atteggiamenti psicologicamente da considerare ed una sottostoria  di cattiveria commessa in suo danno per cacciarlo da una soffitta che occupa abusivamente ma con la penosa compiacenza dei condomini.

Insomma, un film strano fatto di un mix di lucidità e di assurdità che però induce a riflettere sul fatto se sia possibile utilizzare la follia dalla quale è affetto  un povero disgraziato per risolvere due situazioni che nella vita pratica possono di sovente presentarsi e che – forse – si risolvono proprio facendo ricorso a folli atteggiamenti.

Certamente un film fatto apposta per evidenziare le capacità interpretative dei tre attori delle provincie della Puglia e della Basilicata dal quale emerge alla lontana anche l’umano sentimento dell’amicizia: ma c’era proprio bisogno di ulteriormente pubblicizzarli?

 

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