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In concorso al Festival di Bolzano “Human Factors”, il nuovo film di Ronny Trocker

Il regista Ronny Trocker presenta il proprio film sul palco del XXXV Bolzano Film Festival Bozen

Dopo l’anteprima bolzanina del pomeriggio di mercoledì 6 aprile, ieri sera il regista altoatesino Ronny Trocker ha presentato al pubblico della XXXV edizione del Bolzano Film Festival Bozen “Der menschliche Faktor”, la sua seconda opera di lungometraggio dopo “Die Einsiedler”, intenso e prezioso esordio in concorso nel 2016 alla 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti.

Nina e Jan, contitolari di un’agenzia pubblicitaria di successo, sono in trasferta nella loro casa vacanze sulle coste del Belgio assieme ai figli, l’adolescente Emma e il piccolo Max, e al topolino che quest’ultimo custodisce gelosamente dentro una scatola. In un momento di assenza del capofamiglia, una presunta effrazione fa emergere tensioni latenti all’interno della coppia – prossima alla cinquantina – e del nucleo familiare nel suo complesso, svelando desideri repressi e inconfessati anche nei membri più giovani.

Il regista altoatesino – di formazione ed esperienze cosmopolite: Alto Adige, Berlino, Buenos Aires, Francia e oggi Belgio, dove vive con la propria famiglia – conferma l’idea di cinema che aveva impresso nel primo film. E, ancora una volta, la affina all’interno di… quattro mura. Quelle della casa vacanze, dell’abitazione principale, del grande ufficio open space e… degli ambienti aperti eppur “in-quadrati”, mura fisiche o immateriali fragili e permeabili, attraverso cui penetrano i suoni del “fuori” (il passaggio della metro, il vento) e del “dentro (le urla), quattro come i componenti della famiglia al centro della sua indagine (e non è un caso che il titolo sia “doppio”, al singolare nell’originale tedesco – “il fattore umano” – e al plurale nell’internazionale inglese – “Human Factors”). Quattro: numero della perfezione e, quindi, dall’autore – e dal “quinto quarto”, il topolino… – messo sistematicamente in crisi assieme ai personaggi.
A cominciare dalla prima inquadratura del film. Che è – come dev’essere in un’opera d’autore che si rispetti – “discretamente programmatica”: un fluido piano-sequenza dentro una architettura (inevitabilmente) “quadrata”, uno sguardo chirurgico che esplora gli ambienti, i protagonisti e le dinamiche di quello spazio asfittico eppure espanso, o comunque destinato all’esplosione. In quell’inquadratura Trocker – con una consapevolezza e una sensibilità che evitano scrupolosamente virtuosismi e prevaricazioni – pone le basi di tutto quel che seguirà.

Con Ronny Trocker nel foyer del FilmClub di Bolzano, sede del festival


La sua è un’indagine che non si aspetta risposte e, nel contempo, sa dove dirigersi, egli ha un orizzonte ben chiaro davanti a sé e sa che non potrà mai raggiungerlo, né esaurire il senso della propria ricerca. Ciononostante, grazie a quella flebile luce, Trocker illumina pazientemente ogni fotogramma del film, guardando – tra le altre fonti d’ispirazione – a “Rashomon” di Akira Kurosawa. Distanziandosene: come mi ha rivelato Trocker stesso, il ripercorrere alcuni eventi dirottando il punto di vista su protagonisti diversi non doveva riuscire macchinoso, ripetitivo né, tanto meno, noioso, ma aprire inattesi squarci di verità nell’intera vicenda senza compromettere la fluidità della narrazione.
Il percorso del regista altoatesino è fondato su un occhio disarmato e disarmante, che con pudicizia accede ai vari ambienti, pedina i personaggi da vicino e di spalle, soprattutto nei loro momenti di solitudine. Era pertanto inevitabile che l’enigma fosse risolto dal “quinto quarto”, il topolino, e l’approdo della peregrinazione dell’autore coincidesse con una maschera, quella (di “topo”, appunto) che copre per la prima volta il viso di uno dei protagonisti e che, paradossalmente e pienamente, chiude il film aprendo a una vita davvero nuova.

Massimo Nardin è Dottore di ricerca in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse, docente universitario presso l'Università Lumsa di Roma e l'Università degli Studi Roma Tre, diplomato in Fotografia allo IED Istituto Europeo di Design di Roma, giornalista pubblicista, critico cinematografico, sceneggiatore e regista. È redattore capo della sezione Cinema della rivista on-line “Il profumo della dolce vita” e membro del comitato di redazione di “Cabiria. Studi di cinema - Ciemme nuova serie”, quadrimestrale del Cinit Cineforum Italiano edito da Le Mani (Recco, GE). È membro della Giuria di “Sorriso diverso”, premio di critica sociale della Mostra del Cinema di Venezia, e del Festival internazionale del film corto “Tulipani di seta nera”. Oltre a numerosi saggi e articoli sul cinema e le nuove tecnologie, ha pubblicato finora tre libri: “Evocare l'inatteso. Lo sguardo trasfigurante nel cinema di Andrej Tarkovskij” (ANCCI, Roma 2002 - Menzione speciale al “Premio Diego Fabbri 2003”), “Il cinema e le Muse. Dalla scrittura al digitale” (Aracne, Roma 2006) e “Il giuda digitale. Il cinema del futuro dalle ceneri del passato” (Carocci, Roma 2008). Ha scritto e diretto diversi cortometraggi ed è autore di due progetti originali per lungometraggio di finzione: “Transilvaniaburg” e “La bambina di Chernobyl”, quest'ultimo scritto assieme a Luca Caprara. “Transilvaniaburg” ha vinto il “Premio internazionale di sceneggiatura Salvatore Quasimodo” (2007) e nel 2010 è stato ammesso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali al contributo per lo sviluppo di progetti di lungometraggio tratti da sceneggiature originali; nell'autunno 2020, il MiBACT ha ammesso “La bambina di Chernobyl” al contributo per la scrittura di opere cinematografiche di lungometraggio.