Il mondo precario di Ken Loach, un pugno alla gig economy e al lavoro che non c’è 

di Giancarlo Salemi 

Lo aveva detto Ken Loach, Io, Daniel Blake – palma d’oro al Festival di Cannes tre anni fa – doveva essere il suo ultimo film, il suo commiato di regista impegnato a raccontare la vita di tutti i giorni. Non le favole, come spesso fa il cinema a trazione hollywoodiana, ma per lui, 83 anni ben portati, di Nuneaton, cittadina industriale nella contea del Warwickshire in Inghilterra, ma il mondo che cambia e con esso anche il lavoro che un tempo si sarebbe detto “nobilita l’uomo” ma adesso lo ci sprofonda in una “non vita”. Così la sua ultima fatica Sorry we missed you, presentata in anteprima alla stampa al cinema Quattro Fontane e in uscita dal 2 gennaio al cinema, si trasforma in un duro e amaro j’accuse contro la gig economy, contro quell’economia di lavoretti che hanno finito per sostituire il vero lavoro e condannato l’uomo a non avere più diritti o quasi. 

È la storia di Ricky (ma potrebbe essere di qualsiasi di noi) che vive a Newcastle (ma potrebbe benissimo essere una qualunque cittadina italiana) e combatte quotidianamente contro i debiti che si sono accumulati dopo il crack finanziario del 2008 (pensiamo a quello delle banche popolari nostrane, ultima in ordine di tempo quella di Bari). Risparmi che sono andati in fumo e una famiglia da crescere, a Ricky la possibile àncora di salvezza arriva dall’acquisto di un furgone per mettersi in proprio e fare il corriere per una ditta in franchising. Solo che questa nuova chance si trasforma presto in un incubo a causa di un lavoro con turni lunghissimi, dove conta arrivare in orario con le consegne e dove la tua vita – nel bene e nel male – viene decisa da un piccolo macchinario, quello per leggere i codici a barra, che detta l’agenda della tua giornata. E, anche, l’agenda della tua vita. Che va lentamente a sgretolarsi perché “correre dietro un lavoro” come fa il protagonista non fa altro che allontanarlo dalla vita reale e dai suoi affetti. 

Lo stesso succede a sua moglie, Abby, una brava madre, infermiera che viene pagata per il numero delle visite a domicilio che compie, senza un contratto, senza mai avere ricevere un extra per le ore in più lavorate ma non riconosciute dal sistema e costretta a vendere la sua utilitaria per permettere al marito di avere i soldi per l’anticipo del furgone. Poi ci sono i due figli. La più piccola Liza crede nella famiglia e nella scuola, il più grande, come molti adolescenti lasciati soli, Seb invece attraversa un momento difficile sia a scuola – che salta sempre più spesso – che nel rapporto con il padre con il quale arriva anche alle mani quando viene beccato dalla polizia a rubare bombolette spray in un centro commerciale.

Insomma, c’è la vita vera nel film di Ken Loach. Quella di tutti i giorni. Di quello che oggi viene chiamato dai più dotti analisti working poor, ovvero lavoro povero, ma che poi altro non è che sfruttamento – c’è sempre stato – ma oggi lo si fa con le nuove tecnologie dove un algoritmo può condizionare la vita di ciascuno di noi. 

Proprio oggi, Amazon ha comunicato ai suoi dipendenti che avranno in busta paga per Natale 100 euro in più. E viene da chiedersi visto l’enfasi della notizia della grande multinazionale: è una mancia o un nuovo indirizzo aziendale? Mentre tanti lavoratori cercano la strada giusta per vivere dignitosamente la propria vita è ancora una volta lo sguardo attento di Ken Loach, accolto a Roma da una standing ovation, a dirci che quello che stiamo vivendo non è un problema nuovo ma che di nuovo ha solo l’abito, questa tecnologia che sembra volerci aiutare ma ci spinge sempre più lontano gli uni dagli altri, fino a farci diventare dei robot perfino anche nei sentimenti. 

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