ARTE ANTEPRIME FILM CINE&TURISMO CINEMA INTERVISTE LIBERAMENTE LIBRI LO SAPEVATE CHE... MODA E TENDENZE MUSICA NEWS RECENSIONI FILM RECENSIONI SR E JR RUBRICHE TEATRO TV
Caricamento in corso

In uscita “Alpha”, terzo lungometraggio della regista di “Titane”

In uscita “Alpha”, terzo lungometraggio della regista di “Titane”

Condividi questo articolo:

Presentato ieri in anteprima stampa italiana nella Sala 8 del Cinema Adriano a Roma il terzo film di Julia Ducournau. Distribuito da I Wonder Pictures, uscirà nelle nostre sale il 18 settembre prossimo.

Mélissa Boros in un’immagine del film ©MANDARIN & COMPAGNIE KALLOUCHE CINEMA FRAKAS PRODUCTIONS FRANCE 3 CINEMA

Dopo la discesa a piombo che apre il film – su un’indistinta crosta terrestre rossa, compatta e arida su cui si aprono le fessure di una “A”–, Alpha, cinquenne occhialuta chiusa in una stanza francese degli anni ottanta, collega con un pennarello i fori sull’avambraccio dello zio accanito eroinomane. La ritroviamo, tredicenne, sballata pure lei e sempre occhialuta, a una festa: il suo braccio, tatuato artigianalmente con una “A” da uno dei presenti, sembra un passaggio di consegne tra due epoche e due parenti stretti. Un passaggio che, forse, fa ereditare alla ragazzina la stessa malattia contratta dallo zio, ancora in vita ma costantemente drogato (anche dalla stessa madre di Alpha, senza un marito accanto e disposta dunque ad accoglierlo e a sistemarlo nella stanzetta assieme alla figlia); per soddisfare la dipendenza, certo, ma, pare, pure per rallentare la progressione del terribile virus che sta decimando la popolazione.
Un virus – dagli effetti devastanti, incurabili e mortali sul corpo umano – che genera una trasformazione in linea con la poetica body-horror-metaforica dell’autrice: progressivamente e senza speranza, il corpo si “marmorizza”, i muscoli diventano duri e levigati come quelli di una statua e la respirazione emette polvere. Finché, sul letto di un ospedale affollato e apocalittico, messo in crisi dalla diaspora del personale medico, non rimangono che, appunto, delle statue, quasi delle opere d’arte data l’inappuntabile perfezione delle loro superfici…
Sentinella in quel caos è la madre di Alpha, dottoressa immigrata, coraggiosa tanto in corsia quanto a casa, con quei due casi di contagio in famiglia. La vita di Alpha, sconvolta dal marchio di “possibile untrice” in attesa di test definitivi che non sembrano arrivare mai – per confermare o sfatare i sospetti di quella nuvoletta di polvere che vediamo uscirle dalla bocca in un’unica occasione –, si dipana tra un flirt scolastico, la sintonia per il ghettizzato giovane docente gay con compagno marmorizzato e la vita domestica, tra una madre protettiva, una nonna-sciamana che non parla francese e uno zio rottame tremante, tenace e sorridente. In alcuni momenti, complice proprio quest’ultimo, il passato si fonde col presente e così la tredicenne cede per un attimo il testimone alla bambina che fu, per poi riconquistare la scena.
Intanto, fuori, l’impetuoso vento del deserto scuote e ricopre la città con la sua nube di polvere rossa…

Julia Ducournau con Mélissa Boros sul set del film ©MANDARIN & COMPAGNIE KALLOUCHE CINEMA FRAKAS PRODUCTIONS FRANCE 3 CINEMA

Posso immaginare che Julia Ducournau, reduce dalla Palma d’Oro a Cannes 74, abbia avuto per questo suo terzo lungometraggio carta bianca e piena accondiscendenza dal pool di coproduttori (Frakas Productions, Kallouche Cinéma, Mandarin & Compagnie). Intelligentemente, un po’ come aveva fatto Tarantino per il proprio terzo film, ha potuto perciò scegliere una via più intima, non gridata, più attenta alle dinamiche interpersonali che all’escalation di azione e violenza. E questo è l’aspetto – purtroppo l’unico – pienamente positivo del film. Che poggia su tre interpreti dai volti, gli sguardi e i corpi “scolpiti nel marmo”. A cominciare da Mélissa Boros (Alpha), giovanissima attrice dai tratti spigolosi, una bellezza nascosta e nel contempo quasi ancestrale, mitologica, ben lontana dai canoni cinematografici usualmente seguiti nel reclutamento di piccoli protagonisti, un volto perfetto, per certi versi “già” adulto, “vecchio”, saggio, che restituisce magnificamente la tragedia umana raccontata, personale e planetaria. Al suo fianco una madre medico costantemente in apprensione, ben impersonata da Golshifteh Farahani, e, soprattutto, uno zio ch’è fascio di nervi, ossa e muscoli tesi, interpretato dal bravissimo Tahar Rahim, capace di imprimere nel fisico e nelle azioni la deriva del suo personaggio.
Per il resto il film non suscita né repulsione né coinvolgimento, semmai indifferenza e noia, risultando un affastellamento di suggestioni, micro-situazioni monche, temi, omaggi, sterili azzardi surreal-onirici, senza una trama centrale né sotto-trame compiute. Fili abbozzati e spezzati e l’inevitabile finale che non annoda alcuna traccia ma lancia ambizioni metaforiche. Su tutto aleggia non tanto la nube rossa, ma una sensazione di povertà: non solo narrativa, ma innanzitutto produttiva. Trucco ed effetti visivi&speciali soffrono della limitatezza tipica di film minori e – assieme alla drammaturgia – sono inverosimili e frustrati, non facendo percepire alcuna urgenza mondiale (ma nemmeno interiore) per la marmorea pandemia. Parallelamente, la fotografia del fedele Ruben Impens (“Le otto montagne”) fa i conti con un apparato illuminotecnico e scenografico da cinema indipendente e depotenzia pertanto l’inventiva visionaria della regista. La quale potrebbe – per carità! – aver pure scelto un tale impianto documentaristico e – diciamo così – rispettoso del reale perché in linea con il suo sguardo rivolto verso l’interiorità anziché alla spettacolarità. Comunque sia, il risultato non rende giustizia né alla Ducournau che abbiamo ammirato né alla sua evoluzione, ancora offuscata dalla polvere del deserto.