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“Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis nella selezione ufficiale della Festa di Roma

Edoardo De Angelis
Edoardo De Angelis “Il Vizio della Speranza”

“Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis nella selezione ufficiale della Festa di Roma. Presentato in anteprima alla XIII Festa del Cinema di Roma “Il vizio della speranza”, quarto film di Edoardo De Angelis, il primo con la moglie Pina Turco, qui assoluta protagonista. Al termine della proiezione, Enzo Avitabile, l’autore delle musiche, ha sorpreso il pubblico suonando assieme ad alcune delle attrici uno dei brani della colonna sonora.

(Di seguito un estratto video della conferenza stampa di presentazione, realizzato da Francesco Policicchio).

Il film racconta l’odissea di Maria (Pina Turco), traghettatrice di anime al servizio di una cinica pappona eroinomane, con una madre alienata e un pit bull come unico accompagnatore. Le anime sono quelle delle reiette immigrate che affittano il proprio utero a coppie che non possono avere figli. Quando quelle donne, dopo essere state segregate e nutrite come bestie da riproduzione, si trovano alle soglie del parto, Maria le traghetta oltre un fiume che si confonde col mare e col cielo. Là l’attesa, il parto e la consegna di un figlio che non vedrà più la propria vera madre.
La sparizione dell’immigrata Fatima e un’inattesa gravidanza capovolgono però la vita di Maria, facendole vivere sulla propria pelle e dentro il proprio utero, fragile e violato, la tragedia di cui sino a quel momento era stata soltanto spettatrice distaccata. Saranno i membri fuori dal suo malsano clan ad accoglierla, proteggerla e condurla al grande momento: le immigrate stesse e Carlo Pengue, ex giostraio, colui che, quando Maria era una bimba vestita da sposa appena violentata e sfregiata, la raccolse dalle acque del fiume traghettandola verso riva. Salvo poi essere (ingiustamente) accusato di essere lui il colpevole di quell’atrocità.
Non ci sono automezzi (se non sullo sfocato sfondo) ne “Il vizio della speranza”. Per muoversi da uno spazio all’altro servono piccole imbarcazioni. Perché l’acqua penetra ovunque, in quel mondo sommerso: dalle acque gelide del fiume viene salvata la piccola Maria nel flashback che apre il film e dall’acqua calda della vasca riemerge ogni notte la (apparentemente) rintronata madre. L’acqua dà e toglie la vita, unisce e separa, mette in fugace comunicazione l’universo degli ultimi con quello dei privilegiati (che non si vedono mai) e consente a Maria di fuggire e trovare se stessa. L’acqua scende anche dall’alto, sotto forma di strano nevischio, a completare un paesaggio spettrale tra i rifiuti e il cielo plumbeo. Un territorio da De Angelis sapientemente decontestualizzato, individuabile in quel Castel Volturno a lui tanto caro ma portavoce di tutte le realtà di emarginazione e degrado; e, innanzitutto, dell’Inferno dantesco. De Angelis porta infatti all’estremo la propria ricerca stilistica, dipingendo il quadro con assoluta precisione e coerenza e tratteggiando una storia dai richiami scoperti e le connotazioni mitiche e universali. Al posto dell’ospedale c’è un dottore che fa le ecografie in casa, le forze dell’ordine e gli operatori sociali non sono di quel mondo, un cavallo nero attende di essere liberato dal recinto, una giostra di essere rimessa in funzione e un serpente velenoso si presenta di punto in bianco a imprimere i propri denti e una delle svolte narrative conclusive. Oltre al dottore, poi, l’unico uomo che si relazione con la protagonista è il giostraio. Se non è stato quest’ultimo, dunque, chi potrà mai essere, l’artefice della gravidanza di Maria…?
In questo film per molti aspetti affascinante, l’impegno nella rarefazione e il fascino per il simbolismo si spingono oltre il limite e fanno perdere alla vicenda la necessaria verosimiglianza, tanto più importante quanto minori sono i punti di riferimento di una storia. E così, ne “Il vizio della speranza”, i personaggi fanno rimpiangere la tridimensionalità tratteggiata da De Angelis con il decisivo apporto di Nicola Guaglianone in Indivisibili: la protagonista, la pappona, la madre, la calva guardiana, il giostraio… sono tutti personaggi bidimensionali, che passano repentinamente da una valenza a quella opposta, senza le necessarie sfumature di una transizione feconda. L’immediata integrazione di Maria (nomen omen) nel gruppo di coloro che aveva sino a quel momento vessato e il mutamento del suo atteggiamento suonano pertanto forzati, così come la valenza da sbilenchi angeli custodi assunta nel finale da pappona, guardiana e madre. Il cui sguardo complice verso la cinepresa – assieme a mani anonime che, per una volta, non rubano ma proteggono – benedice un evento conclusivo sovraccarico di richiami altissimi. I quali finiscono con il depotenziare un dramma che, in realtà, sta già tutto nello sguardo intenso e di vulcanica profondità della bravissima interprete protagonista.

Massimo Nardin è Dottore di ricerca in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse, docente universitario presso l'Università Lumsa di Roma e l'Università degli Studi Roma Tre, diplomato in Fotografia allo IED Istituto Europeo di Design di Roma, giornalista pubblicista, critico cinematografico, sceneggiatore e regista. È redattore capo della sezione Cinema della rivista on-line “Il profumo della dolce vita” e membro del comitato di redazione di “Cabiria. Studi di cinema - Ciemme nuova serie”, quadrimestrale del Cinit Cineforum Italiano edito da Le Mani (Recco, GE). È membro della Giuria di “Sorriso diverso”, premio di critica sociale della Mostra del Cinema di Venezia, e del Festival internazionale del film corto “Tulipani di seta nera”. Oltre a numerosi saggi e articoli sul cinema e le nuove tecnologie, ha pubblicato finora tre libri: “Evocare l'inatteso. Lo sguardo trasfigurante nel cinema di Andrej Tarkovskij” (ANCCI, Roma 2002 - Menzione speciale al “Premio Diego Fabbri 2003”), “Il cinema e le Muse. Dalla scrittura al digitale” (Aracne, Roma 2006) e “Il giuda digitale. Il cinema del futuro dalle ceneri del passato” (Carocci, Roma 2008). Ha scritto e diretto diversi cortometraggi ed è autore di due progetti originali per lungometraggio di finzione: “Transilvaniaburg” e “La bambina di Chernobyl”, quest'ultimo scritto assieme a Luca Caprara. “Transilvaniaburg” ha vinto il “Premio internazionale di sceneggiatura Salvatore Quasimodo” (2007) e nel 2010 è stato ammesso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali al contributo per lo sviluppo di progetti di lungometraggio tratti da sceneggiature originali; nell'autunno 2020, il MiBACT ha ammesso “La bambina di Chernobyl” al contributo per la scrittura di opere cinematografiche di lungometraggio.